TESTIMONIANZE
 

 

 

 

 

 


Amare con tutto l'amore di cui siamo capaci
Semplice, obbediente, piena di carità: suor Natalina Favalli, 1855-1907.


Tutto in suor Natalina lasciava trasparire "quella bella fede" che fa vivere fiduciosi in Dio, affidati alla provvidenza delle sue mani. Fin dal noviziato si era esercitata a guardare oltre le persone e gli avvenimenti per accoglierli con l'occhio e il cuore purificati. Cercava di tenere il pensiero occupato nelle cose sante così che appariva anche esternamente semplice, obbediente, piena di carità.

Dei suoi ventinove anni di vita religiosa ne spese quattordici nella cucina del brefotrofio "Santa Caterina" a Milano, accorrendo per ogni bisogno senza badare a fatiche.
E in quella cucina ne doveva sostenere molte e pesanti! Vi consumò infatti tutte le sue forze così da trovarsi infine "indebolita e acciaccosa".
Venne allora trasferita nella "Casa di salute" in via Quadronno, dove poté ancora rendersi utile prestandosi per qualche turno in portineria. Le rimanevano comunque lungo la giornata degli spazi liberi, che essa occupava nella preghiera, godendo di poter finalmente"dare più ampio sfogo" a quell'intimo bisogno del cuore.

Giunsero poi gli anni in cui anche le ore di portineria si rivelarono troppo impegnative per la sua salute ormai deperita. Non era ancora in età avanzata, ma dovette accettare di considerarsi ormai quiescente. Le venne tuttavia assegnato un piccolo servizio nella guardaroba della Casa generalizia e anche a questo lavoro attese con alacrità, impregnandolo tutto di preghiera.

E fece anche di più. Poiché era ritenuta "un bastone di buon comando", come si diceva allora, i superiori si rivolgevano a lei quando nelle comunità si creavano assenze per malattie o bisognava sostituire qualche suora impegnata negli esercizi spirituali.
Allora - confermano le testimonianze - "volava passando sopra ogni sacrificio".

Coltivava un vero amore per l'Istituto e tanta stima per i superiori. Le si illuminava il volto quando le capitava di incontrarli lungo i corridoi o di ricevere una loro parola. Se poi li sapeva ammalati o preoccupati si proponeva speciali preghiere e passava parola ad altre coinvolgendone più che poteva.
Da quando aveva lasciato la cucina del brefotrofio era ormai tarscorsa una quindicina di anni intensi di preghiera e operosi, anche se sempre accompagnati da tanta sofferenza. Alla fine del 1906 però la colsero dolori intestinali ancora più forti che la costrinsero a mettersi a letto, e non si alzò più. Veniva di frequenta a trovarla un suo giovane nipote che essa infervorava nell'amore di Dio e nell'impegno di attendere alla propria santificazione.
Visse solo quindici giorni, confortata nelle sue grandi sofferenze dagli ultimi Sacramenti, e spirò il 12 gennaio del nuovo anno.


 

 

 

 

 

 

 

 



 

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