TEMPO di QUARESIMA:
DESERTO, STRADA DELLA SALVEZZA

Anna Maria Canopi OSB




 

Il tema del deserto è vasto quanto la storia sacra. Non vi sono parole per esaurirlo. È una realtà che si lascia conoscere solo sperimentalmente. Chi poi la vive, sa di non avere parole per dirne il sapore e la misura. Il deserto è la prima scelta ambientale di Dio per incontrarsi con l’uomo, rivelarsi a lui, sancire con lui il patto dell'alleanza. Ma non è tanto un luogo fisico quanto una realtà, una dimensione interiore, dello spirito. E' la strada della salvezza. Chi cerca Dio deve passare di lì.

1. La Quaresima come itinerario nel deserto

La colletta del mercoledì delle ceneri così si esprime:

Concedi, Signore, al popolo cristiano, di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male.

L’orazione per l’imposizione delle ceneri torna a chiedere la benedizione divina per poter «giungere completamente rinnovati, attraverso l’itinerario spirituale della quaresima, a celebrare la Pasqua» del Signore.

Anche nella preghiera dopo la Comunione si afferma che il sacramento del corpo e del sangue del Signore è ricevuto come viatico, come sostentamento «nel cammino quaresimale».

Così nelle messe dei giorni successivi ricorre insistente l’invocazione al Padre perché si degni di accompagnare con il suo sguardo di bontà «i primi passi del nostro cammino penitenziale», in vista di «profondo rinnovamento dello spirito» (cfr colletta del venerdì dopo le ceneri).

Ma ancor più espressamente la grande liturgia della prima domenica di Quaresima proclama quale «segno sacramentale della nostra conversione» (colletta) il segno biblico dei quaranta giorni nel deserto, «tempo favorevole per la salvezza» (sulle offerte), santificato dalla penitenza di Cristo stesso (cfr prefazio I della Quaresima: «tempo di rinnovamento spirituale»).

E poiché la condizione del deserto è la fame e la sete di Dio, ecco che cosa ci fa chiedere la preghiera dopo la Comunione:

Il pane del cielo che ci hai dato, Signore, alimenti in noi la fede, accresca la speranza, rafforzi la carità, e ci insegni ad avere Fame di Cristo, pane vivo e vero, e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca.

Giustamente un monaco dei tempi passati scriveva: «Il deserto è per coloro che hanno sete di Dio» (Bonifacio di Fulda). Per chi ha sete di Dio unica possibilità di dissetarsi è di bere alla Roccia che è Cristo stesso – la Roccia trovata nel deserto (cfr Es17,6; Num 20,8; Sal 17,3; 1 Cor 10,4). Bere al Cristo significa attingere alla sua grazia, abbeverarsi al suo Spirito (cfr 1 Cor 10,4), conoscere più profondamente il suo mistero, crescere in tale conoscenza fino alla pienezza della comunione vitale con lui e – tramite lui – con il Padre (cfr colletta della prima domenica di quaresima).

 

   


2. Il deserto ha il volto del Cristo

Il discorso vero sul deserto quale dimensione spirituale del cristiano parte, quindi, necessariamente da questa esigenza, da questa chiamata a vivere più in profondità il mistero di Gesù Cristo, parola vivente del Padre. Se infatti il deserto è la strada scelta da Dio per la liberazione del suo popolo, sappiamo anche che Gesù Cristo si è definito strada unica per incontrare il Padre; e inoltre si è chiamato il vero pane del deserto.

Ecco allora la meraviglia: per il cristiano il deserto ha il volto del Cristo, ha il sapore del Cristo. La solitudine è piena del Cristo che in essa si è affondato.

Tutto questo era vero – sia pure adombrato – già anche prima, poiché, fin dal giorno in cui Dio trasse dall’Egitto la discendenza di Abramo, il Salvatore – in figura di Mosè, dei giudici, dei re e dei profeti, in figura di manna, di miele di roccia, di acqua viva – era con il suo popolo.

Ma perché il cammino della salvezza passa proprio attraverso il deserto?

«Il deserto è monoteista» – diceva un profondo conoscitore della Bibbia (J. Daniélou). Il deserto è lo spazio della libertà per Dio. «È il noviziato che il Signore ha scelto per formavi i suoi profeti e apostoli» (card. Leger).

