TESTIMONIANZE
 

Un dono che mi porto nel cuore

Perché un'esperienza missionaria?



Tutto è iniziato al termine di un incontro di formazione alla carità per i ragazzi del «collegio Bianconi» di Monza, impegnati nell'attività di volontariato, tenutosi a Cesano Boscone nel maggio 2010. Come coordinatrice delle attività di volontariato della scuola, avevo invitato suor Erminia Ferrario a raccontarci la sua esperienza di religiosa medico all'Istituto dei Tumori di Milano. Il suo modo di comunicare ha coinvolto molto le giovani lì presenti, che non hanno esitato a fare domande e considerazioni circa il suo servizio a favore delle persone deboli e malate. Terminata la testimonianza, ha annunciato che il mese successivo sarebbe partita per Chirundu, dove avrebbe vissuto il suo essere suora di carità presso il «Mtendere Mission Hospital». Come sfida e provocazione ha invitato le ragazze ad andare a trovarla chiedendo loro, però, di darle prima il tempo di ambientarsi e di conoscere bene la realtà.

Sara e Valentina, due studentesse del «Bianconi», l'anno seguente mi hanno ricordato questo invito chiedendomi di iniziare aorganizzare l'esperienza missionaria. Altre giovani ex alunne del Collegio, tornate a scuola per salutare i loro professori, hanno raccolto l'invito e piano piano il gruppo ha preso forma fino a raggiungere quota nove. Ho preso, quindi, i contatti con l'assistente suor María do Carmo e in seguito con suor Nicoletta Ghilardi, delegata della provincia di Zambia e Zimbabwe. Dal mese di gennaio abbiamo partecipato a una serie di incontri in preparazione alla missione, tenuti da suor Marianna Scinardi e aperti anche ad altri giovani che avevano chiesto di condividere un'esperienza missionaria presso le nostre comunità.


Queste serate, trascorse nell'ascolto e nella riflessione, hanno aiutato tutte a crescere nella conoscenza di sé, dei propri doni e nella consapevolezza che andare in missione significa essere mandate da un Altro, che ci ha amate e ci invita a condividere ciò che siamo, prima ancora di ciò che abbiamo o sappiamo fare.

Questo cammino di preparazione ci ha aiutate a essere gruppo e a riconoscere che i nostri desideri spesso sono gli stessi della gente zambiana che abbiamo incontrato, in particolare l'anelito alla speranza e alla pace. L'esperienza è durata venti giorni (5 - 25 agosto 2012) e ha lasciato una traccia indelebile nella storia di ciascuna, come confermano le seguenti testimonianze.


 

Il «Mtendere Mission Hospital» è un'oasi di pace in un deserto di terra rossa e di umiltà. La povertà di Chirundu stordisce ma non fa male, ricorda una vita semplice che segue i ritmi del giorno e della notte, che avanza sotto un sole infuocato, che non si arresta e non si scoraggia di fronte a ostacoli per noi insormontabili. Le persone che lavorano in questo lontano angolo di mondo conoscono bene questa realtà fuori del tempo, sanno attribuire ai piccoli gesti quotidiani il giusto valore, sono consapevoli del costante bisogno da parte della popolazione di un sostegno spirituale, oltre a quello materiale e più immediato.
In ospedale e in orfanotrofio abbiamo conosciuto donne e uomini che lavorano con animo instancabile e spirito illuminato; abbiamo condiviso con loro attimi di straordinaria profondità. E in fondo agli occhi dei volontari, così come di tutta quella gente tanto provata dalla vita quanto ricca di luce e calore umani, abbiamo trovato l'eco di un'eternità che toglie il respiro.
Valentina Cambiago

Ha detto qualcuno che «L'Africa è un pensiero, un'emozione, quasi una preghiera: lo sono i suoi silenzi infiniti, i suoi tramonti, quel suo cielo che sembra molto più vicino del nostro, perché si vede di più, perché le sue stelle e la sua luna sono più limpide, nitide, pulite, brillano di più».
Questo potrebbe essere in sintesi la mia esperienza in Africa.
Le stelle nitide possono essere paragonate agli occhi splendidi delle bambine che per venti giorni ci hanno accolte nel loro mondo e con gentilezza, amore e tanta felicità ci hanno regalato lezioni di vita che porterò nel mio cuore per sempre.
Sara Vitale

