TESTIMONIANZE
 

 

 

 

 


Coraggio e radicalità nel donare la vita per il prossimo
1835-1906. Suor Felice Antoniolli

I settantuno anni di suor Felice sembravano una "lunga carriera" alla cronista che stendeva le sue memorie. E a ragione poiché nelle pagine precedenti di quel registro essa aveva annotato i nomi di diciotto suore decedute prima di lei, in quello stesso anno 1906, ma con meno di trent'anni di età (altre nove non avevano raggiunto i quaranta).

Ma con questa espressione la cronista voleva soprattutto sottolineare che nella sua "lunga carriera" suor Felice si era sempre distinta come "vera serva dei poveri, secondo lo spirito di San Vincenzo". Nei suoi giovani anni l'indirizzo formativo faceva ancora riferimento a lui e negli incontri comunitari si leggevano le sue conferenze. A suor Felice poi stavano particolarmente a cuore i malati poveri, così i superiori, conoscendo bene questa sua inclinazione, le affidarono il servizio negli ospedali. In quelle corsie essa visse la sua grande passione di carità, alimentandola di "spirito di fede, di preghiera, di sacrificio".

A lei,a un certo punto, rivolse i suoi pensieri anche la contessa Marta Balbi Valier di Pieve di Soligo (Treviso), che conosceva bene la famiglia Antoniolli, essendo pure lei nativa di Levico (TN). Tanto fece che la ottenne come superiora dell'orfanotrofio che i conti Balbi Valier avevano aperto per i bisogni del paese fin dal 1832 e che in seguito avevano trasferito in una casa più ampia e, nel 1883, affidato alle suore. Ma suor Felice non aveva propensione per quel servizio; si sentiva "tutta fatta per i suoi ammalati". Di fatto fu presto ridonata a loro nell'ospedale di Urgnano (BG). Era quest un'opera poverissima, le cui rendite non bastavano neppure per il mantenimento degli ammalati. Essa dovette industriarsi per procurare loro il necessario, senza contare i sacrifici: cercò aiuti non esitando a tendere la mano e a bussare, proprio come i poveri, alle porte dei benestanti del paese.

Un giorno s'imbatté in un fanciullo che nell'aspetto trascurato e lacero portava i segni della miseria in cui viveva la sua famiglia,
ma nel quale essa scoprì un'intelligenza viva e un grande desiderio di divenire sacerdote. Se lo prese a cuore, aggiungendo sacrifici a sacrifici, perché fosse ammesso in seminario e durante le vacanze gli "faceva da mamma" provvedendo a quello che la famiglia non era in grado di procurargli. Alle sue cure il giovane corrispose impegnandosi nello studio e "distinguendosi in bontà e in dottrina". Ed era ormai alla vigilia dell'ordinazione sacerdotale quando un raffredore trascurato si rivelò fatale per la sua complessione ormai segnata dalle privazioni subite. La festa gli era stata preparata in Cielo.

Suor Felice servì gli ammalati all'ospedale di Urgnano per una ventina d'anni e soffrì nel più profondo dell'anima quando una paralisi progressiva alla laringe la costrinse a lasciare i suoi poveri. Si poté costatare allora quanto l'amassero. Sostò alcuni mesi nella casa generalizia, poi venne trasferita nell'infermeria di Trento. Non poteva esprimersi come desiderava ma erano ugualmente eloquenti la sua fedeltà agli sercizi comuni, l'abituale sorriso, aperto a tutti, e quel suo instancabile pregare. Pregava sempre e a lei sembrava di non pregare ancora abbastanza. Nei suoi ultimi giorni rimaneva a lungo assopita. Solo quando le portano l'Eucaristia si animava. La suora infermiera, testimone di questi "momenti di Paradiso", vedeva allora il suo volto illuminarsi e lo sguardo riempirsi di amore. Si spense il 26 novembre 1906, ma la lampada della carità, che la introdusse alle Nozze, continuò ad ardere nel cuore dei suoi poveri e nella testimonianza delle consorelle.

 

 

 

 

 

 

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