TESTIMONIANZE
   
 

Il cuore si allarga

Per destare la speranza




Suor Gabriella, che vedo stanca dopo dieci giorni di intensa carità operosa, mi dice: "Eccoti, proprio te cercavo" ... Quante volte gliel'ho sentito dire! Poi, con il suo modo di fare, così che non le puoi dire di no, aggiunge: "Dovresti farmi ancora un piccolo favore, vorresti scrivermi una relazione sull'esperienza vissuta dalle ragazze al carcere femminile della Giudecca, dall'8 al 19 agosto?".

E allora eccomi qua, dal mio parziale punto di vista di frate che ha fatto semplicemente accoglienza e servizio per le ospiti nel nostro convento, senza però averle accompagnate in carcere come ha fatto invece padre Nilo Trevisanato, cappellano del carcere, un mio fratello che sa portare "pace e bene" in tutti i cuori. Accosento a questa richiesta semplicemente perché ho avuto la fortuna di condividere con loro momenti intensi di preghiera e perché durante il pranzo e la sera prima di andare a letto ci si fermava a conoscersi, a raccontarsi, a dirsi com'era andata la giornata.

E' allora dalla Parola di questi giorni che desidero partire, perché ci ha introdotti in un clima perennemente nuziale. Le ragazze invitate da Gesù come vergini sagge e vigilanti a visitarlo in carcere, invitate al banchetto di nozze da lui preparato nella comunione con gli ultimi, giorno dopo giorno, dopo aver valicato un confine difficile e aver abbandonato le paure e i preconcetti che la società impone, hanno scoperto nelle donne detenute le loro umanità, le loro storie, i loro nomi, le loro identità. Hanno compreso che non c'era nulla di diverso tra chi stava fuori quelle mura e chi, per scelte sbagliate o condizioni di vita più sfortunate e gravi, si trovava dentro.


 

Le giornate si dividevano tra preghiera, formazione alla carità, laboratori, dove imparavano a fare bracciali, collane, magliette, foulard, momenti in cui dovevano organizzare i giochi, servizio, testimonianze, condivisioni e revisionei. E' chiaro che il cuore dell'esperienza, sostenuta dai tempi di preghiera, consisteva nella relazione personale con le donne. L'incontro avveniva senza maschere, si rischiava tutto, si dava tutto: lo scambio era reciproco, non c'era un meglio o un peggio, né un buono o un cattivo, un di più o un di meno ... erano uguali, sorelle.

Per noi frati, che cercavamo di fartrovare tutto bello e buono per il loro ritorno, era meraviglioso sentirle e vedere che giorno dopo giorno, nonostante la stanchezza che andava aumentando, si presentavano sempre più felici, piene ... libere. Venire a contatto con quelle donne dava loro libertà di cuore, di espressione ... senza veli. Non solo apprezzavano la loro esistenza senza vincoli, priva di sbarre, di muri grigi, non solo gustavano l'effettiva libertà di poter vivere in pienezza quanto desideravano nell'attimo, ma scoprivano la libertà di essere loro stesse nella parità di dignità con le detenute. Avere poi la consapevolezza, dopo i primi difficili approcci e qualche rifiuto iniziale, di portare realmente la gioia, il colore, la musica e le danze tra quelle pareti soffocanti ha dato loro di sperimentare la felicità quale frutto del dono di sè.

Nelle preziosi condivisioni della sera, diverse ragazze esprimevano lo stupore davanti alla vita che nasceva dalle piccole cose nelle ore in carcere, dai piccoli gesti, dalla loro semplice, umile e forse anche impreparata presenza. Erano solamente lì, senza pretese, ma quella disponibilità era già tutto, era la radice e il tronco da cui tutto poi fioriva e si sviluppava. Suor Marisa, davvero instancabile motivatrice, era solita ripetere che quanto avrebbero dato sarebbe stato ricambiato cento volte tanto. Così è stato.

