10 dicembre: SECONDA DOMENICA DI AVVENTO
Alessandro Pronzato



UN DESERTO AFFOLLATO

Apparve Giovanni il battezzatore nel deserto a predicare un battesimo di conversione
per il perdono dei peccati... Marco 1,1-8



Il vangelo, ossia l'annuncio gioioso, comincia con la predicazione di Giovanni il battezzatore.
Quando Dio agisce nella storia, quando Dio si accinge a intervenire nelle vicende umane, appare sulla scena un uomo.
Giovanni è il punto di contatto, la cerniera tra l'Antico e il Nuovo Testamento.

Il riferimento a Isaia («Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri») sottolinea lo svolgersi progressivo - continuità e rottura - del piano di Dio. Giovanni svolge la funzione di precursore, ossia di colui che precede, in quanto testimone del passato.
La strada del Signore che sta per venire è ostruita. Occorre sbloccarla, togliendo l'impedimento costituito dal peccato del popolo. Troppi «sentieri» portano lontano, o da nessuna parte. Bisogna «raddrizzarli», in riferimento al Dio che si fa vicino all'uomo.


Il contesto in cui «proclama» Giovanni è il deserto.
Topograficamente dovrebbe trattarsi del deserto di Giuda. Ma più che scoprire un luogo determinato, qui siamo chiamati a leggere un simbolo. Ossia, il deserto come luogo della vicinanza, dell'intimità con Dio.
È nel deserto che Yahweh ha parlato al suo popolo. Nel deserto si sono celebrate le nozze tra Dio e il popolo eletto.
È naturale che il tempo della salvezza venga inaugurato ancora nel deserto.
Che cosa «proclama» Giovanni? Qual è il contenuto della sua predicazione? Essenzialmente un battesimo di conversione.


 

 

 

 

Occorre togliere al termine conversione l'incrostazione moralistica che vi si è sovrapposta, per restituirgli il significato originale di cambiamento di mentalità, inversione di rotta.
È l'esigenza di un ri-orientamento della propria esistenza, di cui la condotta esterna è semplicemente conseguenza ed espressione concreta.
Soprattutto occorre «convertire», mutare i pensieri, riscattarli dalla dispersione, per orientarli in direzione di Colui che, solo, può dare significato alla nostra esistenza.
Questa conversione o ravvedimento rappresenta la condizione per essere accolti e perdonati da Dio.
Evidentemente c'è dell'esagerazione nel fatto che «tutti» escano per accorrere presso Giovanni. Lo stesso Marco, successivamente, obbligherà a ridimensionare la portata dell'espressione.

Viene sottolineata la realtà che il messaggio di Giovanni riguarda tutti, e non una categoria ristretta di persone. La salvezza viene offerta a tutti, non è monopolio di una élite.Marco, con quel «tutti» mette essenzialmente in evidenza la forza e il successo della predicazione, che attiva un movimento, suscita un interesse, provoca un «esodo» inarrestabile.

Dopo averci offerto una panoramica sull'ambiente e sull'accorrere delle folle, adesso l'evangelista stacca un primo piano della figura del battezzatore.
Giovanni viene descritto, a rapidi tratti, nel suo stile austero.
L'abbigliamento è costituito da un mantello di peli di cammello e da una cintura di pelle... Il riferimento ai profeti, e specialmente ad Elia, appare piuttosto evidente.
Il cibo è costituito dalle cavallette, che i beduini poveri mangiavano abitualmente, anche abbrustolite o saltate (ancora oggi certe popolazioni arabe mangiano la locusta, dopo averle tolto la testa, le ali e la parte posteriore). Il miele può essere quello deposto dalle api nelle fenditure delle rocce, oppure quello vegetale, prodotto dall'essudazione di certe piante, per esempio le tamerici.

Giovanni si preoccupa di precisare che «il più forte» viene dopo di lui, o dietro di lui. Normalmente chi sta dietro è il discepolo, o il servo. Qui il battezzatore avverte che non bisogna lasciarsi ingannare da questo momentaneo invertirsi delle parti: lui che sta davanti è soltanto il servo, anzi non è neppure degno di mettersi in ginocchio a prestare il servizio più umile, nei confronti di Colui che segue.
Insomma, Giovanni, come profeta, crea un'attesa, invita all'attenzione sul personaggio più grande. Non concentra l'interesse sulla propria persona; rimanda a un Altro.

«Io vi ho battezzato con acqua, Lui vi battezzerà con Spirito Santo».
Possiamo tradurre, più efficacemente:
«Io vi ho immersi nell'acqua.
Lui vi immergerà nello Spirito Santo».

 

Ma fermiamoci ancora sull'ambiente esterno.
Strano deserto, questo. Un deserto dove risuonano delle voci e delle grida, popolato di presenze, caratterizzato da un andirivieni incessante. Giovanni non predica sulle piazze, ma nel deserto.
Per raggiungere gli ascoltatori, fugge dalla città. E si fa raggiungere dalla gente nel deserto. Lui non va verso gli altri, sono gli altri che accorrono presso di lui.
Non si cerca un pubblico, si fa cercare.
Occorre, forse, recuperare questo senso del deserto come luogo dell'incontro, come spazio della comunione.

Ritrovare il coraggio della solitudine, della vicinanza con Dio, come possibilità privilegiata di avvicinare gli altri.«Dal momento che avrai imparato a fare a meno degli uomini, gli uomini si accorgeranno che non potranno più fare a meno di te» ammoniva un monaco antico.

Nel silenzio le parole vengono ripulite dall'abitudine e ritrovano il loro splendore e la loro forza originaria.
Oserei dire che la Chiesa deve scegliere il deserto come luogo della predicazione.
Non per fuggire dal mondo, per evadere da una realtà scomoda, ma per ridare al proprio messaggio quell'intensità e quella profondità, quella risonanza, che sono i segni inconfondibili di una parola che viene da lontano e mette in moto qualcosa.

Nel deserto l'annuncio trova la strada per arrivare al cuore dell'uomo.
Soprattutto se chi lo reca - come Giovanni - evita accuratamente di concentrare l'attenzione e l'ammirazione su di sé, non vuole stupire, non è preoccupato della propria grandezza, non fa questione di prestigio o interesse o successo personali, ma rimanda a un Altro.

Precursore è colui che corre avanti. È un uomo che, rivestito di debolezza, si limita ad avvertire che è in arrivo «il più forte».

La piccolezza, riconosciuta, può essere manifestazione della grandezza.
La miseria, ammessa, lungi dall'essere impedimento, può tradursi in trasparenza.
È soltanto la presunzione, la supponenza, che si esprime in opacità.

Una Chiesa che si fa piccola, che non annuncia se stessa, si tira in disparte per far passare un Altro, diventa credibile e suscita interesse.
Il deserto è pienezza, comunicazione, vicinanza.
Il contrario del deserto non è la vita, la comunità degli uomini, ma il vuoto e la lontananza.

Coraggio, «usciamo» anche noi. Si tratta di abbandonare le comode sistemazioni, le abitudini, le strutture rassicuranti, per affrontare il deserto... Lasciare i rifugi per uscire allo scoperto.
Lasciarsi alle spalle i rumori e le chiacchiere per ascoltare la Parola.




da: Alessandro Pronzato “Pane per la Domenica” – Commento ai Vangeli Ciclo B

Gribaudi Editore 1984 - pp 17-20


 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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