TESTIMONIANZE
   
 

Tenere accesa la speranza

Voci nel rione

 

Sono piccole, pesanti storie vissute e raccontate dai bambini del rione "Sanità" di Napoli, dentro le quali sono proprio loro a tenere accesa la speranza.

  "Sono Giuseppe, un bambino di tre anni. Ieri mio papà è andato in cielo, ma io non volevo, perché doveva stare con me. Mio papà non veniva a prendermi a scuola dell'istituto Ozanam, perché stava male e sempre si drogava. Mia madre prima litigava e piangeva, adesso piange solo e mi stringe al cuore". Due giorni dopo, accoccolato sul letto vicino alla mamma e guardando il soffitto, dice: "Mamma, rompiamoil soffitto così io vedo il cielo e parlo con papà!"

"Mi chiamo Jenni, ho nove anni e frequento la terza elementare a "Papa Giovanni". Faccio parte del gruppo della chiesa (ci chiamiamo così perché ogni sera scavalchiamo il cancello e giochiamo sul piazzalino di S. Severo). Le mamme stanno un po' tranquille, perché siamo un po' riparati dalle macchine e dai motorini. Mio papà è in carcere e solo qualche volta mia mamma mi ci accompagna a vederlo. .Anche i miei compagni hanno il papà in carcere e noi parliamo sempre di queste cose".

"Sono Niko di undici anni, nato a Napoli, ma i miei genitori sono capoverdiani. Io non ho vissuto con mio papà, perché lui se n'è andato con un'altra famiglia. Mia mamma si è sposata con Giorgio ed è nata Melania, la mia sorellina. Quest'anno sono stato in ospedale "Santobono" per tre mesi con una grave infezione alla gamba. I dottori non sanno bene che cosa fare e noi siamo disperati. Mia madre ha perso il lavoro di domestica, così anche Giorgio, perciò non sappiamo neppure come pagare l'affitto".

"Sono Morena e abito in vico Carretta. Qui ci sono uomini che fanno i 'pali' e spacciano la droga a tutte le ore. Mia mamma mi dice di stare attenta, ma io esco lo stesso, anche quando sento gridare perché un papà picchia una mamma o quando tutti fuggono perché viene la polizia".
 

 

 


Mi chiamo Angene e i miei genitori sono srilanchesi. Frequento la seconda elementare e sono molto bravo, anche se la maestra mi sgrida perché chiacchero sempre. Mia mamma è bella e buona, lavora sempre in casa perché io e i miei fratellini mettiamo tutto sottosopra. Mio papà ha un negozietto vicino alla stazione. Prima stavamo bene, ma ora con gli uomini cattivi che gli chiedono sempre i soldi, mio papà non ce la fa più".

"Sono Adriano, ucraino. I miei genitori mi portarono a Napoli, nel rione Sanità, quando ancora la mamma mi allattava.
Poi mio papà morì. La mia casa sui Gradini Cinesi è molto piccola, non c'è spazio neanche per mangiare. Io prendo il piatto in mano e, seduto sul letto della mia mamma, mangio. Mia mamma è molto bella e giovane. Non so come ha fatto a diventare amica di un uomo grande del Pakistan che fa e vende orecchini. Ora vive con noi e passa giornate intere senza guadagnare un euro. Io sono triste e mi raggomitolo nel letto.

"Sono Emanuela di dieci anni. Mia mamma è infermiera e mio papà è professore. Ho una sorellina e un fratellino. Abito nella Sanità, in un vecchio appartamento al secondo piano. Mio papà vorrebbe cambiare casa, ma mamma è affezionata perché qui è nata lei e sopra abita mia nonna che ci aiuta. Io sono timida e ho paura delle cose che dicono i grandi. Mia madre non mi fa affacciare al balcone, perché ci sono cose che non devo né vedere né sentire".

"Sono Jennifer. Non ho il papà. Mia mamma mi dice che quando io ero nella sua pancia, lei e mio papà erano andati col motorino al bar vicino alla chiesa. All'improvviso: "Pum ... pum ...": Mio papà era a terra morto. Mia mamma fu portata all'ospedale, perché fu colpita alla gamba e tutti ebbero paura per me. Ora abbiamo una foto di papà grande come un quadro".

"Siamo tre fratellini, sempre uniti, sempre con papà e mamma. Mio papà è malato e sta sempre in casa. Noi dopo la scuola gli facciamo compagnia e non ci piace uscire. Mia madre a piedi come una freccia fa tante commissioni, prima andava col motorino ma poi le hanno fatto una brutta multa e non se lo può più permettere. Da un mese abbiamo cambiato casa, perché quella in cui abitavamo era anche della zia e facevamo questioni. Un altro grande dispiacere abbiamo: la nostra sorella grande si è sposata e non vuole più vedere né mamma né papà. Non sappiamo neanche dove abita".


a cura di suor Lucia Sacchetti
web site official: www.suoredimariabambina.org