TESTIMONIANZE
   
 

L'uno accanto all'altro

Con la voglia di ricominciare

 

Nel 1986, quando il fenomeno dell'immigrazione si diffondeva in modo significativo in Lombardia, la vecchia cascina in zona Forlanini, alla periferia di Milano, venne ristrutturata per iniziativa della diocesi e adibita a casa di prima accoglienza per stranieri.
Nasceva così "la Grangia" di Monluè, oggi aperta a rifugiati richiedenti asilo politico. La gestiscono le suore di Maria Bambina, coadiuvate da operatori e volontari.
L'opera è sostenuta dai soci dell'associazione "la Grangia" e ospita ogni anno una cinquantina di persone.

 
Per qualche ospite della Grangia la giornata inizia presto se l'orario di lavoro lo richiede, in ogni caso tutti devono essere fuori alla 9.00 del mattino, dopo aver fatto la prima colazione. E' il regolamento a stabilire così- spiegano gli operatori - per spronarli ed evitare che rimangano in camera a dormire oa guardare la TV tutto il giorno. Il rientro è previsto alle 17.00 e la cena in refettorio è fissata per le 19.30. "La domenica gli ospiti possono rimanere a casa - dice Paola Spagni -, pranzano insieme e poi si organizzano partite di calcio o altro". L'operatrice ci tiene a sottolineare che a Monluè la convivenza è buona anche tra ragazzi appartenenti a etnie nemiche nei Paesi di origine, come nel caso dei pashtun e degli azara tra gli afgani oppure di etiopi e di eritrei: "persone che nel loro Paese sarebbero le une contro le altre (non mangerebbero allo stesso tavolo, né giocherebbero nella stessa squadra di calcio) alla Grangia lavano adirittura i piatti insieme. Per noi sono tutti uguali, vivono l'uno accanto all'altro, magari condividono la camera, perché quando arriva un nuovo ospite gli si assegna il primo posto libero.

Dopo cena ci sono diverse proposte: lunedì e martedì corsi di italiano tenuti da diciannove volontari; giovedì serate culturali con Paolo Bonetti, docente di Diritto degli stranieri presso l'Università statale della Bicocca e con don Giancarlo Quadri, responsabile per la diocesi di Milano della pastorale dei migranti, che affrontano temi come l'immigrazione, il dialogo tra le religioni, igiene e sanità ... Una volta alla settimana sono invece i giovani del decanato Forlanini ad animare la serata. "Prima proponevano solo giochi - spiega suor Vincenza Cornolti - ma da quest'anno realizzano anche alcuni lavoretti di pittura e altro, così anche i nostri ospiti si sentono utili e quello che si riesce a vendere va come contributo alla casa".
 


"La Grangia in questa zonadi Milano è una finestra sul mondo e una ricchezza anche per i volontari passati lungo gli anni - aggiunge Paola -. Ricordo h quando andavo come volontaria, l'aspetto bello era il contatto diretto con gli ospiti, la conoscenza personale. All'inizio lo straniero fa paura, ma poi ti rendi conto di essere tu stesso straniero nei loro confronti. Stando insieme una giornata, come il 1° maggio scorso per una gita, molti ragazzi si aprono e raccontano storie incredibili. Sembra impossibile che nel 2010 possano esistere ancora episodi di tortura e di persecuzione come quelli descritti".

Ogni ospite ha la sua storia, i suoi traumi e le sue sofferenze, come Aziz che ha lasciato una figlia di quattro mesi al suo Paese ed è scappato perché rischiava di essere ucciso. Insieme a Mohammad - spiega suor Vincenza - "lo abbiamo riollaborazione, richiamato alla Grangia per una piccola così guadagna qualcosa e fra un anno o due può trovare una sistemazione fuori; offriamo la stessa opportunità ad altri ragazzi". Mohammad ha ventuno anni, ha lasciato l'Afghanistan quasi tre anni fa e prima di arrivare a Milano come rifugiato è passato da Bari, Crotone, Roma ... "Abitavo a Laghman, vicino a Kabul, dove studiavo - racconta -, ma sono fuggito a causa della guerra. Volevo trovare un Paese dove studiare, qui in Italia mi trovo bene e ho imparato la lingua". Oltre ai dieci mesi trascorsi in una struttura del comune, Mohammad ha vissuto anche in un appartamento a Milano, poi ha accettato la proposta di suor Vincenza. Lavora in un albergo vicino a piazzale Lotto come magazziniere e usa anche il computer, quando esce va alla Grangia ad aiutare e resta lì a dormire. A casa ha lasciato un fratello più piccolo e la madre, che sente al telefono la domenica e che lo consiglia di andare a scuola per il suo futuro.

Claude ha origini africane ed è arrivato alla Grangia quattro mesi fa, lasciando a casa una figlia di sei anni. "Ho frequentato un corso di elettricista e ora sto facendo il tirocinio - racconta il giovane-, ho iniziato anche la scuola media per ottenere la licenza.
Le suore sono molto gentili e accoglienti, qui mi trovo bene". Prima di arrivare alla Grangia abitava in via Fulvio testi in un centro del comune. "Il mio futuro dipende dal lavoro, ammette. Comunque credo di restare in Italia, non sono mai stato in altri Paesi, ma qui è tranquillo. Ora sto bene, anche se all'inizio è stato difficile perché non conoscevo la lingua".

L'ultimo arrrivato è Abdelkeriam, trentadue anni compiuti. Ha lasciato l'Eitrea ed è arrivato in Italia, passando per l'Olanda. Prima lavorava come mulettista e abitava in un appartamento, poi è stato da un amico e adesso è ospitato a Monluè. Lavora come magazziniere e spesso per i turni torna tardi la sera. Il suo sogno è trovare un'occupazione stabile senza più contratti a termine.

"Gli ospiti hanno in genere una formazione scolastica superiore - continua Paola -, ma abbiamo avuto anche analfabeti e laureati e per questi è difficile inserirsi nel mondo del lavoro. In Italia devono accontentarsi di lavoretti di volantinaggio, affissioni, carico e scarico ... perché spesso non hanno diplomi o titoli riconosciuti nel nostro Paese. Da due anni abbiamo un consulente impegnato tutta la settimana che affianca gli ospiti nella ricerca attiva del lavoro, non solo per la stesura del curriculum e l'invio, ma anche per prendere contatto con le cooperative o aziende e presentare il progetto di integrazione. Lo scopo è quello di arrivare a renderli autonomi e a mandarli a vivere in un appartamento quando riescono a pagare l'affitto". Ma prima ancora cerchiamo di essere solidali con loro e di aiutarli a integrarsi nel tessuto sociale del nostro Paese.


da "Il Segno" - mensile della diocesi di Milano, giugno 2010

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