TESTIMONIANZE
 

 

 

 

 

 


A contatto con un'altra realtà
Spirava freschezza e candore: suor Tarcisia Cairati, 1880-1906


Giuseppina si presentò nel noviziato di Milano proprio il giorno del suo onomastico, il 19 marzo del 1898. Era giovanissima: avrebbe compiuto i diciotto anni il 23 dicembre. Le compagne di formazione furono subito attratte dalla sua persona perché spirava freschezza e candore, e a mano a mano che la conoscevano la consideravano un altro san Giovanni Berchmans, del quale sentivano probabilmente leggere la biografia in refettorio.

In realtà con il suo comportamento suor Giuseppine invogliava all'emulazione sia quando si raccoglieva in silenzio per la preghiera sia mentre svolgeva con precisione e gusto i piccoli doveri quotidiani. Appariva sempre in atteggiamento accogliente e si esprimeva con garbo. Assidua nel lavoro, in breve tempo divenne esperta nel cucito.

Con la vestizione religosa si chiamò suor Tarcisia e il suo primo campo di servizio fu presso la scuola materna di Leggiuno (Varese), dove si era appena costituita la comunità. Fu un'esperienza dura per quelle prime suore, che si trovarono con un lavoro pesante, con scarsità di mezzi e in tanta povertà da dover a volte saltare i pasti. A tutto questo si aggiungevano incomprensioni e dispiaceri, probabilmente da parte di chi amministrava l'opera.

Suor Tarcisia, che vedeva la sua superiora angosciata per questa situazione, cercava di sollevarle l'animo mostrandosi contenta di quello che c'era e perfino divertita per quello che mancava. Della sua virtù si accorse lo stesso parroco, che - osserva il cronista - non era di facile "accontentatura".
Evidentemente le difficoltà non furono solo quelle compatibili con gli inizi dell'opera, poiché dopo cinque anni, nel settembre del 1904, le suore dovettero lasciare quel servizio.

Suor Tarcisia ebbe come nuova destinazione il collegio di Bari. Vi giunse però segnata dagli stenti patiti e non vi rimase molto, perché non tardarono a manifestersi in lei i sintomi della tubercolosi, "il morbo che non perdona", come veniva chiamato allora. Eppure in quel breve tempo la comunità si era già accorta della tempra spirituale di suor Tarcisia, tanto che la superiora provò rincrescimento nel vederla partire.

Venne dapprima curata nell'infermeria di Milano, dove si attirò subito la benevolenza delle consorelle, oltre a tanta ammirazionme per il suo "saper soffrire bene".

Nascose poi sotto il suo abituale sorriso il nuovo distacco, che le venne chiesto nella speranza che l'aria migliore di Castegnato le potesse giovare. Lo sperava pure lei, perché aveva tanta voglia di vivere. Continuò anche qui a "sorridere tra i dolori" e a rendersi cara a tutte con quel suo connaturale candore.

Vedendo poi che il male prendeva il sopravvento, non sperò più di guarire e, pur continuando a tenere tra mano fino all'ultimo l'inseparabile lavoretto, si raccolse in se stessa per disporsi a morire bene. Con vari giorni di ritiro si preparò pure alla professione perpetua, che emise il 19 luglio del 1906. Le rimanevano otto giorni di vita, durante i quali ricevette l'Unzione degli Infermi e salutò a una a una le consorelle, che passavano a visitarla: le salutava - precisano le testimonianze - "come se dovesse intraprendere un viaggio di piacere". Solo verso la fine passò un'ombra sulla sua serenità: la videro a un tratto aggrapparsi al collo dell'infermiera, come colta da un'improvvisa paura, che alle suore presenti parve opera del maligno.

Avvertito, accorse subito il sacerdote che confessava nella stanza attigua, ma nello stesso istante la suora spirava. Nel darne l'annuncio a Milano, la superiora di Castegnato soggiungeva. "Suor Tarcisia era ormai matura per il Cielo".






 










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