Il 6 agosto Chirundu mi ha accolta nel buio quasi totale delle 19.30, con la sua polverosa terra rossa e con tante calde mani che facevano a gara per stringere le mie.
«Mudzi Wa Moyo», Villaggio della Vita, è stata la nostra casa per venti giorni; le suore della comunità di Chirundu - «Mtendere Mission Hospital» la nostra famiglia.
Grazie a loro ci siamo avvicinate alle persone, alla cultura e alle tradizioni di questa terra con delicatezza, senza essere troppo invadenti.
Grazie a loro abbiamo percorso, attraverso la preghiera e una grande spiritualità, la strada che ci ha condotte a comprendere davvero che cosa significhi la carità, la cura e l'attenzione verso i bisogni dell'altro.
Considero un dono e un grande privilegio aver potuto godere e gustare questa esperienza nella comunità di Chirundu.
Ringrazio le suore per la loro accoglienza e per non averci mai fatte sentire solo delle ospiti ma parte integrante della loro realtà.
Un ringraziamento particolare va a suor Erminia per la sua infinita disponibilità nei nostri confronti, nonostante i suoi innumerevoli impegni in ospedale.
Un altro va a suor Gift e a suor Jane, per essersi messe in gioco coinvolgendoci con tutto il cuore nella scoperta di questa meravigliosa Africa.
Lucia, mamma di Sara Vitale

 



 



Quando mi è stata proposta quest'esperienza sapevo di andare incontro a qualcosa di sconosciuto e ne ero elettrizzata. Conoscevo il grande lavoro che le suore di Maria Bambina e altri italiani svolgono attraverso il «Mtendere Mission Hospital», ma la mia permanenza a Chirundu è stata un'emozionante esperienza di arricchimento culturale e soprattutto morale. Il cielo stellato, ogni tramonto sullo Zambesi, ogni momento passato con le bambine del «Mudzi Wa Moyo» e con le mie compagne sono diventati stimolo di riflessione personale. Ho trovato la povertà ma anche una gioia di vivere inenarrabile; ho visto la cordialità della gente e la speranza nei volti dei bambini, ma anche le difficoltà legate alla sopravvivenza che ogni giorno queste persone devono affrontare. Così mi sono trovata a pensare molto circa il mio modo di vivere, a rivalorizzare la condivisione anche solo di un sorriso: paradossalmente queste persone, ognuna a modo suo, pur non avendo niente mi hanno dato tutto. Questo, e molto altro ancora, ha reso i venti giorni straordinari, lasciandomi con il forte desiderio che l'ultimo saluto prima di prendere l'aereo del ritorno fosse non un addio, ma piuttosto un caloroso arrivederci.
Valentina Malandra

Un'ultima parola non può mancare: l'esperienza è stata per tutte così profonda e intensa che, prima di lasciare la terra africana, ciascuna si è impegnata a riconoscere quale aspetto della propria vita doveva essere trasformato, dopo l'incontro con questa realtà e con queste persone. Qualcuna ha riconosciuto il valore del tempo che le è donato, sapendo stare nelle situazioni quotidiane. Altre hanno compreso l'importanza di vivere con più sobrietà il rapporto con le cose e il denaro. In tutte è cresciuto un atteggiamento di gratitudine a Dio per quanto ci ha donato di vivere durante tutto il tempo trascorso insieme. Io conservo negli occhi e nel cuore i volti delle consorelle incontrate in quei giorni, il loro stile di vita povero e sereno, la bella accoglienza che ci hanno riservata e le tante energie investite nel preparare e condurre con me questa esperienza che ha avuto il pregio di essere un'immersione nella vita quotidiana della gente, nei loro volti e nei loro sorrisi.
suor Monica Daniel





web site official: www.suoredimariabambina.org