3 dicembre: PRIMA DOMENICA DI AVVENTO
Alessandro Pronzato



NON FARSI TROVARE ADDORMENTATI

...Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà,
se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino,
perché non giunga all'improvviso, trovandovi addormentati...
Marco 13, 33-37



Secondo la Chiesa, oggi è capodanno.
L'anno liturgico, infatti, si apre con la prima domenica d'Avvento. In tal modo, l'esistenza del cristiano, il tempo che egli vive vengono «orientati» verso un avvenimento ben definito: la venuta del Signore.
E tutti gli avvenimenti della sua cronaca quotidiana acquistano significato, spessore, in rapporto a questo evento decisivo.

Si tratta di una realtà che è inserita nella storia e, insieme, va oltre la storia.
Per il greco il tempo ha un carattere ciclico: sembra che i secoli e gli anni girino in cerchio, riportando immancabilmente gli stessi avvenimenti. Per cui non c'è da attendersi niente di sostanzialmente nuovo.
L'uomo della Bibbia, invece, considera la storia come una traiettoria orizzontale, il tempo ha uno svolgimento lineare, la storia cammina, progredisce, sotto la guida di Dio, verso un termine ben definito. Per cui non si ripete mai allo stesso modo, ma è aperta alla novità, all'inatteso, alla speranza.
La storia ha, per così dire, due protagonisti: Dio e l'uomo.
«Essa è condotta verso una salvezza definitiva; la storia è percorsa da un giudizio...» (B. Maggioni).

Ora l'avvenimento decisivo di questa storia è l'Incarnazione, la
venuta del Cristo neI mondo.
L'Avvento, però, non è soltanto dominato dal senso dell'attesa del Natale. È orientato anche verso la «seconda venuta» del Cristo: quella finale.


 

 

 

 

Di fatto, il brano di vangelo inaugurale di questo tempo di preparazione, di attesa, è tratto dal «discorso escatologico», ossia quello riguardante le «realtà ultime». Si parla della fine del mondo.
Viene proposta una parabola che è tra le più brevi. Un abbozzo di parabola.
«E come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare».
Non ci si è messi d'accordo, fra studiosi, sul titolo da assegnarle. Qualcuno dice: «la parabola del portinaio». Qualche altro la intitola «la parabola del padrone che rientra nella notte» (in realtà, il testo non esclude l'ipotesi del mattino...).
Ma la cosa non ha molta importanza.

I discepoli hanno posto due domande.
La prima riguardava il segno da cui è possibile discernere l'imminenza della fine. E Gesù risponde con la similitudine del fico.


La seconda pretendeva sapere «quando». E Gesù risponde (meglio, non risponde) raccontando di un uomo che, dovendo assentarsi, affida la propria casa ai servitori. Su tutti, inizialmente, si staglia la figura del portinaio, che riceve l'incarico specifico di «vegliare». Ognuno, però, ha il proprio compito da svolgere, la propria precisa responsabilità.

Non viene precisata, quindi, l'ora del «ritorno» (come vorrebbero i discepoli).
Può essere «all'improvviso».
Ciò che importa è lo stare al proprio posto in senso attivo, fare il proprio dovere.

Il più grave guaio che possa succedere è che qualcuno venga trovato «addormentato».
E ciò può accadere non solo di notte...
Quindi, non è soltanto il portinaio incaricato di vegliare. Lui non lo può fare al posto degli altri.
Ancora una volta, dunque, il Cristo si rifiuta di rispondere alla domanda sul «quando», non soddisfa la curiosità. Dice soltanto che la venuta è vicina, certa, «improvvisa». E perciò occorre vegliare.

Da un punto di vista negativo: si tratta di non lasciarsi prendere alla sprovvista (ossia, non farsi trovare «addormentati» al momento del ritorno del Cristo).
In senso positivo: bisogna «vigilare». «Vigilare significa essere costantemente all'erta, svegli, in attesa. Significa vivere un atteggiamento di servizio, a disposizione del padrone che può ritornare in ogni momento. Implica lotta, fatica, rinuncia. Non è in alcun modo disimpegno o indifferenza» (B. Maggioni).

