TESTIMONIANZE
   
 

Grazie di cuore!

Questa carità troppo mi piace



"Non è possibile allargare il cuore a tutto il mondo, se non si va al fondo del valore di ciascuno. Non è possibile vivere una fraternità profonda con uomini di luoghi, culture e condizioni diverse, se non conosciamo il cuore dell'uomo, il nostro cuore."

Bello vero? Quando ho letto per la prima volta queste poche frasi sul sito delle suore di Maria bambina di Lovere era già da un po' di tempo che pensavo che un giorno avrei voluto partire per un paese di missione, il Brasile magari, ma era qualcosa di molto più simile ad un sogno di evasione che non a un progetto concreto, un volersi cercare altrove.
Queste parole però mi avevano colpito perché, a differenza di tante altre associazioni di volontariato, non mi veniva proposto di imparare una lingua o una cultura diverse dalla mia per prepararmi a questo tipo di esperienze, ma di partire dalla conoscenza del mio cuore per scoprire dove cercare il valore dell'altro, e il mio.
E così mi sono buttata...

 

Ed è così che alla fine di luglio, invece che in Brasile, mi sono ritrovata in un piccolo villaggio della Romania, dove ancora le carrozze fanno concorrenza alle macchine, a fare da animatrice a quasi duecento scatenatissimi bambini tra i 4 e i 15 anni.
Alla mattina io e le altre ragazze, e le giovani suore che hanno condiviso con noi questa esperienza, vivevamo insieme momenti di riflessione e di preghiera, alle volte talmente intensi e profondi che a qualcuna venivano i "lucciconi" agli occhi.

Una volta una di loro, commossa, mi ha detto: "Sembrava proprio che parlasse di me". E un po' è stato proprio così: ognuna di noi alla fine aveva guadagnato qualcosa per la sua vita, qualcosa di importante, ce lo sentivamo addosso, insieme alla gioia di aver gettato le basi per delle belle amicizie.
Poi ci davamo da fare per preparare le attività del pomeriggio, e una volta che avevamo cucinato, mangiato, sparecchiato e lavato tutto, era già arrivata la "carruzza".

I bambini, infatti, ci aspettavano in un altro paesino, vicino ma non abbastanza da arrivarci a piedi senza perdere ore preziose, e così le suore rumene avevano chiesto a un ragazzo del posto se poteva portarci lì con la sua carrozza, di modo che, aiutando noi, si potesse contemporaneamente aiutare lui e la sua famiglia a guadagnare qualcosa in più.
Se vi state immaginando una carrozza come quelle che si vedono al museo, per principi e principesse, non ci state andando molto vicino: era una sorta di carretto, di quelli dove di solito si trasporta la paglia, e casomai le persone, sedute sulla paglia. Assolutamente essenziale insomma, ma anche assolutamente fantastico: arrivare alla meta attraverso quelle strade piene di crepe e di buche sembrava sempre una pericolosa avventura, non vi dico le urla e le risate, ma soprattutto ci siamo tutte affezionate tantissimo al nostro giovane "tassista".

 


 

 



Fin dal primo giorno si era premurato di farci trovare delle assi con delle coperte perché potessimo stare sedute più comode, e non ha mai smesso, in tutta la nostra esperienza, di avere per noi i più caldi sorrisi e la più grande disponibilità, ridendosela allegramente dei nostri tentativi di farci ascoltare dai suoi cavalli. Cosa che abbiamo avuto modo di apprezzare ancora di più quando, uno degli ultimi giorni, siamo andate a visitare la sua casa: era tanto piccola e tanto povera, e tutto ciò che vi era contenuto era frutto del lavoro del nostro amico, che a neanche vent'anni già doveva lavorare in campagna per mantenere i suoi non pochi fratelli più piccoli.
Allora abbiamo pensato che in fin dei conti avrebbe potuto non essere così gentile con noi, sapeva che venivamo da un paese più ricco, avevamo molte più cose e certamente "sudandocele" di meno, avrebbe potuto... Ma questo era il nostro modo di ragionare: da quando siamo piccoli ci dicono che quando hai poco ti rendi conto meglio che quello che conta davvero non sono le "cose", in Romania io questo l'ho toccato con mano.
Lui di cose ne aveva davvero poche, ma aveva uno sguardo talmente bello e vivace che da quando sono tornata in Italia faccio fatica a trovarne di simili.

Infine, terminato il giro in "carruzza", arrivavamo dai bambini. I pomeriggi li passavamo interamente con loro: iniziavamo con dei bans e dei balli (che lasciavano noi con il fiatone, e loro freschi come una rosa, ovviamente), e poi giochi, attività manuali, riflessione guidata e preghiera. Noi siamo abituati a pensare i giochi nella forma di una partita di calcio o di pallavolo, ma lì campi sportivi non ce n'erano, avevamo solo un prato, e anche i materiali che avevamo a disposizione per le attività erano pochi e molto semplici: fogli di carta, colori, gesso e piattini di plastica. Non molto insomma, ma la difficoltà acuisce l'ingegno, e così ho potuto scoprire giochi bellissimi a me assolutamente sconosciuti, e vedere fogli di carta colorati trasformarsi in un eleganti cigni o in mazzi di fiori tra le mani di bambini concentratissimi.

La scarsa conoscenza della lingua all'inizio sembrava una difficoltà, ma poi ci siamo accorte che i bambini ti capiscono lo stesso, o meglio, capiscono se ti interessi davvero a loro, a loro in particolare, di lei Sabina e di lui Iosef, se davvero vuoi coinvolgerli in un gioco divertente o se sei preoccupato che si facciano del male. I bambini capiscono se ci tieni a loro, anche se disponi di un vocabolario di dieci parole.
E così ci siamo affezionati, noi a loro e credo anche un po' loro a noi, e l'ultimo giorno anche quelli che il primo ti tenevano il muso erano lì a cercare un abbraccio. E a donarne anche, di fortissimi.



Elisabetta

Giornate di animazione in un villaggio della Romania



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