TESTIMONIANZE
   
 

Gioie, dolori,fatiche e speranze

Donava tutta la tenerezza di un cuore ben fatto: suor Concetta Pezzini, 1865-1907



Appena rivestita dell'abito religioso, suor Concetta varcava la soglia dell'istituto «Bellani» di Monza con l'entusiasmo proprio di chi inizia una nuova esperienza. Vi trovava una bella schiera di orfane per le quali era pronta a mettere a disposizione la sua abilità nel cucito e nel ricamo. I regolamenti del tempo miravano infatti a formarle «esperte nell'ago, nella spola, nelle faccende domestiche» (PREVEDELLO, St I, 296). Ma insieme suor Concetta donava tutta la tenerezza di un cuore ben fatto: aveva modi cortesi nel parlare e nel trattare con loro; era premurosa nel rispondere alle loro piccole richieste. In breve si era conquistata l'affetto di tutte.

Ancora più era amata e apprezzata in comunità; per l'anziana superiora poi, che la vedeva obbediente e operosa, era di grande consolazione e per l'opera una bella promessa. Con il passare del tempo suor Concetta si era accorta anche che la casa versava in grande bisogno e per aumentare le sue risorse aggiungeva lavoro a lavoro. Il telaio da ricamo le era sempre a portata di mano e non lo riponeva che a sera tarda. E tutto questo senza far capire i sacrifici a cui si sottoponeva. Anzi appariva sempre disinvolta come se non conoscesse stanchezza. Certamente la reggevano in quell'assiduità di lavoro la buona salute e i suoi giovani anni.


 

Tutto cambiò quando, un po' più avanti, cominciò ad avvertire i sintomi di una dolorosa spinite. La sua generosità nel donarsi fu allora ricambiata dalle consorelle che, sorrette dalla speranza che potesse guarire, andarono a gara nel prestarle piccoli servizi. La sentivano «troppo cara e necessaria - si legge nelle note biografiche - e la superiora avrebbe fatto miracoli pur di non lasciarla allontanare dalla casa». Venne invece richiamata a Milano, sempre con la speranza che nuove cure e più energiche le potessero giovare. Di fatto però non servirono che a provare la sua pazienza, poiché finì per perdere completamente l'uso delle gambe.

Non si fermarono tuttavia le sue mani che continuarono a essere operose, anche se ormai immobilizzata a letto. Ma non solo: la sua stanza divenne presto un luogo di cari incontri, di scambi fraterni, di stimoli al bene. Le suore coglievano tutte le occasioni per entrare e godere di quella sua compagnia serena e incoraggiante. Sì, perché suor Concetta allora dimenticava se stessa, ignorava il suo male e con il suo bel fare cortese si occupava di loro, della loro salute, dei loro problemi e delle loro gioie. E ciascuna ripartiva con tanta contentezza in cuore. La voce di quel bene si propagava nelle comunità così che tutte nell'Istituto sapevano chi fosse «suor Concetta dell'infermeria», come ormai la chiamavano.

In quella stanza si recava con piacere anche madre Angela Ghezzi, che talvolta conduceva con sé qualche prelato di passaggio nella casa generalizia. Da tutti l'inferma riceveva parole di conforto e benedizioni. E dovevano essere davvero tante se, in una di quelle circostanze, tra lei e il card. Andrea Ferrari di Milano erano corse queste battute:
- Vede, Eminenza, tante benedizioni di prelati e di persone insigni non fanno mai il miracolo di guarirmi!
- Figliuola mia, il miracolo c'è, è fatto ed è quello della vostra pace, tranquillità e rassegnazione alla volontà del Signore: dite poco?

Con un sorriso aperto e sincero suor Concetta confermò le parole del Cardinale, lasciando ancora una volta tutti persuasi della sua serena disponibilità alla croce. Capitava di tanto in tanto che impennate improvvise del male con febbri altissime facessero temere vicina la fine così da far accorrere il reverendo Todeschini con il Viatico o con l'Olio degli Infermi. Ma poi si riprendeva e tornava a sorridere.

Si avvicinava intanto il giorno fissato per il trasferimento dell'infermeria nel padiglione del «Sacro Cuore», voluto da madre Ghezzi per offrire alle suore bisognose di cure una sede più adeguata e più attrezzata. Riposto il Santissimo nella cappella, benedetta da mons. Marelli il 15 giugno 1907, incominciò la processione delle malate e suor Concetta fu la prima, portata a braccio su una poltrona.

 
 



Quando si trovò in giardino, le consorelle le fecero fare un ampio giro assecondando il suo desiderio di vedere per l'ultima volta certi angoli a lei cari. Abituata al chiuso di una stanza, «le pareva di rinascere»: saziava gli occhi di quel verde e respirava l'aria come se «la bevesse a larghi sorsi». «E non finiva di ringraziare le sue benefattrici», annotava la cronista.

La sua gioia fu piena quando, portata al secondo piano, le venne assegnato un letto dal quale poteva godersi un ritaglio di cielo e di ortaglia.

 

Poi ripresero a scorrere le giornate sempre più segnate dalla febbre e anche dal caldo dell'estate che avanzava. Per darle un po' di sollievo, la sera, veniva condotta su una carrozzella-lettiga accanto al finestrone del refettorio, dove spirava un po' di fresco. Ma non fu per molto. Come se ormai non si aspettasse altro sulla terra, si fermarono le sue mani e il respiro si fece più breve e affannoso; non si spense però il suo sorriso, né le venne meno la parola buona, anche se ormai faticosa.



Era così anche quando si era addormentata la sera dell'8 luglio, ma a mezzanotte un colpo di tosse svegliò la consorella che si prendeva cura di lei. Accorse, ma suor Concetta la assicurò che non era nulla. Accorse di nuovo quando il colpo di tosse si ripeté e in fretta suonò il campanello per chiamare la superiora e l'infermiera. Nel frattempo, intuendo che quei minuti per l'ammalata erano gli ultimi, le susurrò:

- Suor Concetta, offra il sacrificio della vita per i bisogni della santa Chiesa.

- Sì, rispose accennando un sorriso.

- Faccia volentieri anche il sacrificio dell'Olio Santo se non arriviamo in tempo.

- Sì, fiat, bisbigliò mentre reclinava il capo, soffocata da uno sbocco di sangue.

 

Quei pochi minuti non permisero alla superiora di arrivare in tempo; non le rimase che dare l'annuncio della sua morte, il mattino, alla comunità radunata per la Messa. Era il primo per il nuovo padiglione del «Sacro Cuore» e, sebbene le suore se l'aspettassero, fu per tutte «dolorosissimo, tanto suor Concetta era amata e stimata per la sua bontà umile e amabile».

   
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