TEMPO ORDINARIO: la dimensione discendente della Fraternità
Fratel Luca Fallica




Fraternità, terra di pace


[...] Non è dunque il pacifico, stabile possesso o godimento di una realtà acquisita una volta per sempre; al contrario, è la meta di un cammino per di più in salita. Verso di essa ci si protende, si giunge anche a goderla e a cantarla, ma pur sempre dentro un orizzonte che è segnato dalla fatica, dalla distanza, dall’assenza, e dunque anche dalla ricerca. [...]

Se alla fine dei salmi graduali si giunge a celebrare la bellezza dell ’abitare insieme come fratelli, all’inizio del cammino c’è l’esperienza opposta, quella del vivere con gente che odia la pace. Appunto per questo motivo si percepisce di abitare in una terra d’esilio, che possiamo denominare in vario modo: il salmista la chiama terra di Mesed, terra di Kedar, ma di fatto è sempre la terra in cui la fraternità è negata da labbra di menzogna, smentita da un cuore che odia la pace. Il salmo 120 è il canto dell’esule, il lamento dello straniero, ma qui l’estraneità è quella di avverte l’inimicizia, di chi vive l’esperienza drammatica della conflittualità con gli altri uomini. C’è dunque anche il dolore, insieme alla nostalgia, per una pace negata dall’odio. Il pellegrinaggio verso Gerusalemme si configura allora proprio come un cammino in salita verso quella pace che consiste nell’abitare insieme come fratelli.

La fraternità stessa viene cercata come terra di pace.


«Io, pace!»
questo tema della pace, ma in una prospettiva del tutto negativa, quella di una pace che non c’è perché smentita, sopraffatta dall’odio e proprio per questo ancor più desiderata. È questa mancanza di pace che spinge alla ricerca, che mette in cuore al pellegrino il desiderio di salire verso Gerusalemme, verso la terra della pace.
Gerusalemme è la città della pace, il suo nome stesso, secondo una tradizionale etimologia, significa visione di pace. In questo orizzonte simbolico salire verso Gerusalemme assume anche il tono di un uscire dalla terra dell’esilio e dell’inimicizia per orientare i propri passi verso la città della pace e della condivisione frarterna. Tale cammino è propriamente esodico, un itinerario di conversione che coinvolge il pellegrino nella sua stessa vita personale.

Il salmo 120 contiene a questo proposito un’immagine molto significativa: la Bibbia della CEI traduce «io sono per la pace», mentre l’ebraico ha soltanto «anì shalom», «io pace»; espressione questa che può essere anche interpretata come un’identificazione fra l’orante e la pace: io sono pace. All’inizio del pellegrinaggio, per uscire dall’esilio dell’inimicizia e salire verso la dimora della fraternità pacificata, risuona questa affermazione che dichiara l’identificazione profonda, intima, fra il proprio io e la pace. Viene in tal modo suggerita l’idea che per salire verso la pace occorre avere un cuore pacificato.

L’itinerario spirituale verso la fraternità è un cammino che innanzitutto attraversa la profondità della vita personale, la propria vita, perché possa realizzarsi autenticamente per ciascuno questa identificazione fra il proprio essere personale e la pace. Serafino di Sarov, questa grande figura dell’ortodossia, potrebbe commentare un versetto come questo con la sua celebre espressione:
Raggiungi la pace interiore e migliaia di uomini attorno a te troveranno la loro salvezza.

Anche in Silvano dell’Athos incontriamo espressioni analoghe. Ricordando il suo maestro Giovanni di Crostandt, egli scrive:
Pregando incessantemente per il popolo [e la sua preghiera era: «Signore voglio che la tua pace riposi su tutto il popolo»], padre Giovanni manteneva la pace dell’anima; mentre noi ne siamo privati, perché dentro di noi non c’è l’amore per gli altri. I santi apostoli e tutti i santi desideravano la salvezza degli uomini, e trovandosi in mezzo alla gente pregavano ardentemente per loro. Lo Spirito Santo dava loro la forza di amare il popolo. Anche noi, se amiamo il fratello, avremo la pace. Che ogni uomo rifletta su questo. […]
Il Padre ebbe pietà delle «pecore perdute» e mandò il Figlio unigenito a salvarle. E lo Spirito Santo insegna ad avere la stessa pietà per gli erranti che vanno agli inferi. Chi non ha ricevuto lo Spirito Santo non desidera pregare per i nemici. Abba Paisios pregava per un suo discepolo che aveva rinnegato Cristo; e, mentre pregava, il Signore gli si manifestò e gli disse: «Paisios, per chi mi preghi? non sai che mi ha rinnegato?». Ma il santo continuava ad addolorarsi per il suo discepolo, e allora il Signore disse: «Paisios, tu sei diventato simile a me nell’amore». Così si conquista la pace; e al di fuori di questa non c’è altra via. [...] Se ci abituiamo a pregare con fervore per i nostri nemici e ad amarli, la pace rimarrà sempre nei nostri cuori. […] Chi porta dentro di sé la pace dello Spirito Santo diffonde la pace anche negli altri, mentre chi porta dentro di sé uno spirito malvagio anche sugli altri riversa il male.


Per Silvano la pace interiore, la pace dello spirito che si diffonde e si irradia intorno a sé coincide con l’amore per gli uomini, in particolare con l’amore per nemici, persino per chi ha rinnegato il Signore. Io sono pace, prega il salmista, io sono pace mentre gli altri odiano la pace e sono per la guerra.

Alla luce dell’esperienza spirituale di Serafino o di Silvano, possiamo intendere questi versetti salmici anche in questo senso: occorre essere pace, occorre rimanere pace anche quando ci muovono guerra con labbra menzognere e lingua ingannatrice. Dimoriamo in terra straniera, dove la fraternità è negata, fra uomini che odiano la pace; ebbene, ci ammonisce Silvano, occorre rimanervi con un cuore pacificato.

A renderlo tale è proprio l’amore per il nemico: solo questa, ci ricorda, è la condizione per giungere alla vera pace interiore; non vi è altra via, afferma con decisione.










da: Fratel Luca di Vertemate - LA RUGIADA E LA CROCE - la fraternità come benedizione
- 2001 Ancora Editrice, via G.B. Niccolini, 8 - 20154 Milano, pp 27-31


 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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