TESTIMONIANZE
   
 

Grazie di cuore!

Si manifestò in lei la bontà del Signore: suor Angela Mantica, 1857-1906



Chiara scelse la festa dell'Immacolata del 1877 per salutare la famiglia, la cerchia dei parenti e degli amici, la sua Monza ed entrare nel noviziato di Milano. Aveva vent'anni e varcando quella soglia sentiva in sé un forte stimolo a farsi santa e a lavorare per il bene di tante persone bisognose. Da poco più di un anno il noviziato aveva una nuova sede presso la casa generalizia in via Santa Sofia e tutto in quell'ambiente raccolto e fervoroso dava ali ai suoi desideri di dedizione.

  Fu pienamente appagata quando, vestito l'abito religioso e assunto il nome di suor Angela, si trovò tra gli ammalati in una corsia dell'Ospedale Maggiore di Milano. Degli anni che trascorse in quel servizio le memorie biografiche dicono semplicemente che li visse «rendendosi cara a Dio e agli uomini». In realtà, era tutto; non potevano dire di più.

Le sue belle doti umane e le solide disposizioni spirituali non sfuggirono ovviamente ai superiori, che in seguito le affidarono la comunità dell'ospedale dei cronici a Cernusco sul Naviglio (MI). Qui fu amata soprattutto per la pazienza con cui attendeva a quel genere di malati che ne richiedevano tanta.

Nel 1893 venne trasferita nell'ospedale-ricovero di Schio (VI) per sostituire la superiora suor Luigia Rossi, eletta in quell'anno consigliera generale dell'Istituto. Anche in questo ambiente si videro presto i frutti del suo carattere buono e di quell'inclinazione ormai abituale alla carità, che la spingeva a raggiungere tutti e a farsi attenta a ogni bisogno.

Compiva poi il suo specifico compito di vigilanza con una diligenza perfino meticolosa; eppure, quando tra i ricoverati successe un disordine morale, si sentì schiantata come se tutta la responsabilità ricadesse sulla sua persona. Per la delicatezza di coscienza non poteva trovare conforto nemmeno nella parola rassicurante dei superiori, che le furono subito vicini. In nessun modo riusciva a rimuovere quel peso: il pensiero le correva sempre lì e lo scrupolo la tormentava senza tregua. Era per tutte una pena incontrarla con quegli occhi umidi di pianto e con quel gemito sempre sulle labbra. Non era più lei.

Fu allora richiamata nella casa generalizia per un po' di riposo, nella speranza che la lontananza dal luogo, l'affetto delle persone, il contatto prolungato con il Signore nella preghiera l'aiutassero nella ripresa. Circondata da quelle attenzioni premurose, riacquistò piano piano la sua serenità fino a tornare al suo stato normale. Poté così svolgere con il fervore di prima il compito di superiora nel ricovero di mendicità, alla Senavra di Milano.

Ebbe in seguito una ricaduta negli scrupoli, che però si dileguarono definitivamente con un periodo di riposo a Maggianico di Lecco. Qui, a trascorrere un po' di vacanza c'era anche la consigliera generale suor Felice Bonotti. Suor Angela ebbe così il piacere di incontrarsi con lei che, affettuosamente chiamata «nonna Felice», era venerata nell'Istituto come testimone delle origini. Viveva ormai di quei ricordi e, sollecitata dall'interesse delle consorelle, raccontava volentieri di Bartolomea, che aveva conosciuto da bambina, e di suor Vincenza con la quale era vissuta a lungo.
 
 
Ad ascoltarla veniva anche il padre Luigi Mazza, che di quei ricordi si servì per stendere le biografie della Capitanio e della Gerosa. Furono gli ultimi racconti perché nel 1903 suor Felice moriva. Nello stesso anno suor Angela divenne superiora nella casa di Maggianico e fu una presenza cara per le suore che, bisognose di cure e di riposo, vi sostavano per qualche tempo. Esse infatti tornavano alle loro comunità non solo ristabilite in salute ma portandosi dentro anche una profonda riconoscenza per le attenzioni di carità della superiora.

"Ma il Signore voleva fare di suor Angela una santa", commentava la sorella incaricata di raccogliere le sue memorie, come per dire che non ci sono tregue nelle vie di Dio. Di fatto, dopo la prova morale, suor Angela dovette affrontare quella fisica della malattia: un tumore che le causava spasimi fortissimi. Per tanto tempo essa sopportò il male soffrendo in silenzio, poi capì che la sua vita si stava spegnendo e si dispose a morire nella speranza cristiana.

A questo punto - commentano ancora le note biografiche - "si manifestò in lei la bontà del Signore", perché parve entrare in un'oasi di pace profonda; e con quella pace ricevette gli ultimi sacramenti. Aveva superato la prova e già pregustava qualcosa dell'altra riva, che toccò alle ore 8.00 del 24 marzo 1906, vigilia dell'Annunciazione del Signore.
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