TESTIMONIANZE
   
 

Il desiderio di qualcosa di più

Mite, paziente e premurosa: suor Geltrude Bongiovanni, 1825-1907



Appena Luigia ebbe posto piede nel monastero delle Benedettine di Santa Grata a Bergamo, dove credeva di essere chiamata, le successe un fatto strano: vedendo le consuetudini di vita delle monache, pur senza volerlo, non riusciva a trattenersi dal ridere. Eppure aveva fatto quella scelta perché amava la preghiera e sentiva un profondo bisogno di raccogliersi in Dio.

Impressionata da quello che le capitava, decise di confidarsi con il confessore, dal quale ebbe questa risposta: "Si vede che il Signore non ti vuole qui; va' dalle 'Paolotte', là ti troverai bene". Seguì quel consiglio e il 23 settembre 1847 si presentò al noviziato in via San Bernardino, dove venne accolta con larghezza di cuore. Si trovò di fatto bene e fece del bene anche alle altre novizie con il suo "bel corredo di virtù" e soprattutto con la sua serena accettazione delle privazioni e dei sacrifici inevitabili in una casa aperta da pochi mesi. Negli ambienti mancavano ancora le cose necessarie: non bastavano per esempio le sedie che ciascuna spostava con molta disinvoltura dal dormitorio al refettorio, alla sala delle riunioni e della ricreazione, secondo il bisogno. Eppure c'era gioia dentro quelle strettezze e Luigia sapeva alimentarla.

  Era entrata nell'Istituto con il diploma di scuola superiore, "raro a quei tempi", annotava la cronista. Perciò, dopo la vestizione religiosa, con la quale ebbe il nome di suor Geltrude, le venne affidato l'insegnamento in una classe. Si dedicava ad esso con passione ma era troppo buona e accondiscendente e le ragazze ne approfittavano. Le stesse frequentavano anche l'oratorio festivvo, dove ritrovavano la loro maestra che le istruiva nella dottrina cristiana, suggerendo loro anche piccoli esercizi da praticare lungo la settimnana per migliorare se stesse. Quando però rimettevano piede in aula se li dimenticavano e, per quanto facesse, suor Geltrude non riuscipa proprio a imporsi per riportarle all'ordine.

Le vennero perciò assegnati altri servizi: la farmacia, l'economato, la portineria. La si vedeva destreggiarsi ad accorrere dall'uno all'altro, quando suonava il campanello della porta o era richiesta negli uffici. "E' la voce del Signore", sussurrava a ogni chiamata, mentre scendeva o risaliva, premurosa ma composta.

Per un certo tempo diede un aiuto anche alla maestra delle novizie, suor Annamaria Borghi. Per quelle giovani aveva cure materne e a loro bastava guardarla per imparare. I superiori pensarono pure che, per la sua virtù, forse la persona adatta a occupare un posto di superiora a Caleppio, dove si era creata una situazione difficile, ma fu tale la sua sofferenza che dopo pochi mesi dovettero richiamarla a Bergamo.

Con il trascorrere degli anni quella "suorina tutta raccoglimento e compostezza" era ormai conosciuta dalle consorelle delle comunità vicine come suor Geltrude di Bergamo. Tutte, sostando in quella casa, che nel frattempo era divenuta sede provincializia, avevano goduto delle sue attenzioni di carità ed erano rimaste edificate nel vederla così mite, paziente, premurosa nel suo riserbo. "Pareva - dicono le testimonianze - che in lei fosse scomparso quell'io che ci fa tanto battagliare".

Ed era bello osservarla, di sabato, mentre con un gesto solenne, che continuava una tradizione e aveva una storia, accendeva un lume davanti a un'antica immagine della Madonna. Era stato acceso la prima volta nel 1848 dopo che i soldati ebbero perlustrato la casa in cerca di un ambiente adatto per la scuderia. Fortunatamente non si erano accorti di quel grande locale a pianterreno e se ne andarono indispettiti. Proprio lì si trovava su un muro scrostrato quell'immagine. Le suore avevano riconosciuto in quella svista una particolare protezione della "Madonnina della stalla", che da allora venne presa in grande considerazione. Al tempo di suor Geltrude quel locale era già trasformato in cappella.
 
 
Ben sessant'anni suor Geltrude trascorse a "San Bernardino" e gli ultimi tre furono segnati da una "penosa infermità" che - commenta la cronista - più che a purificare un'anima così bella servì a renderla più grande davanti a Dio.

"Grazie, per me tutto va bene", rispondeva alla sorella che le chiedeva se preferisse una cosa piuttosto che un'altra. Solo quando temeva di essere immortificata accettando, sussurava con bel garbo: "Grazie, mi farebbe male". E a chi si mostrava spiacente perché la sorella che la serviva, pur buona e premurosa, aveva modi un po' rudi, assicurava: "No, poveretta, ha tanto buon cuore". Negli ultimi mesi dovette abbandonare anche la carrozzella e rimanere stabilmente a letto. Era quasi sempre assopita, ma si rianimava subito quando sentiva parlare di Comunione e si poteva poi cogliere quanto la desiderasse mentre il sacerdote le si accostava con l'Eucaristia. Si riebbe anche dopo che, in un momento che sembrava l'ultimo, le venne amministrata l'Unzione degli infermi, ma ormai i suoi pensieri erano occupati in Dio e non sospirava che il Cielo. Si spense alle ore 16 del 6 giugno 1907, vigilia della festa del Sacro Cuore.
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