8 dicembre: Solennità Immacolata concezione della Vergine Maria
fr Luca - Dumenza



LETTURE: Gen 3,9-15.20; Sal 97; Ef 1,3-6.11-12; Le 1,26-38



Un'immagine può costituire un filo unitario per aiutarci a raccogliere, in un unico sguardo, le letture che abbiamo ascoltato. Non è la sola immagine che la liturgia ci suggerisce, ma oggi vorrei soffermarvi su di essa: l'immagine di una veste che copre la nudità e libera dalla vergogna e dalla paura.

L'immagine la troviamo in modo esplicito nella prima lettura, tratta dalla Genesi; più precisamente nelle parole di Adamo; a Dio che lo cerca domandando «dove sei?», Adamo risponde: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto».
Poi la lectio liturgica tralascia alcuni versetti e non ci fa ascoltare il gesto con cui Dio copre questa nudità, intessendo per l'uomo e sua moglie tuniche di pelli (v. 21).

Nel racconto dell'Annunciazione, abbiamo ascoltato la promessa di Dio che tramite l'arcangelo Gabriele raggiunge Maria: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Maria è coperta, potremmo dire è rivestita dall'ombra di Dio, dell'ombra del suo Santo Spirito.
In quanto scrive san Paolo agli Efesini non c'è l'immagine della veste; c'è però l'affermazione che in Cristo noi siamo stati scelti per essere santi e immacolati di fronte a lui - di fronte a Dio - nella carità.
La santità che oggi siamo invitati a contemplare in Maria, che in Maria è maturata fino a una pienezza insuperabile, ma alla quale tutti siamo predestinati in Cristo - come sempre ci ha ricordato l'apostolo Paolo - consiste proprio in questa possibilità di stare di fronte a Dio, senza paura e senza vergogna.
Essere santi e immacolati significa dimorare in questa relazione, l'uno di fronte all'altro.


[...]


 

La nudità nella quale Adamo ed Eva si ritrovano, fino a provarne vergogna, è la nudità di chi non accetta il limite, il proprio, quello dell'altro, quello che c'è e deve esserci nella relazione stessa. In ogni relazione vera.
Ciò che ci impedisce di stare di fronte a Dio faccia a faccia è proprio portare i nostri limiti, le nostre colpe, i nostri peccati, con paura e con vergogna, anziché con fiducia in lui e con affidamento nella sua misericordia e nel suo perdono.

Talvolta tentiamo anche di coprire questa nostra nudità con le foglie di fico che ci facciamo da noi stessi, con i nostri sforzi, i nostri volontarismi, le nostre pretese, confidando in noi stessi e nelle nostre astuzie o furbizie. Ma tutto questo, in fondo, non fa altro che renderci più nudi, più vergognosi, più paurosi. Il serpente è definito dalla Genesi come il più astuto tra tutti gli esseri creati da Dio nel giardino.

Il termine ebraico può ricevere però una diversa vocalizzazione e significare `nudo'.
È il più astuto ma anche il più nudo.
La sua è la nudità in cui ci ritroviamo con vergogna quando ci fidiamo delle nostre astuzie e delle nostre furbizie, anziché confidare in Dio e nella sua salvezza.

 

Lui solo può coprire la nostra nudità con le tuniche di pelle della sua misericordia; non possiamo farlo noi con le foglie di fico dei nostri sforzi che continuano a denudare inesorabilmente la nostra pretesa di fidarci soltanto di noi stessi, o anche dell'altro, o di Dio stesso, ma solo a condizione di sapere tutto di lui.
Questa confidenza autoreferenziale ci lascia nudi e paurosi, nudi e pieni di vergogna.

Dio invece ci riveste con le tuniche della sua misericordia, copre la nostra nudità con l'ombra del suo Spirito. Ci riveste di perdono, ma ci riveste anche di fiducia. Che parole sono, se non parole di fiducia, quelle che Dio dice al serpente, ma riferendosi a Eva e alla sua discendenza, dopo il suo peccato, nonostante il suo peccato. «Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». Sono parole che consegnano a una lotta, a un combattimento, in cui non è Dio a combattere in prima persona, se così si può dire, ma lascia che a combattere siano la donna e la sua stirpe, perché Dio torna a ripone fiducia nella loro capacità di dominare il serpente.
E la donna saprà dominarlo, potrà vincerlo, se anziché confidare in se stessa, imparerà a porre la sua fiducia in colui che per primo le dona fiducia. Occorre porre fiducia in colui che per primo ci accorda fiducia. Se ci fidiamo del serpente, ci fidiamo invece di colui che non alcuna fiducia in noi, che distrugge ogni fiducia con l'amarezza del suo sospetto. A vincere il serpente è la fede, è la fiducia, più forte del veleno del suo morso, che è appunto il veleno della diffidenza, dell'incredulità, della paura.

La tradizione cristiana ha definito questo testo della Genesi 'proto-vangelo', è una prima lieta notizia, un primo annuncio di salvezza. Ma lo è perché torna ad annunciarci la bella notizia di un Dio che continua ad avere fiducia in noi, nonostante il nostro peccato. E ci riveste di questa fiducia, ci rimette in piedi e torna a farci stare davanti a lui faccia a faccia, ad altezza di volto. Come Maria che nell'icona dell'Annunciazione è in piedi, davanti all'angelo, davanti a Dio, in una reciproca confidenza, in una libertà senza paura e senza vergogna.

Si, il racconto dell'annunciazione ci rivela anzitutto lo sguardo di fiducia di Dio, che affida il suo Figlio e con il Figlio il suo regno al grembo di una donna, di una figlia di Eva, alla quale dice: «il Signore è con te».
Io sono con te. Ecco la parola di una fiducia grande, fedele, tenace. Dio non si limita a donarci le tuniche di pelle del suo perdono. Ci dona il suo essere con noi. Ci riveste dell'abbraccio della sua comunione.
Ci copre con il suo Spirito, cioè ci riveste di se stesso. E da questa fiducia sempre preveniente sgorga, in risposta, la parola di fiducia di Maria, che si fida della promessa di Dio sino a dire, con desiderio pieno e vero: 'avvenga per me, io desidero che avvenga per me secondo la tua parola'. Secondo la tua parola di fiducia e di promessa. Il serpente ci porta a dubitare della parola di Dio e della sua promessa, ci suggerisce di fidarci solo delle nostre parole.
Maria capovolge la prospettiva: si fida della parola che ascolta e nella quale crede. E raccoglie in quella parola tutto il desiderio della sua vita.

Oggi, in questa festa, la parola di Dio torna a porci la grande domanda. Adamo dove sei? Eva dove sei? Siete ancora prigionieri della nudità vergognosa di una vita senza fede, senza fiducia? Ripiegata su se stessa, ricurva nel proprio narcisismo solitario, nella solitudine di un confidare solo in se stessi e nelle proprie sicurezze? Oppure siete come Maria nella verità di una relazione intessuta di fede e di reciproca fiducia, nonostante il vostro limite, che però può essere portato senza paura e senza vergogna, sapendo che è il limite a consentire l'affidamento, l'accoglienza di un dono, l'esperienza sempre rallegrante di un perdono? Di un essere rivestiti di potenza dall'alto? Dove sei? Dove siamo? San Paolo ci aiuta a rispondere, ci dice dove siamo, dove dobbiamo essere: siamo santi e immacolati di fronte a lui nell'amore! Ecco il nostro posto!

 




da: http://www.monasterodumenza.it/dati_dume/imma_testi/omelie_2014-2015/Immacolata%20Concezione.pdf


 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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