È ciò che san Bendetto nella sua Regola definisce la scuola, il discepolato del servizio divino, la santa milizia di Cristo.

È dunque lì, nel deserto, dove l’uomo si trova disancorato da tutti gli appoggi umani, dove l’occhio non ha altro da vedere che lo spazio immenso e vuoto in ogni direzione, dove ogni suono è spento, dove il tempo sembra non avere più ritmi di durata, dove ogni attesa sembra divenire assurda, dove l’unico sguardo che si può incontrare è la pupilla dilatata del cielo, è lì che il Signore conduce colui che gli è caro e gli si rivela come l’Unico: «Ascolta, Israele... Io sono il Signore tuo Dio... Non avere altri dèi di Fronte a me» (Dt 5,6).

L’idolatria è il prodotto della molteplicità e della divisione. Il suo ambito è prevalentemente il centro abitato dove s’impone, presuntuosa di essere autosufficiente, l’opera dell’uomo.

Il deserto è invece una realtà nuda, di inefficienza, una realtà unificata ed essenziale. In esso, perciò, l’uomo si configura con i caratteri dell’unità e dell’essenzialità, a immagine del suo Dio, unica realtà che nel deserto egli può contemplare.

Quando i primi monaci penetrarono nel deserto, vollero esprimere con il loro esodo il desiderio di essere realmente liberi da ogni cosa della terra e, per ottenere ciò, si misero in una situazione tale da non aver più nulla da poter prendere, da essere in uno spogliamento concreto, di fatto, in cui null’altro poter sperare al di fuori di Dio (E. Schillebeeckx).


3. Il deserto prova della fede

Il deserto è dunque il luogo dove la fede è messa alla prova e dove l’autonomia significa impotenza e morte. È sempre attuale anche per noi l’ammonimento di Mosè al popolo d’Israele:

Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te (Dt 8, 2-5).

Prova di fede e di obbedienza.

Ecco perché Gesù – nel quale si identifica il vero Israele, l’Eletto, il Servo di Dio – assume radicalmente l’esperienza del deserto e la pone proprio all’inizio della sua vita pubblica, al centro della sua missione redentrice. Come già era stato per Israele, il deserto è il noviziato di Gesù, servo di Dio. Là egli affronta la prova della fede e dell’obbedienza per tutti noi.

Egli intraprende un itinerario, si potrebbe dire, catecumenale per ricevere il battesimo della croce. «Tiene duro» nella tentazione che lo aggredisce con la fame e con la sete, non solo della carne ma soprattutto del cuore e dello spirito. I suoi «no» al tentatore sono un «sì» alla volontà del Padre che lo condurrà dal deserto di Giudea fino al deserto spaventoso della croce. Sospeso come sull’abisso del mondo che lo rifiuta, Cristo si lascerà cadere fino nelle profondità della morte – fino agli inferi – per toccare il fondo della debolezza e della solitudine umana e di là riconsegnare l’umanità nelle mani del Padre. L'abissale deserto della croce diviene cosi il grembo dell’Amore infinito in cui l’uomo nasce figlio di Dio.

Il vero senso del deserto è, dunque, proprio questo che gli è stato dato da Gesù Cristo. Non è un ritirarsi da solo, un separarsi dagli uomini, ma un caricarsi dell’uomo per portarlo a morire e a risorgere. Un viaggio di fede e di obbedienza per costituire un popolo credente nell’unico vero Dio.

In questo mondo che Dio sembra avere abbandonato, la sola figura visibile è quella del male. La sola soluzione ragionevole è proposta dal tentatore, ed è questa: profittare del proprio potere, imporsi agli uomini, prendere possesso del mondo.
Il Cristo è passato attraverso questa tentazione e l’ha superata per fondare in noi la forza della fede. Allora, grazie a lui, noi sappiamo che il Dio che tace è per noi il vero Dio presente, e che il deserto è il cammino che va dal mondo fino a lui.
La nudità del deserto permette di vedere, di riconoscere il vero volto di Dio (L. Guillet).






continua...



da: http://dimensionesperanza.it/aree/spiritualita/item/2337-deserto-strada-della-salvezza.html

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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