TESTIMONIANZE
 

 

 

Come un raggio di sole

Racconti di vita

 

Siamo quattro dipendenti della "Fondazione Istituto Neurologico Carlo Besta", che hanno fatto un'esperienza di trenta giorni in India presso l'"Infant Mary's Convent" di Mangalore, come volontari nella missione gestita dalle suore di Maria Bambina, la congregazione della nostra suor Adriana Nardin.

E' arrivato finalmente il 18 novembre 2010, giorno della partenza, da noi tanto atteso e carico di emozioni. Dopo un lungo e stancante viaggio abbiamo avvertito fin da subito di essere arrivati in un Paese molto diverso dal nostro, non solo per la differente cultura, ma anche per il clima. Già nelle prime ore siamo stati investiti da una fortissima pioggia monsonica. Siamo arrivati nella città di Mangalore, nello stato del Karnataka, affacciato sul mare Arabico, dove siamo stati accolti da un piccolo gruppo di suore piene di entusiasmo nel vederci. L'ambiente è gioviale e accogliente e tutto questo per noi è stato incoraggiante.

  La mattina dopo il nostro arrivo, suor Emma, suor Evangelina, suor Tullia e suor Severine ci hanno accompagnati a visitare la struttura. L'impatto emotivo per noi è stato molto forte, in quanto abbiamo trovato non una struttura sanitaria come noi ci aspettavamo, ma una struttura di accoglienza per disabili fisici, mentali, anziani, giovani abbandonati e una vasta area per orfani che comprende anche una scuola.

L'attività di ogni sezione è ben organizzata: ogni singola persona, compatibilmente con la propria disabilità, ha un proprio ruolo e dei compiti ben precisi. Tutto questo permette una quasi totale autonomia, riducendo la necessità di aiuto esterno. Dopo la visita al complesso e un breve colloquio con la superiora suor Emma, le chiediamo come avremmo potuto renderci utili. La risposta è stata: Siete operatori sanitari e capirete da soli quello che c'è da fare". Questa risposta ci ha lusingati ma nello stesso tempo spiazzati, in quanto ognuno di noi era convinto di avere assegnati dei compiti ben precisi, come nel nostro abituale lavoro.

Nei giorni successivi abbiamo cercato di capire, osservando le varie attività, come poterci inserire ed essere di aiuto senza stravolgere la routine quotidiana, fonte di sicurezza per le persone che vivono all'interno della comunità.

Abbiamo incontrato difficoltà nel relazionarci con loro, sia per il fattore linguistico e per quello culturale sia per una giustificata diffidenza nei nostri confronti. La carenza più evidente che abbiamo avvertito è stata quella affettiva. Abbiamo pensato che il modo più semplice per avere un approccio con una comunità di persone così differenti, noi compresi, fosse il gioco. Con il gioco si abbattono muri che dividono, paure, diffidenze, pregiudizi; il gioco è un mezzo attraverso il quale si riesce a meglio comunicare e a trasmettere emozioni. Una palla, un mazzo di carte, le bolle di sapone, i colori sono bastati a creare e a sviluppare dei legami affettivi, facendo crescere giorno dopo giorno un rapporto sempre più intimo e di conseguenza una fiducia reciproca.


Il rapporto di amicizia che pian piano si è instaurato ci ha permesso di conoscere le storie personali di molti, spesso drammatiche e toccanti, cariche di solitudine, abbandoni, povertà e ingiustizie sociali.

Tra l'altro, abbiamo notato che gli unici beni personali posseduti dagli ospiti erano un letto, il comodino e gli ausili per la deambulazione, tutti in uno stato di incuria. Abbiamo perciò deciso, in accordo con gli ospiti della comunità, di avviare un lavoro di restauro su sedie a rotelle, comodini, stampelle e quanto fosse utile per il lavoro e lo svago. Dopo aver comprato pennelli, vernici, carta vetrata e tutto il necessario, abbiamo dato inizio ai lavori. Comprare le attrezzature e organizzare le attività lavorative non avevano solo lo scopo di riparare, ripulire e verniciare comodini e carrozzine, ma erano uno sprone per rendere i nostri amici partecipi di un impegno di gruppo. Ogni mattina ci aspettavano ansiosi ed entusiasti per portare avanti i lavori e spesso facevano proposte per ampliare il progetto.
 



 
Questa attività ha creato un coinvolgimento affettivo ogni giorno più intenso, in quanto il lavoro pratico passava in secondo piano e prevalevano sempre di più il rapporto interpersonale e l'attenzione verso il singolo. Questa esperienza ci ha arricchiti non solo a livello tecnico, ma soprattutto a livello umano: ognuno di noi ha ricevuto più di quanto ha dato.

Ringraziamo di cuore quanti hanno contribuito a realizzare questo progetto: la comunità di Mangalore, le suore che ci hanno assistiti, in particolare suor Adriana, il S.I.T.R.A., le direzioni della Fondazione.


Antonio Faedda, Costanza Gorini, Loretta Gulluà, Dora Vogel
(da INN BESTA 2011/1)
web site official: www.suoredimariabambina.org