TESTIMONIANZE
   
 

Gioie, dolori, fatiche e speranze

Padre Clemente e la sua barba


 

Perché questo titolo che può far sorridere e che, di fatto, vuole far sorridere e incuriosire e invitare a leggere questo scritto che intende onorare la memoria di un grande missionario, padre Clemente Vismara, a cui le suore di Maria Bambina sono particolarmente legate? Perché la lettera del parroco di Agrate Brianza, paese nativo di p. Clemente, inviata alla Madre per invitarla a una celebrazione che si sarebbe tenuta la sera del 14 giugno, parlava proprio della sua barba, recisa dal vescovo della diocesi di Kyainge Tong in Myanmar, prima della sua sepoltura, e poi suddivisa in tanti piccoli ciuffi e raccolta dentro un certo numero di reliquiari di cui uno riservato in dono alle suore di Maria Bambina.

Vengo anch'io invitata a partecipare a questa celebrazione, per i miei passati trascorsi missionari, per il mio attuale servizio nell'Ufficio Missioni, perché ho visitato più volte il Myanmar, di cui peraltro conservo un carissimo e bellissimo ricordo, e devo confessare che accetto l'invito con scarso entusiasmo: l'idea di un ciuffo di barba diventato reliquia non mi è... di particolare ispirazione!

Siamo in otto a salire sul pulmino diretto quella sera ad Agrate Brianza: ci sono quattro delle nostre sorelle birmane presenti in casa generalizia (due per partecipare al corso di formazione per econome e segretarie provinciali), c'è l'assistente suor Mary Kuriakose S., c'è suor Elena Pacini e c'è la nostra autista suor Giacomina Pedrini.
Di fatto, avendo previsto un affollamento stradale che invece non c'era, arriviamo nel paese con largo anticipo e scopriamo che la faccenda della barba è solo marginale a una solenne Celebrazione eucaristica che vuole concludere il cosiddetto 'anno vismariano' il cui inizio risale al giorno della beatificazione di p. Clemente, il 26 giugno 2011 in piazza del Duomo a Milano.


 

Il largo anticipo cui accennavo ci permette di fare un giro per il paese di cui il beato Clemente è divenuto l'orgoglio, e di visitarne la casa natale: una piccola finestra che si affaccia sulla strada, sopra un portone che immette in un ampio cortile oggi chiamato «Curt di Ferè».
È in quella piccola stanza al primo piano che il 6 settembre 1897 vede la luce il piccolo Clemente, quintogenito di mamma Stella e di papà Attilio, di professione sellaio. Una famiglia molto povera, come è assai frequente nella storia dei santi, dove Clemente assorbe fede e affetti profondi, dentro quella casa che, tuttavia, dopo pochi anni rimane incredibilmente vuota. La mamma Stella muore nel dare alla luce l'ultimogenito Luigi quando Clemente ha soltanto cinque anni, mentre il papà Attilio la segue tre anni dopo. Trent'anni la mamma al momento della morte e quarant'anni il papà.

È il dolore che lo ha segnato fin dall'infanzia a dare un indirizzo preciso alla sua vita? A costruire quel suo roccioso carattere che sempre trasmetteva la gioia di vivere e l'entusiasmo dell'operare, e che nessuna fatica aveva potuto mai fiaccare se non invece consolidare? È il suo essere cresciuto da orfano a renderlo tanto sensibile verso i bambini, i poveri e gli orfani, oggetto delle sue più tenere attenzioni?

Nelle due stanze, rimaste intatte nel tempo e ora diventate museo, sono esposti alcuni oggetti raccolti e conservati dopo la sua morte a Mong Ping. Povere cose, tra cui non poteva mancare la tipica borsa birmana a tracolla, intorno alla quale gira la leggenda che fosse sempre pronta a fornire al padre quanto gli serviva al momento per provvedere ai suoi poveri, fosse roba o fosse denaro. E non poteva mancare, in anteprima per noi, una piccola teca che custodisce un ciuffo, in questo caso abbastanza consistente, della barba in oggetto. Tutte povere cose, dicevo, a testimonianza di un'assoluta povertà materiale accettata e voluta, in solidarietà con i poveri a cui Gesù lo destinava.

