TESTIMONIANZE
   
 

Parlava con la sola sua presenza

Comunicava l'amore di Dio: suor Eustocchio Cambieri, 1834-1907

 

Suor Eustocchio non era "un'aquila di intelligenza", secondo le memorie, ma possedeva un cuore sensibile e tanto "buon criterio"; possedeva pure l'arte di lavorare se stessa, rendendosi amabile e sempre disponibile. L'obbedienza poi era per lei sacra. Raccontavano le compagne di noviziato che anche se le avessero comandato quelle stranezze che si leggono nella vita dei padri del deserto le avrebbe eseguite prontamente. E non per pusillanimità, ma per la grande fede nella mediazione dei superiori.
Si era abituata, con un assiduo esercizio, a riconoscere la mano del Signore in tutto, anche nelle spine che a mano a mano spuntavano sul suo cammino e dentro le piccole burrasche che talvolta vedeva agitarsi attorno, nell'ambiente di servizio. Sapeva passare attraverso la sofferenza, assumerla, viverla guardando oltre, mantenendo in alto lo spirito. "Risaliva subito alla permissione di Dio", spiegano le testimonianze; perciò rimaneva tranquilla.

Nei primi anni di vita religiosa svolse il suo servizio nell'Ospedale Maggiore di Milano e successivamente nei befotrofi al "Santa Caterina", sempre a Milano, e all'"Ospizio esposti" a Venezia, occupata nei vari uffici della casa e infine come superiora. In quegli ambienti, segnati da tante situazioni penose, suor Eustocchio parlava con la sola sua presenza, bastava che ci fosse: operosa, semplice nel tratto, prudente nella parola, comunicava quell'amore di Dio che coltivava nel colloquio assiduo con lui, con un'intensa preghiera. Senza accorgesene, faceva tanto bene e si attirava stima e affetto. Ma le rose che fiorivano sui suoi passi erano spesso bagnate da molte lacrime segrete.

 
Nel 1866 dovette lasciare Venezia: piangevano le suore e con loro i bambini: e lei per piangere aveva un altro motivo, essendo stata nominata superiora provinciale di Pavia. L'Istituto era alle prime esperienze in questo servizio poiché le province erano state erette proprio l'anno precedente. A madre Ghezzi occorrevano dunque persone da preporre ad esse e aveva pensato anche a lei, sempre così pronta all'obbedienza. Questa volta però suor Eustocchio non riusciva a superare lo sgomento per quella decisione e sentì il bisogno di esporre le sue ragioni, dicendosi di poco ingegno, di corte vedute, non sufficientemente istruita, impreparata insomma a quel compito, e sostenendo che parlava proprio con verità non per umiltà.
Le risposero che si cercavano appunto persone buone a nulla perché le più adatte per fare qualcosa. Partì dunque per il "San Giorgio" di Pavia, confidando unicamente in Dio. E non deluse certo quelle attese poiché spettò ancora a lei avviare la nuova provincia di Brescia quando si aggiunse alle prime sei, nel 1898, con sede a Castegnato. Qui suor Eustocchio compì il suo mandato governando con tanta prudenza e carità. Faceva i suoi progetti, prendeva le sue decisioni, ma non fidandosi pienamente dei "propri lumi" sottoponeva tutto ai superiori e accettava consigli anche dalla suora, giovane e inesperta, che l'aiutava nella corrispondenza e che rimaneva stupita ed edificata per tanta umiltà. Governava pensando e operando sempre con attenzione al bene delle persone. Per incontrare le suore presiedeva a tutti i corsi di esercizi spirituali, per i quali scelse come sede l'istituto "Santa Maria" di Brescia, perché più spaziosa e più facilmente raggiungibile da tutte. In casa avvicinava le anziane e le malate cun un'inesauribile pazienza e alle ricreazioni della comunità si presentava sempre gioiosa, con un ben fornito repertorio di barzellette che facevano divertire. Eppure spesso nascondeva in cuore gravi preoccupazioni.
Concluso questo servizio nel 1902, anche la sede provincializia fu trasferita in "Santa Maria" a Brescia e suor Eustocchio passò al Conventino di Lovere come superiora. Continuò, e tanto più nella terra delle Sante, a servire con grande carità e a camminare veloce sulla via della santità. Le suore potevano costatare che più avanzava negli anni e più "si faceva spirituale", più si affinava nel considerare "le cose della terra" nel loro giusto valore, alla luce cioè di quelle di Lassù.
 
