TESTIMONIANZE
 

 

 

Gioie, dolori, fatiche e speranze

E' possibile educare?


È possibile educare? Ne vale ancora la pena? Queste domande costituiscono una tentazione che provoca la nostra attuale cultura. Abbiamo davanti a noi, e i nostri giovani hanno davanti a loro, una serie di strumenti di comunicazione che sembrano invadere ogni ambito della nostra esistenza con una forza e una capacità persuasiva forse mai viste. In questo clima, come pensare di essere noi gli educatori di una generazione che spende il suo tempo e impegna la sua intelligenza con agenzie (televisione, internet...) enormemente più potenti di ogni nostra capacità?

Accanto a questo, dobbiamo considerare come elementi, un tempo alleati all'azione educativa della scuola, siano oggi in disagio davanti al compito educativo. Le famiglie incontrano moltissime difficoltà sia ad affrontare le crisi interpersonali tra i coniugi, sia a proporre ai figli scelte sgradite o comunque forti: di qui la scarsa disponibilità, che spesso tocchiamo con mano,
a dire dei no; non stare sempre dalla parte dei figli, non schierarsi sempre e comunque al loro fianco contro le richieste di rigore della scuola appare a molti genitori impossibile.

  Infine, dobbiamo pur dire che la società nel suo insieme non ha più quella compattezza di valori che consentiva di qualificare in modo pressoché unanime un comportamento come accettabile oppure no: intendo dire che in fondo la società di qualche decennio fa aveva una base di idee comuni che, forse, non si vivevano sempre in modo coerente, ma almeno costituivano un punto di riferimento per tutti.

Oggi non è più così, anzi si teorizza che tanto una società è avanzata quanto sa fare a meno di riferimenti forti e condivisi, affidando a un relativismo totale le scelte personali e collettive: curioso punto di arrivo di un razionalismo esasperato che giunge a non considerare più possibile dire qualcosa razionalmente incontrovertibile. E dunque? Cediamo le armi davanti alle domande iniziali? Ci facciamo da parte e rinunciamo all'educazione?
 
 
Cominciamo con il dire che noi cristiani non possiamo farlo, anzitutto per una convinzione profonda: la nostra fede in Gesù Risorto ci fa considerare che mai tutto è perduto. Gesù ha redento tutti e tutto in noi: non c'è uomo, per quanto lontano dalla verità e dal vero, che non abbia in sé un nucleo generatore di bene, un punto di contatto dal quale possa partire la redenzione. Se abbiamo questa convinzione, credo, non possiamo non dirci educatori cristiani. Detto questo, dobbiamo pen-sare che educare si può e si deve, perché la persona ha un valore così grande che non è possibile rinunciare al compito di stare al suo fianco nel momento del suo cammino di crescita umana.    

 

Come fare?

Anzitutto occorre porsi al fianco dei ragazzi chiedendoci quali siano i bisogni che emergono dalle loro vite. Saper cogliere le loro esigenze, saper 'sentire con loro' (letteralmente 'simpatizzare' si direbbe dall'étimo greco della parola), comprendendo soprattutto che sotto ogni loro richiesta vi è un desiderio di essere compresi, accolti, in una parola, amati. Chiedersi continuamente come si può precedere la loro richiesta di aiuto, intuendo quali cammini la loro giovinezza sta compiendo e quali mete deve raggiungere, attraverso quali ostacoli e con quali sofferenze. Fare, insomma, come il padre della parabola dei due fratelli che non attendeva che il figlio prodigo tornasse a bussare alla sua porta, ma ogni sera saliva sulla torre, anticipando con la sua speranza il momento dell'abbraccio.

 
 



Questo mi pare lo stile dell'educare che noi dobbiamo ricercare, nel solco di quella capacità di «insinuarsi nel cuore dei giovani» che santa Bartolomea ci ha insegnato. Sappiamo che ci sono e sempre ci saranno momenti di delusione e di incertezza. Sappiamo che passare dai propositi al quotidiano è difficile e richiede un continuo riflettere come agire, un continuo inventare strategie, studiare comportamenti. Sappiamo che ci troveremo sempre inadeguati. Ma sappiamo anche che non potremo mai abbandonare il campo, perché educare non solo è possibile, ma è indispensabile, non solo vale la fatica, ma è bello. Perché educare non è una scienza esatta, non è frutto di tecniche, che pure aiutano.

Educare è un'arte. E come gli artisti, anche gli educatori avranno la soddisfazione di contemplare la loro opera, rendendosi conto che essa contiene molto di più di quanto consapevolmente essi hanno dato. Nessun artista è più grande dell'opera che ha compiuto: quando vedremo un nostro ragazzo crescere andandosene da noi, potremo dire che il nostro lavoro, per quanto umile, è stato benedetto dal soffio del Signore che splende in ogni persona.



prof. Marco Riboldi


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