TESTIMONIANZE
 

 

 

 

 

 


Grazie!!!

Passò la sua vita facendo a tutti del bene: suor Margherita Maffeis,1827-1907


«Abbiamo ancora i santi tra noi», commentava la cancelliera dell’Istituto nel raccogliere le memorie degli ottant’anni di suor Margherita. E risalendo quel lungo cammino costatava che le sue buone disposizioni spirituali erano state subito notate nel tempo del noviziato, che compì a Bergamo.

Angelina, così si chiamava, vi era infatti giunta dal suo paese di Villa d’Adda il 4 marzo del 1853, portando già con sé «un bel corredo di virtù» e tanto candore unito al criterio di persona matura.
Dopo la vestizione religiosa passò nell’istituto «Santa Chiara», sempre a Bergamo, dove trascorse tutti i suoi cinquantaquattro anni di vita religiosa, svolgendo a mano a mano i servizi di lavanderia, guardaroba, cucina, portineria, assistenza alle signore pensionanti. Si occupava pure dei bachi da seta e aveva l’occhio sempre attento all’ordine e alla pulitezza degli ambienti, pur tanto poveri. Anzi, nei primi anni, in quella casa mancava perfino il necessario. Sotto la spinta dei bisogni, don Carlo Botta, che l’aveva voluta, aveva aggiunto servizi a servizi, ma mancavano forze e mezzi per sostenerli. A suo tempo, la Gerosa stessa era intervenuta facendogli presente che «per sentimenti di umanità e per dovere preciso di regola non poteva permettere che le suore si assumessero degli obblighi sotto i quali restassero esauste le loro forze o che non lasciassero loro un tempo congruo per attendere almeno alle più strette osservanze», che bisognava insomma «misurare quelle spalle che dovevano portare» tutti quei pesi. Da allora le cose non dovevano essere molto cambiate: suor Margherita infatti vedeva spesso la sua superiora suor Scolastica Mangili crucciarsi per quelle strettezze.

Essa allora si dava da fare per mantenere la serenità e lenire con disinvoltura fatiche e rinunce. Era anche supplente della superiora, la quale tuttavia non le riservava particolari riguardi, anzi, quando in comunità si verificava qualche inconveniente, riprendeva pubblicamente lei, sebbene affatto estranea al caso o addirittura ignara. Suor Margherita chiedeva prontamente perdono con molta umiltà, mentre tutt’attorno le consorelle assistevano commosse; e quando una di loro ritenne giusto dimostrare l’innocenza di suor Margherita, la superiora le rispose: «Lo so bene, ma batto dove posso battere: suor Margherita è una santa di buona stoffa e il suo esempio fa un gran bene alla comunità». In casa c’erano bambini dell’asilo, ragazze strappate ai pericoli della strada, signore anziane provate dai dolori della vita, e suor Margherita si aggirava tra loro con occhio vigile per prevenire e con cuore aperto per accogliere e provvedere. Per la sua mitezza e prudenza riusciva efficace quando consolava, convinceva nell’ammonire, sapeva curare con pazienza anche dove c’erano tante pretese e sapeva avvicinare ognuno con un bel fare semplice e gioioso.

Era quindi naturale che si conquistasse l’affetto di tutti, grandi e piccini. Alle consorelle poi sembrava che avesse «lumi speciali» per capire le persone e i loro problemi e intervenire al momento buono. I ritmi quotidiani della casa diventavano più serrati quando scoppiavano le epidemie, e in quegli anni era riapparso anche il colera. In quelle emergenze si faceva ancora assegnamento sulla generosità di suor Margherita, che si prestava senza distinguere giorno e notte ma senza perdere il dominio di sé e delle cose. Se attorno si creava un po’ di agitazione per l’incalzare dei bisogni, interveniva lei e con una parola pacificava gli animi. «Facciamo le cose con calma - diceva -, pigliamo tutto dalla mano del Signore, a tempo debito egli metterà in luce quanto conviene per la gloria sua e a salvaguardia dei suoi fedeli». Indubbiamente da questa fede e confidenza prendeva vigore il suo instancabile servire.

Nella sua vita ebbe anche la consolazione di vedere avviati i processi per la beatificazione della Gerosa. Non l’aveva conosciuta personalmente, ma ne aveva sentito parlare da persone che le erano state molto vicine, come suor Fedele Giudici, suor Egidia Fiorini, suor Caterina Bianchi, suor Francesca Rosa e la sua stessa superiora suor Scolastica che andava talvolta dalla Gerosa a sfogare «tutti i suoi fastidi», tornandosene poi più sollevata (cf Proc II, 333). Per queste sue conoscenze, nel 1902, fu chiamata anche lei a deporre quello che aveva sentito raccontare da loro. Era ormai anziana e, delicata di coscienza, temeva di incorrere in qualche imprecisione. Quando, infatti, si trovò sola davanti all’imponenza di quei prelati si sentì smarrita e alle prime domande del promotore svenne. La seduta fu rimandata ad altro tempo e la sua testimonianza sulle virtù della Gerosa venne poi apprezzata da tutti. Raccontò pure le grazie straordinarie ottenute per sua intercessione, di cui era stata lei stessa testimone in «Santa Chiara»: la guarigione della moglie dell’ortolano, quando era ormai in condizioni disperate, e quella di una signora del pensionato, immobilizzata a letto da un anno. Proprio lei aveva suggerito a quest’ultima di fare una novena alla Gerosa e poi di ripeterla, non avendo ottenuto la grazia. A quel punto la signora aveva ripreso a camminare; non solo, ma - concludeva suor Margherita - «con i suoi settantasette anni andava ancora su e giù dalla città alta di Bergamo senza fatica alcuna» (Proc II, 648-649).

Per l’età, ma molto di più per «la tenerezza del suo affetto», in casa suor Margherita era ormai chiamata da tutti «la nonna»: una nonna affabile con i bambini, attenta e paziente con le ragazze e le anziane, e che in comunità attendeva alle «osservanze» con la freschezza di una giovane. Agli anni si aggiunsero però piano piano anche gli acciacchi, che cominciarono con qualche puntata di febbre che la sorprendeva nella notte. Attendeva allora che suonasse la sveglia per bussare alla porta della superiora e chiedere il permesso di prolungare il riposo. Per non destare preoccupazione, a quella febbre non badava poi tanto, ma dovette arrendersi quando le venne diagnosticata una polmonite. Suor Margherita tuttavia non si scompose, tanto che la superiora, vedendola perfettamente calma, pensava che non si rendesse conto della gravità del suo male. Volendola allora preparare, le chiese se desiderava i Sacramenti; e lei prontamente: «Certo, voglio morire bene; so di essere nelle sue mani, superiora!».

Attendeva solo quel cenno per consegnare, come sempre, la sua volontà all’obbedienza. Tutt’attorno le consorelle piangevano inconsolabili, mentre suor Margherita, ricevuti i conforti della santa Chiesa, passava senza le fatiche dell’agonia nell’abbraccio del Padre. Era il 25 gennaio del 1907. La notizia della morte della «nonna» suscitò un generale rimpianto in casa e fuori, in città; apparve anche sul «colonnone» di «L’eco di Bergamo» con l’elogio delle sue virtù e della «modestia con cui le abbelliva», ma soprattutto della sua carità sollecita, soave, paziente che l’aveva resa benemerita nell’istituto «Santa Chiara». Venne anche diffusa un’immagine ricordo che compendiava così il suo programma spirituale: «A imitazione del divino Maestro, passò la sua vita facendo a tutti del bene».

 

 

 

 

 

 

 

 

 






 

 

 

 

 

 

 

 



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