TESTIMONIANZE
 

 

 

 

 

 


Lacrime da asciugare, speranze da sostenere
Donna secondo il Vangelo: suor Pellegrina Buffoli, 1836-1906.


Dagli incontri con il loro fratello gesuita, Teresa e Caterina tornavano entusiaste
e sempre più animate a coltivare nel loro cuore un ardente amore per il Signore.
E quando anche per loro venne il tempo di discernere la chiamata di Dio si incamminarono, come lui, decisamente sulla strada della consacrazione religiosa. Teresa, la maggiore, lasciò la sua casa a Iseo nel 1853. Caterina, che era minore di sette anni, la seguì nel maggio del 1862.
La sorella era ormai in pieno servizio di carità mentre Caterina trascorreva il periodo di prova a Lovere, respirando da vicino lo spirito delle origini. Questa sosta - affermano le testimonianze - contribuì a rendere ancora più belle le sue doti di natura e di grazia: era fervorosa, di buona volontà e fin da allora si guadagnava la stima e la benevolenza di quanti l’avvicinavano. A Lovere si era particolarmente affezionata alla Gerosa, per la quale coltiverà poi sempre una speciale venerazione, sperimentandone l’aiuto in varie circostanze.
In seguito, assunto con la vestizione il nome di suor Pellegrina, svolse il suo servizio nell’orfanotrofio di Lodi per qualche tempo e più a lungo nell’ospedale di Sant’Angelo Lodigiano. Qui soprattutto essa ebbe modo di rivelare il suo «bel cuore» e di effondere la sua carità.

Sostava giorno e notte in quelle corsie, accorrendo dove urgeva un soccorso o fermandosi dove c’erano lacrime da asciugare e speranze da sostenere. Per i suoi malati si spendeva senza calcolare le fatiche, ma ad essi portava anche la sua grande fede: teneva vivo in loro il pensiero di Dio, li istruiva se avevano perso la familiarità con lui. Con il recupero della salute aveva di mira anche il loro bene più grande. E se nel servizio insorgevano difficoltà o contrasti soffriva intimamente perché era di animo sensibile, ma la sua fede la spingeva a guardare oltre quelle contingenze e a fidarsi di Dio sempre e comunque.
I superiori, che conoscevano la sua disponibilità al sacrificio, pensarono a lei quando nell’orfanotrofio di Lodi si avvertì il bisogno di una superiora che potesse risollevare l’opera dalla condizione di estrema povertà in cui allora si trovava. In realtà fu indicibile la pena di suor Pellegrina nel vedersi attorno tante orfane bisognose di tutto, a cominciare dal pane e dal vestito.
Che cosa poteva fare per loro in quelle strettezze? Per il momento non le rimaneva che imboccare le vie sempre aperte della Provvidenza, in cui credeva fermamente.

Pregava di fatto con tutta l’anima, invocandola con piena fiducia e scegliendosi come particolare avvocato san Giuseppe. E la Provvidenza arrivava a mano a mano, al momento opportuno, costante come la sua preghiera.
Ci fu però una mattina in cui nella dispensa non trovò che una manciata di granoturco. Neppure su una fetta di polenta poteva contare quel giorno per sfamare le sue orfane! Fu presa dallo sgomento, che però durò un istante. Corse infatti subito a prendere un’immagine di san Giuseppe e la depose su quella manciata dicendo: «Pensateci voi perché io non posso far nulla!». Arrivò poi l’in-caricato per prelevare il grano. Prevenuto da lei ma incoraggiato ugualmente a entrare, sospinse l’uscio e poco dopo le ricomparve davanti con il suo carico.
- E allora, chiese la superiora.
- Ho potuto riempire il sacco e ne ho lasciato una manciata, rispose. E «il gioco del sacco e della manciata» durò finché fu cessata quell’emergenza.

