TESTIMONIANZE
  Un dono che mi porto nel cuore
Scoprire il bello


L'ingresso del carcere della Giudecca si presenta come una normale porta, seguita da piccoli scalini sormontati da una passerella di ferro ricoperta da un sottile tappeto rosso.
Ma è quello che segue ciò che mi è rimasto impresso quel pomeriggio del 9 agosto 2012, quando le mie compagne ed io stavamo aspettando di poter accedere all'interno della struttura.

Davanti a noi si staglia il blindo che delimita la soglia tra prigionia e libertà, tra costrizione e cambiamento. Dopo minuti di attesa, che a me sembrano interminabili, la porta si muove lenta e pesante e provoca sentimenti misti di oppressione, angoscia, inquietudine e anche curiosità, perché davanti a me si schiude un mondo sconosciuto e spesso inquinato dal pregiudizio: quello delle donne del carcere. È un po' come entrare nella casa di sconosciuti, invadere i loro spazi e i loro ritmi, le loro sicurezze e il loro equilibrio..., magari conquistato dopo mesi o addirittura anni di lotte.


  L'ambiente che osservo mi colpisce, le finestre sbarrate, i muri scrostati e il pavimento sconnesso non fanno altro che aumentare le mie domande e le mie ansie. Superiamo un altro blindo e arriviamo in un piccolo cortile con in mezzo un pozzo. È lì, ci dicono, il luogo in cui dovremo mettere in scena il semplice spettacolo di presentazione che tutta la mattina ci siamo impegnate a preparare. È un modo di farmi conoscere; peccato che il mio ruolo non sia esattamente dei più seri, ma improvvisamente il flusso dei pensieri viene fermato dall'ingresso delle ragazze e delle donne che, sorridenti, si siedono a gruppetti sulle sedie che abbiamo disposto in cerchio. Ridono, scherzano e cercano di farsi conoscere nel modo più naturale possibile.

Il pomeriggio scorre veloce; tra canti, balli, sketch, risate e parole scambiate tra ragazze, la tensione si scioglie ed è già ora di andare. Una volta uscita dal carcere, tiro un sospiro di sollievo, ed è solo il primo giorno, contenta e confusa dall'insieme di emozioni provate. Il tragitto che ci riporta al convento dei frati, dove alloggiamo, è riempito da scambi di impressioni e sensazioni tra noi volontari. Abbiamo tutti voglia di ritornare, ed è con lo stesso entusiasmo che il giorno seguente ci ripresentiamo e iniziamo il pomeriggio, insieme con le donne, riempito da laboratori di vario genere (cucire disegni di stoffa su borse o magliette, realizzare braccialetti con perline, dipingere maschere...) che si alterneranno per tutta la settimana.

Ed è grazie a queste semplici attività che ognuna di noi ha la possibilità di instaurare rapporti con chi vive quella realtà quotidianamente. La cosa più bella è la spontaneità con la quale le ospiti raccontano di sé, delle loro famiglie, dei loro figli, di come si sentono e di ciò che vorrebbero fare o tornare a fare una volta uscite dal carcere e nello stesso tempo si interessano di noi, della nostra vita, delle nostre aspirazioni e dei nostri sogni; chiedono perché siamo lì e non in vacanza. È in quei momenti che ci si accorge che sono persone come noi, anche se in passato hanno commesso degli errori che chiunque, buono o cattivo che sia, potrebbe compiere se si trovasse in quella particolare situazione.
 


 

I giorni passano tra incontri formativi con le suore che ci accompagnano e con la direttrice, i magistrati, le volontarie, le educatrici, che vengono a farci visita e ci aiutano a rivedere la nostra opinione, liberandola dai condizionamenti dei mass media o dall'idea che i film ci ripropongono, e ci fanno riflettere sulla grande esperienza che stiamo vivendo.

La forza di andare avanti, nonostante la stanchezza, arriva dai costanti sorrisi delle donne che ogni giorno ci invitano a tornare l'indomani e ci attendono, impazienti anche solo di passare qualche minuto in compagnia a giocare, ridere, scherzare o ballare, soprattutto ballare.

La festa di ferragosto, uno degli appuntamenti più attesi, arriva e dura tutta la mattina fino alla sera con la Messa e i saluti che concludono la giornata. Per un giorno ci si dimentica di essere in un carcere, di avere delle mura che ci circondano e ci si lancia piene di entusiasmo; ci mettiamo in gioco nelle attività organizzate a squadre, nei balli di gruppo, nei canti o anche solo in qualche scambio di battute con chi non avevamo mai avvicinato prima.

Esauste ma piene di gioia, siamo segnate da un'esperienza che ci ha avvicinate tutte e che ci ha fatto scoprire il bello di esserci dentro fino in fondo.
I giorni passano veloci e il legame si fa sempre più forte, tanto forte da trasformarsi in vera e propria tristezza quando arriva il momento di salutarci, di tornare ognuno alla propria quotidianità, di lasciare quel pezzo di realtà, costruito insieme con tanta naturalezza ma anche tanto impegno.

Le lacrime versate sono il segno che qualcosa di forte è rimasto impresso negli occhi e nel cuore, che siamo cresciute, cambiate e che abbiamo lasciato un po' di noi là, in quel mondo a sé: una realtà che riesce a donare più di quanto uno possa immaginare. Esse sono la testimonianza che si sono creati legami forti tra noi, che prima non conoscevamo nulla l'una dell'altra, ma che in dieci giorni abbiamo imparato a condividere tutto e a supportarci a vicenda, rafforzando e unendo il gruppo come se fossimo insieme da sempre.

Quello che mi porto a casa è la convinzione di aver imparato che cosa significa affrontare una realtà diversa da quella in cui sono immersa ogni giorno. Ritorno non con l'idea di andare a donare gioia a chi è in una situazione svantaggiosa e non può godersi la propria libertà al cento per cento, ma con la volontà di ascoltare ed essere in grado di portare con chi mi sta davanti il bagaglio della propria esperienza e dei propri sbagli, alleviandone, anche solo per un po', il peso che grava sulla coscienza. Occorre far fiorire nel prossimo qualcosa di nuovo che lo renda consapevole che siamo tutti creature di Dio e che lui vede in noi un prodigio, nonostante tutto.


Giulia Fellini




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