Aveva come motto "scomodarsi per accomodare" e lo viveva come vera "serva di tutte", concretamente, dentro ogni frammento delle sue giornate. . Alla stessa carità formava anche le suore. Non si stancava poi di raccomandare un grande rispetto per i prossimi. "Noi non vediamo che la corteccia delle azioni - diceva - non potendo penetrare nell'interno delle persone, e avviene sovente che ciò che noi giudichiamo difetto potrebbe essere presso Dio un atto meritorio". Era capitato anche a lei - raccontava - di essere passata da una comunità in cui era amata e considerata a un'altra in cui era ritenuta inetta perfino a levare la polvere dai mobili. "Qui - disse alla Madre che le chiedeva come si trovasse - non c'è pericolo che possa insuperbirmi". Ed era bastata questa parola perché cambiassero subito opinione nei suoi riguardi.

Una robusta fede e una viva confidenza nel Sacro Cuore di Gesù e in Maria l'aiutavano a vivere comunque in pace. Aveva dalla sua parte anche san Giuseppe, dicono le memorie, e lo pregava nei momenti difficili e per ottenere una buona morte.
Con gli anni, infatti, aumentavano anche gli acciacchi: le gambe cedevano, aveva disturbi di cuore e un persistente male alla bocca e soffriva di bronchite cronica. Eppure era sempre pronta agli esercizi comuni, e a chi le chiedeva come stesse rispondeva: "Vecchiamente bene", e con un largo sorriso lasciava persuaso chi non la conosceva a fondo.
I suoi mali si acuirono nel febbraio del 1907. Non sembrava tuttavia ancora imminente la sua morte, ma essa segretamente l'attendeva per la festa di san Giuseppe, suo patrono, dal quale aveva preso il nome di Battesimo. Nel frattempo le suore, addolorate e insieme edificate dalla sua serenità, si avvicendavano in quella stanza chiedendole ricordi: "Lavorate molto, diceva loro, sempre però con la retta intenzione di piacere al Signore". Entrò anche la Teresa, un'anziana donna di casa, un po' loquace, addetta alla portineria. "Parla poch, Teresa, parla poch", le raccomandò forse per l'ennesima volta.

Si avvicinava intanto la festa di san Giuseppe e suor Eustocchio si aggravava: la viglia accusò un dolore acuto al cuore e volle che le si chiamasse il sacerdote. Venne il prevosto che l'assistette con tanta carità; ritornò al mattino della festa per amministrarle gli ultimi Sacramenti e più avanti nella giornata, quando essa richiese la Comunione come viatico.
Le si fece vicina per assisterla in quell'ultima ora anche la superiora di Sovere, suor Angiolina Sangalli.
"Se permette, mi fermo un pochino a tenerle compagnia", le bisbigliò.
"La ringrazio, ma mi spiace che non posso tenerle compagnia io: sento tanto sonno ...", le rispose.
E con queste parole passò al riposo eterno nel Signore, nella festa di san Giuseppe, come desiderava. A pochi giorni di distanza la seguì anche il prevosto che l'aveva così amorevolmente assistita.

Il compianto fu unanime: per la comunità era la "superiora santa", per l'Istituto "una delle sue colonne", testimone autentica dello "spirito delle fondatrici", per le giovani una saggia educatrice, per gli ammalati e i poveri una tenera madre. Per la gente di Lovere era "la santona": accorse infatti numerosa al suo funerale per testimoniare il gran bene da lei ricevuto.
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