Si tratta, in altre parole, di acquisire una certa maniera di orientare la nostra attenzione su ciò che è veramente importante, e che non è altro che una certa arte di essere puntuali, ossia di non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti decisivi dell'esistenza.
Il Padrone che parte non lascia degli individui che lo aspettano, ma degli individui che hanno qualcosa da fare, ai quali ha dato qualcosa da fare.
Quando ritornerà, non gli interesserà tanto sapere se lo stavano aspettando, ma se hanno svolto il compito per il quale li ha «lasciati».
L'equivalente del servo della parabola di Matteo che va a nascondere il talento ricevuto, qui è il servo che si lascia sorprendere addormentato.

 

Certo, il Signore arriva all'improvviso. A sera, a mezzanotte, o alle prime luci dell'alba.
Può darsi, però, che sia già arrivato.
Con la prima venuta di Cristo, il Regno di Dio è già arrivato, è presente qui, adesso, in mezzo a noi, sulla terra.
Dunque, c'è qualcosa di peggio che essere addormentati. Ed è il non accorgersi di una Presenza.
Ecco perché nell'Avvento si intrecciano disinvoltamente i due temi riguardanti la prima e seconda venuta di Gesù,

Nota A. Feuillet: «I testi del Nuovo Testamento che invitano alla vigilanza si dividono in due categorie principali: occorre vigilare nell'attesa e nella speranza della venuta del Signore per essere pronti allorché si presenterà. Bisogna ancora vigilare per far fronte ai gravi pericoli che minacciano l'esistenza cristiana».
E allora mi domando se il discorso escatologico contenga più riferimenti al futuro oppure al presente.

Certo, il quadro è dominato dalla prospettiva delle realtà ultime, vi campeggia soprattutto la visione della venuta del Figlio dell'uomo.
Eppure lo sguardo è concentrato sull'oggi.
Quasi che l'unica maniera per essere «contemporanei» del futuro consista nel vivere in pienezza il presente.
L'unico modo per rimanere fedeli all'eterno consista nel non tradire il presente.

Il credente non è uno che viaggia col calendario in mano. Semmai ha in mano una bussola.
Cristo dà la direzione del cammino. Non ci offre la descrizione anticipata di ciò che ci accadrà lungo la strada.
La sua parola - quella che non passa - non è una chiave magica per risolvere gli enigmi della storia, i rebus della cronaca quotidiana. È luce che permette di cogliere il significato degli avvenimenti. Il cristiano non è affatto uno che sa già tutto prima. È uno che riesce ad afferrare il filo conduttore delle diverse vicende.

La colpa del cristiano non è quella di non essere informato. Ma quella di non essere preparato.
Dunque, al posto della curiosità, la vigilanza.
Al posto delle informazioni, le esortazioni.
Gesù non dice: «State tranquilli». Dice: «Badate».
Non ci avverte: «Mettete la sveglia a quella determinata ora». Impone: «Non dormite».

Bisogna riconoscere che fa un certo effetto l'insistenza di quell'imperativo: «Vegliate!»

Diamine, con tutto quel po' po' di fracasso provocato da guerre, persecuzioni, cataclismi, sconquassi cosmici, si sta svegli per forza.
Invece, no.
Non sono gli avvenimenti esteriori - per quanti fracassoni e terrificanti - che ci fanno stare svegli.
Al massimo, quelli non ci lasciano dormire.

La vigilanza cristiana è un'altra cosa.
E dipende da una realtà che c'è dentro.
Un'attesa vissuta nella speranza. Sono i passi leggeri di una Persona quelli che ci tengono svegli.
E si sta in ascolto del silenzio.




da: Alessandro Pronzato “Pane per la Domenica” – Commento ai Vangeli Ciclo B

Gribaudi Editore 1984 - pp13-16


 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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