TESTIMONIANZE
   
 

Un'impressione di profonda pace

Suor Giuseppina Biraghi, 1847-1907



Rosa aveva solo quindici anni ed era la vigilia di Natale quando si incamminava decisa per le vie della sua Milano verso l'ospedale "Ciceri", dove risiedeva il noviziato. L'attendeva per accoglierla la madre maestra suor Giuseppa Rosa, la quale intuì subito che, bene coltivata, quella "tenera pianticella" avrebbe dato a suo tempo i più bei frutti. Di fatto, alle sue cure la novizia corispondeva giorno per giorno docilmente, affidandosi - dicono le note biografiche - "alle sue mani come cera malleabile", tanto era desiderosa di ricevere "l'impronta" propria dello spirito dell'Istituto.

Nel suo slancio giovanile Rosa voleva a tutti i costi divenire santa e sognava anche di fare del bene a tante anime. Trascorse con questo fervore nel cuore il periodo di prova e, vestendo l'abito religioso, prese il nome di suor Giuseppina. Dopo una breve esperienza all'ospedale di Vimercate (MI) e nell'istituto "Santa Chiara" a Bergamo, il suo campo di apostolato fu per quasi vent'anni la scuola materna di Lovere. Con la sua dedizione operosa, nutrita di preghiera e di spirito di sacrificio, si attirava la stima dei superiori e la benevolenza delle famiglie che si mostravano contente della sua azione educativa.



 

Anche con il passare degli anni, i suoi bimbi, divenuti adulti, le rimanevano affezionati e andavano a trovarla per renderla partecipe dei successi nella loro professione o per presentarle la compagna della loro vita; altri godevano di farle qualche improvvisata in divisa militare e magari con qualche decorazione bene in mostra. Si conobbe quanto fosse entrata nel cuore della gente quando venne trasferita in altri luoghi per altri servizi, poiché a Lovere "il suo ricordo rimase sempre in benedizione".

Suor Giuseppina era altrettanto attenta ai bisogni della sua comunità. Nel tempo che le rimaneva libero dall'impegno nella scuola si prestava a dare una mano alle consorelle che vedeva affaticate e spesso le preveniva dove c'era da pulire o da riordinare.
Con particolare premura poi si occupava delle anziane che allora venivano accolte a Lovere, quando non potevano più continuare il servizio nelle altre case. Aveva anche un suo spazio privilegiato in cui raccogliersi tutta sola per dare sfogo al suo bisogno di preghiera e alimentare il suo slancio di carità ed era presso le spoglie di Bartolomea e di Vincenza, nel coretto.

Lasciato il "Conventino", svolse il suo nuovo compito di superiora dapprima a Padova, poi nell'istituto "Santa Maria" a Brescia e in via Orti a Milano, infine, nella "Clinica Zucchi" a Monza. Qui le suore incontravano grandi difficoltà sia nel prestare il loro servizio agli ammalati sia nei rapporti con il personale.
Suor Giuseppina affrontò fatiche e contrasti riponendo tutta la sua fiducia nel Signore e di fatto, a mano a mano, ne sperimentava l'aiuto. Si dava da fare senza risparmiarsi e passava i momenti liberi delle sue giornate con le ammalate mentali per portare un po' di sollievo alla suora che si occupava di loro giorno e notte.

In mezzo a tanti disagi, le capitava talvolta di reagire con immediatezza a qualche improvviso malinteso; si sprofondava allora in scuse e alle suore che la consolavano confidava rammaricata: "Non ero così, ma in queste circostanze ...". In simili emergenze e in ogni altro bisogno aveva pure i suoi santi a cui ricorrere: san Giuseppe, sant'Antonio di Padova, san Francesco di Paola; deponeva davanti alla loro immagine un lume, faceva novene piene di fervore e - dicono le testimonianze - "otteneva".

Un anno, a primavera, si succedettero vari decessi per polmonite tra le malate e suor Giuseppina si sacrificò giorno e notte presso i loro letti, pur di portare un po' di conforto e una calda vicinanza in quei loro ultimi momenti.

Sembra che proprio questi strapazzi e in particolare l'assistenza impegnativa a una malata mentale abbiano acuito il male che da qualche tempo si trascinava senza darvi peso. Quando si decise per una visita medica, le fu trovato infatti un tumore all'intestino ormai inoperabile, perché in fase avanzata. Le rimanevano due mesi di vita e furono mesi di indicibili sofferenze, sopportate con la speranza, da sempre coltivata, di compiere il suo purgatorio in terra.

Si aggravò la mattina del 19 agosto 1907. Venne, chiamato con urgenza, il sacerdote, ma essa lo incoraggiò ad andare prima a celebrare la Messa, poiché avrebbe fatto in tempo a ritornare.
Poi, vedendo che anche la suora infermiera e la sorella suor Luigia non volevano scostarsi dal suo letto, si tastò il polso, e sentendo affievolirsi i battiti, esclamò: "Oh, al va, al va!". Strinse allora il Crocifisso invocando: "Signore buono, venite a prendere la vostra Giuseppina". Il sacerdote, che nel frattempo era tornato, le amministrò gli ultimi Sacramenti e le impartì la benedizione.

Quella stessa mattina suor Giuseppina spirò, lasciando nelle consorelle un'impressione di profonda pace. Chiudendo le sue note la cronista commentava: "Pare che così muoiano tutte le devote di san Giuseppe".


Suor Albarica Mascotti


Suor Giuseppina Biraghi (Rosa) nacque a Milano il 29 giugno 1847; entrò nell'Istituto il 24 dicembre 1862 ed emise i voti il 25 dicembre 1867.

 
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