26 marzo: QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA
Enrico Masseroni




1Samuele 16,1.4.6-7.10-13:
Davide è consacrato con l’unzione re d’Israele.

Efesini 5,8-14:
Dèstati dai morti e Cristo ti illuminerà.

Giovanni 9,1-41:
Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.




IL CAMMINO DALLE TENEBRE ALLA LUCE

Ci sono persone o fatti che hanno il potere di provocare domande, suscitare problemi. Nel vangelo di oggi le domande sono innescate da una scena di vita quotidiana, da un povero accattone cieco; e da un evento straordinario, un miracolo. Il cieco nato, di scena al capitolo 9 di Giovanni, era uno dei tanti, accucciati agli angoli delle porte; un «povero diavolo», che non destava neppur più la compassione dei passanti. Ma un giorno tutto cambia. Sono i discepoli di Gesù a restarne colpiti: «Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché egli nascesse cieco?».

E la risposta di Gesù fa luce sul miracolo che sta per compiere. Non c’entrano lui e neppure i suoi genitori. «Ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio». Questa è la vera premessa al gesto che Gesù sta per compiere: il miracolo. Che Giovanni chiama «segni», perché egli non si accontenta di narrare, ma va al senso profondo delle azioni prodigiose del Signore. Più che un narratore è un teologo dall’intelligenza penetrante. Pertanto ogni miracolo (sette nel quarto vangelo) è un segno in cui si manifesta «l’opera di Dio».


   


Ma chi l’ha capito dopo la guarigione del cieco nato? È questo infatti l’evento straordinario che interpella molti e suscita interrogativi, controversie e persino una sorta di processo.

Se il povero cieco aveva già suscitato domande nei discepoli, la sua guarigione repentina diventa subito notizia e fa il giro della città. Provoca la questione cruciale: che non è quella di sapere «come» Gesù lo abbia guarito, anche se non manca al riguardo una buona dose di curiosità.
Bensì è quella di sapere: «Chi è Gesù? Da dove viene costui?». È un episodio spiccatamente cristologico, si usa dire.


Io credo, Signore!
Stiamo al miracolo, dunque. Il fatto, è presto narrato. Due versetti in tutto. Giovanni è invece assai diligente nel seguire ciò che accade attorno a quell’evento. E descrive il manifestarsi dell’«opera di Dio», le reazioni così diverse, il conflitto drammatico tra la fede crescente del cieco e l’ostinazione sempre più aggressiva di tanta gente. Anzi, quanto più il cieco progredisce verso la testimonianza coraggiosa della sua fede in Gesù Cristo, tanto più si scava l’abisso dell’incredulità farisaica.

L’itinerario di fede del cieco nato sfonda vincente in mezzo alla canea ostile di chi vuole ostinarsi nella propria cecità. Come sempre il miracolo non costringe a credere. È solo un segno, offerto alla libertà dell’uomo. Di fronte a cui sono possibili risposte diverse.

Infatti c’è tanta gente perplessa: dubita, non riesce a capacitarsi che quel povero accattone senza vista sia lo stesso uomo guarito che ora si muove disinvolto. Si accontenta di caricarlo di domande.

Poi entrano in scena i soliti farisei e i giudei: i quali chiusi nei loro schemi non riescono a capire. Prima cercano di negare l’evidenza dei fatti e poi si avvitano nel loro strano ragionamento: se Gesù ha operato il miracolo in giorno di sabato, è un trasgressore della Legge. Dunque un peccatore. E se peccatore, non viene da Dio. Pure l’incredulità ha una sua logica.
E infine, nella confusione delle opinioni, c’è pure quella strana dei genitori. Costoro sono al corrente di quanto accaduto. Ma sono intimoriti da tutta la gente forsennata attorno al figlio; e prendono le distanze. Quanto è successo «chiedetelo a lui; ha l’età». Il cieco nato resta dunque solo nel suo cammino dalla cecità alla visione, ma soprattutto dalle tenebre alla luce della fede. Davanti gli si apre l’orizzonte dei colori, delle cose, delle persone. Ma soprattutto gli si rivela il vero volto di Gesù. La sua è una progressione decisa, che si fa più robusta quanto più è contrastata. Mentre i giudei arrivano al giudizio perentorio su Gesù come «peccatore», il cieco perviene alla confessione coraggiosa, di Gesù come il «Signore».
L’itinerario si staglia chiaro, preciso. Dapprima il rabbi è solo «quell’uomo» (v. 11); poi viene riconosciuto come «profeta» (v. 17); poi ancora come «venuto da Dio» (v. 33); e infine come Dio: «”Io credo, Signore!”. E gli si prostrò innanzi». Ma il prezzo della fede è alto: la scomunica, l’espulsione dalla sinagoga. L’opzione per Cristo fra i primi cristiani provenienti dal giudaismo doveva mettere in conto la stessa sorte del cieco: la messa al bando dalla propria comunità religiosa.


Il prezzo della fede
Pare incredibile. Ma pure nelle società che hanno portato sul podio la figura della libertà la fede ha il suo prezzo. I venti che soffiano violenti si chiamano indifferenza, ironia, presunzione, ostentazione, condotta di vita all’insegna delle cose immediate. La sorte del credente nella società consumistica ed edonistica è la «solitudine», come nel caso del cieco nato. Non raramente la fede fa entrare in conflitto persino con le persone più care, la famiglia.
Oggi, ancor più che in passato, il cristiano convinto delle proprie scelte è chiamato a ripetere l’esperienza del «resto d’Israele»: essere minoranza. E forse l’interrogativo potrebbe affiorare: «Ma chi sono i furbi? Coloro che se la spassano o coloro che dicono di sì a Dio e alla Chiesa, con tutte le provocazioni di chi in chiesa non ci vuole mettere piede?».
L’essere minoranza non è una condizione solo di oggi. È la logica di ogni credente; a partire dal cieco nato. Ma il credente sa che la sua fede è dono; è risposta necessaria al dono; che ha bisogno di crescere per resistere a tutte le sfide. Per questo la fede è cammino, formazione permanente, per diventare luce per la propria vita e per gli altri. Non si arresta alle soglie dell’adolescenza.
Ogni cristiano sta tra Gesù Cristo e il mondo: deve fare meno ombra possibile. O meglio: deve fare più luce possibile.





da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 78-81




 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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