 

 

Con questo non si vuole dire che tutto sia semplice, anzi, ci sono stati rapporti difficili, qualche delusione, diverse sofferenze di fronte a giovani ragazze che vivono dentro il carcere un residuo di esistenza, e ad altre stanche di essere rinchiuse, senza aria. Ognuna delle volontarie custodisce in sé occhi e nomi, racconti e dolori, speranze di donne con le quali sono entrate in dialogo, e questo è preghiera, è offerta, è compassione, sentire e patire insieme, portare un po' quei carichi e di quelle solitudini e donare in cambio motivi di gioia e possibilità di una vita nuova, di un futuro migliore.

Non so se le nostre ragazze abbiano capito fino in fondo che cosa possono rappresentare per le detenute, ma solo il fatto di poter risvegliare il desiderio di una vita buona, di generosità, di solidarietà tra le stesse carcerate, di voler cambiare, di vivere il perdono per non ritrovarsi più in una situazione simile, di tornare a gustare il piacere di farsi belle, di prepararsi per qualcuno che le viene a incontrare e far festa è già tutto. Dal momento che tante volontarie sono educatrici o vivono nel mondo dell'animazione, sapere quello che si vive lì dentro, e poterlo comunicare all'esterno, può aiutare non solo ad apprezzare la propria esistenza, ma a prevenire comportamenti che possono un giorno portare a devianze serie e destini tristi.

Vedevo suor Annamaria prodigarsi in un continuo servire, ascoltare, portare su e giù carrelli di cibo e di bevande; e mentre stavamo pulendo a tarda sera le pentole, suor Marisa mi ha domandato: "Sai il segreto che ha reso speciale questo campo?". E me lo ha rivelato: "E' un gruppo di ragazze che si sono trovate, che si sono evangelizzate l'una l'altra". In effetti, anche per me, che conosco questa esperienza da tre anni, è risaltato subito alla vista il particolare 'feeling' che si è instaurato fra loro. Pur essendo di età diverse, e venendo da paesi e contesti anche molto distanti, sono nate subito collaborazione, fiducia reciproca, partecipazione collettiva in tutto, ciascuna con il suo dono e con le sue competenze. Si cercavano tra loro, amavano stare insieme, raccontarsi le vicende del giorno, sia nelle lunghe camminate per raggiungere il carcere, sia nei pochi tempi liberi che avevano. E' bello vedere una fraternità di donne vivere una comunione così sincera e profonda, senza mormorii o giudizi reciproci. Pe noi frati averle potute 'servire', ragazze e sorelle, è stato bellissimo. Ci conferma ancora più che la somiglianza al Padre è data dalla relazione di macshio e femmina, dal servizio che i due generi possono offrire nel rispetto delle proprie identità e missioni.

Lasciare le donne in carcere e lasciare il convento per le ragazze non è stato facile. Dopo dieci giorni di vita e di quotidianità condivisa, dopo la festa del quindici agosto per l'Assunta, trascorsa in carcere dalle 9.00 del mattino alle 19.30 di sera, carica di colori e di danze, con il pranzo condiviso nel grande cortile con tutte le donne, dopo il suono delle campane di notte da parte delle ragazze che ha fatto sorridere i frati, dopo tante emozioni provate con le persone conosciute, il cuore si allarga ma anche si divide.

Si vorrebbe essere là tra loro, ma i saluti finali, gli abbracci e qualche lacrima, lo scambio di doni e di lettere, l'offerta da parte delle carcerate di una spilla da portare sulle borse fanno capire che nulla potrà sciogliere ciò che è stato legato dall'amore. Con il ricordo di un cielo stellato la notte di san lorenzo in attesa di qualche astro cadente, dei canti dell'adorazione notturna fatta in sottocoro, tra nardo e mirra, con ancora viva la sensazione delle mani che si stringono per consegnarsi una promessa e un arrivederci, posso ripetere con convinzione le stesse parole della liturgia del giorno in cui ci siamo salutati: "Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te, perché dove andrai tu, andrò anch'io, e dove ti fermerai, mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio" (Rt 1,16).


fra Massimo Ezio
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