Era piccola di statura suor Pellegrina ma, piena di brio e instancabile nell’attività, la si trovava dappertutto a dare una mano. E, avveduta com’era, sapeva pure far valere le proprie ragioni così che a poco a poco, bussando a qualche porta, riuscì a «cambiare faccia alla casa». Fece ampliare il fabbricato, lo provvise di una cappella decorosa, lo fornì delle strutture necessarie per l’igiene e per un confortevole soggiorno delle orfane. E queste si presentavano dignitose come fossero tante educande.
Ma nei trent’anni che trascorse in quell’opera suor Pellegrina lasciò soprattutto «tracce indelebili del suo gran cuore». Era per le sue orfane una mamma solerte, premurosa del loro bene. Le voleva educate e istruite «secondo l’esigenza dei tempi» e in vista del loro inserimento nella società. Sapeva anche tenerle allegre
e durante le vacanze programmava lunghe escursioni per quelle che non potevano tornare in famiglia, mettendosi lei stessa in testa.
Naturalmente di queste sue attenzioni godevano anche le suore, poiché suor Pellegrina si regolava in tutto secondo la massima di san Vincenzo, che si diceva pronto a sacrificare anche i vasi sacri per soccorrere le persone nel loro bisogno. «Non c’è quindi da stupirsi» - annotava la cronista - se la comunità le si affezionasse tanto e la stimasse lasciandosi coinvolgere dal suo esempio di carità operosa, umile, obbediente.

E non era ancora tutto: nei pensieri di suor Pellegrina c’era posto anche per il bene dell’intero Istituto, a cui godeva di appartenere. Sapeva rinunciare ai soggetti migliori quando i superiori glieli chiedevano per soccorrere altre opere. Ospitava volentieri le suore che avevano impegni in città e si adoperava perché li potessero svolgere agevolmente, senza far pesare disguidi di orario e altri incomodi. Si prestava lei stessa ad accompagnare qualche giovane suora dai professori, perché l’esame che doveva sostenere davanti a numerosi candidati le riuscisse «meno imponente».
Di queste e simili finezze di carità si andavano sempre più arricchendo le sue giornate e intanto passavano anche gli anni. Suor Pellegrina ne contava settanta quando, verso la fine del 1906, il tempo le si annunciava ormai breve. Aveva fatto da poco gli esercizi spirituali nella casa generalizia con grande raccoglimento ed era ripartita gioiosa e pronta a riprendere il suo impegno con quel fervore di carità che aveva sentito urgere in cuore nel silenzio meditativo di quei giorni. Tornata alle sue occupazioni quotidiane, una mattina - era il 3 dicembre - vide in guardaroba l’incaricata alle prese con un bel mucchio di panni e rimase a lungo al tavolo da stiro per aiutarla. La sera si coricò come al solito, ma un’ora dopo la consorella che dormiva nella stanza attigua sentì battere alcuni colpi nella parete. Ebbe subito un brutto presentimento, sapendo che la superiora non l’avrebbe chiamata neppure per un forte malore. La trovò infatti in preda ad atroci dolori colici, ma con la forza sufficiente per sorridere e supplicare: «Chiamatemi il sacerdote perché me ne vado, ma presto!».

Ricevette subito e con piena consapevolezza gli ultimi Sacramenti e la benedizione papale, poi attese la chiamata che venne verso le nove del mattino.
La notizia della sua morte, giunta così inaspettata, suscitò sorpresa e molte lacrime dentro l’Istituto e tra la gente. Proprio in quei giorni alcuni membri del Consiglio generalizio si trovavano a Roma per l’introduzione della causa con la quale la Gerosa veniva dichiarata venerabile. Le suore, che conoscevano la sua predilezione per lei, vi scorsero una coincidenza significativa, preparatale dal Cielo.
Per la sua bella testimonianza di vita, nell’immagine-ricordo è piaciuto definirla «donna secondo il Vangelo», che trascorse la sua esistenza profumando di virtù la casa, la scuola, il tempio. Se ne era andata all’improvviso, ma tra le suore era rimasta una viva speranza che essa continuasse nella gloria a proteggere l’Istituto, che in terra aveva tanto amato e aiutato.


 

 

 

 

 





 

 

 

 

 



 

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