 
 

La celebrazione presso la bella chiesa parrocchiale di Agrate comincia alle nove ed è presieduta da mons. Ennio Apeciti quale delegato arcivescovile. Mons. Apeciti è direttore dell'Ufficio per le Cause dei Santi e autore di una biografia di p. Vismara: «La vita è bella se donata con gioia», pubblicata nel 2011. Con lui celebra una decina di altri sacerdoti tra cui non possono mancare i confratelli del PIME, come si capisce dai piedi scalzi di qualcuno...
L'inizio della Celebrazione eucaristica è preceduto dallo 'svelamento' di una statua del beato Clemente, di cui parla nei dettagli il nipote Alfredo Vismara che ne è l'autore, rivelando nelle sue parole tutto l'affetto per questo mitico zio che aveva incontrato una sola volta nel 1957, quando questi era venuto in Italia per l'unica vacanza della sua vita, divisa tra cure mediche, conferenze, visite a cantieri, un viaggio a Lourdes, oltre a un mese intero di esercizi spirituali.

La statua che ora è posta sul presbiterio, ma che troverà poi collocazione in uno degli altari laterali della chiesa, è modellata in vetro-resina e presenta in tutta semplicità l'immagine più vera e familiare del padre. La lunga e pressoché inseparabile talare che dovrebbe essere bianca e che è stata invece colorata di azzurrino - mi fa ricordare che, di fatto, anche i vestiti bianchi delle nostre suore, lavati e rilavati con non so quale detersivo assumono nel tempo un colore azzurrino - e poi l'altrettanto inseparabile e coloratissima borsa a tracolla diventata la leggenda di cui dicevo sopra. La mano destra è alzata in benedizione e la sinistra è teneramente appoggiata sulla testa di un bambino, completamente nudo e roseo nella carne, che - immagine dolcissima - gli stringe le gambe e sembra volersi rifugiare tra le pieghe della talare. E la barba tutta bianca... quella barba che padre Clemente non ha potuto portarsi nella tomba perché doveva diventare sua reliquia..., l'unica.

Alfredo conclude la sua lunga esposizione con un «ciao, arrivederci» che s'incrina di commozione e la Messa può incominciare, solenne e accompagnata dai bellissimi canti del coro a cui risponde l'assemblea che gremisce la chiesa fino al minimo spazio. Noi suore siamo in prima fila, le quattro birmane fatte oggetto di particolare segnalazione, eredi dirette di quelle suore che con padre Vismara avevano condiviso tutto, a Mong Ping e a Mong Lin. La lunga omelia di mons. Apeciti è leggera e profonda insieme, nel ricordo delle virtù del missionario, di questo particolare missionario che si era veramente 'incarnato' tra la sua gente, individuando per ogni categoria la strada più adatta a un loro riscatto umano che si aprisse insieme al dono della fede. Con un'attenzione particolare rivolta agli orfani - i bambini che sono il futuro del Paese - e alle vedove, donne abbandonate da tutti e considerate portatrici di disgrazie. Quelle stesse donne, con il vestito della suora di carità, che gli sono state accanto in ogni sua missione e di cui dirà, in uno scritto che è ricordato alla fine della Messa: «...È difficile per la gente persuadersi che in questo mondo ci possano essere delle donne che si dedicano a un ideale di bene, di carità e di sacrifici. La suora passa tra loro a lenire le piaghe, a lenire dolori. Passa come portata dal vento, non si ferma, non s'indugia e quando il beneficato volge la testa per dire grazie, la suora è già lontana, china presso un secondo ammalato di cui neppure conosce il nome». E di una, in particolare, suor Battistina Sironi di Trezzo d'Adda, superiora di Mong Ping: «Se mi venisse a mancare non saprei come fare, oltre a non poter più parlare il mio dialetto...».
È delle nostre sorelle che p. Clemente parla, ed è per noi uno stimolo a chiederci quanto abbiamo raccolto di un'eredità che non è neppure tanto lontana.

La mia storia che è cominciata con la barba finisce qui, con la barba appunto. Al termine della Messa c'è la consegna solenne del reliquiario destinato alle suore di Maria Bambina «che questa sera sono presenti in mezzo a noi con alcune suore birmane, segno di una giovane Chiesa che cammina e cresce nella terra tanto amata dal beato Clemente».
È l'assistente suor Mary che lo riceve, e che amabilmente e nel suo buon italiano ringrazia tutti e ricorda come le suore, ormai tutte locali, tengano coraggiosamente viva la fiaccola accesa da p. Clemente, e da tanti altri missionari e missionarie che hanno posto le basi della Chiesa in Myanmar.
Mentre guardo con tenerezza a quei pochi peli racchiusi nel grande e prezioso reliquiario, che verrà portato in Myanmar dalle sorelle birmane, penso al solletico che quella barba avrà fatto sul viso di tanti bambini che potevano sentire in quel contatto l'amore di un padre che era tutto per loro. suor Maria Viganò


suor Maria Viganò




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