TESTIMONIANZE
 

 

 

 

 

 


A contatto con un'altra realtà
Dio resta sempre con noi: suor Elisabetta Pelloso, 1874-1906.


Anna fu accolta nel noviziato di Trento in una festa cara all'Istituto, il 21 novembre del 1897. La sua vocazione era stata molto contrastata in famiglia, soprattutto dal padre che aveva per lei un evidente predilezione. In realtà non poteva non compiacersene quando la osservava così lesta nel lavoro e così piena di criterio e di buoni sentimenti nei rapporti con le persone. Probabilmente aveva già fatto qualche congettura anche sul suo futuro e, in ogni modo, non sapeva rassegnarsi a quel posto vuoto in casa.

Quelle sue belle qualità Anna le fece subito fruttificare anche nella vita religiosa, lasciando presagire in lei "un modello di suora", come ebbe a dire la stessa superiora della casa di Trento.

Con la vestizione ricevette il nome della mamma, Elisabetta, e svolse poi il suo servizio nell'ospedale di Povo. Fu dapprima affidata a una suora esperta, perché l'addestrasse nella pratica infermieristica. Riuscì a imparare presto e bene. Dovette anzi superare le attese se quella consorella poté riferire alla superiora provinciale che a suor Elisabetta "non mancava proprio nulla non solo per svolgere il suo compito, ma anche per guidare una comunità".

Si moveva attenta e sollecita nella corsia facendo amare la sua presenza, perché alla laboriosità sapeva unire prudenza, avvedutezza e tanta tanta pazienza. "Era giusta e cara - conferma un'altra voce - e tutti facevano grande assegnamento sopra di lei". In questo servizio, che l'appassionava sempre più, trascorse serenamente alcuni anni.

A scompigliare la laboriosità di quelle giornate bastarono alcuni insistenti colpi di tosse che la colsero all'improvviso. Nulla di preoccupante secondo una prima visita medica. Pochi giorni dopo, però, l'assalì la febbre e le venne diagnostica una "tubercolosi galoppante, della specie più infettiva". Trovandosi così di sorpresa di fronte all'unica prospettiva del ricovero a Castegnato, suor Elisabetta provò un naturale smarrimento. Non si era mai allontanata dal suo Trentino e in quella lontana infermeria non conosceva proprio nessuno. Il pensiero di dover lasciare tante persone che le volevano bene accresceva la sua pena. Si affidò allora alla Vergine di Pompei, a cui era particolarmente devota, e nella preghiera recuperò la sua serenità interiore.

Nelle suore di Castegnato poi trovò attenzioni così cordiali che l'aiutarono ad abituarsi presto al nuovo ambiente e a starvi persino volentieri. Un cruccio tuttavia le rimaneva annidato in cuore: era la nostalgia delle sue giornate operose, che in certi momenti l'assaliva con veemenza. Invocava allora con tutta l'anima la grazia di poter tornare in corsia con i suoi malati. Era giovane e non riusciva a persuadersi di finire così la sua vita. Quell'appasionato desiderio di guarire però prendeva sempre più la forza di una tentazione e suor Elisabetta non tardò a riconoscerla. Ricorse ancora a Maria e a poco a poco la sua disposizione interiore cambiò in una serena accettazione della volontà del Signore. Così un giorno, accorgendosi che attorno al suo letto si davano da fare per procurarle un po' di sollievo, si rivolse al medico rassicurandolo: "Non si crucci, dottore, devo ugualmente morire. Se vuole il Signore, perché non dovrò essere contenta anch'io?" E il medico lasciò commosso l'infermeria.

Nella festa dell'Annunciazione del 1906 le fu concesso di fare la professione perpetua e da quel momento i suoi pensieri si concentrarono ancora di più sul grande Incontro. Quando sembrava ormai vicino, ricevette 'il conforto' dei Sacramenti e della preghiera della Chiesa e sentì così vivo il desiderio del Paradiso da non poterlo più contenere. Diceva ora all'una ora all'altra: "Morire, che gioia! La morte e poi il Paradiso. Vado in Paradiso non perché l'abbia meritato, ma perché Dio buono me lo dà. Non appoggiamoci alle creature, ma a Dio solo: quelle ci mancano. Dio resta sempre con noi".

Le consorelle che l'avvicinavano raccolsero queste sue parole di fede vissuta come da una 'cattedra'.

Dal Trentino venne anche la mamma per assisterla. Suor Elisabetta però non volle che si fermasse fino alla fine; temeva di non sopportare il suo dolore e la convinse a tornare dal padre, ma lo fece con tanta delicatezza che la mamma partì rassegnata. Per lei giunse presto l'ultimo giorno, che trascorse quasi sempre assopita. Ad un tratto però riprese coscienza e, rivolgendosi alla suora che la vegliava, le susurrò: "Incominci il santo Rosario come siamo d'accordo ..."; e quando sentì che il suo tempo finiva, bisbigliò ancora: "Oh, gioia! Vivere bene ... patire volentieri ... non badare a nulla ... morire ... il Paradiso ..."; e spirò. Erano le ore 19.00 del 17 luglio 1906.

Non aveva chiuso gli occhi e le si era fissata in volto un'espressione così soave che tutte accorsero ad ammirarla. Neppure le suore più anziane - conclude la cronista - ricordavano di averne vista una eguale.






 







 




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