5 marzo: PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA
Enrico Masseroni




Genesi 2,7-9; 3,1-7:
La creazione dei progenitori e il loro peccato.

Romani 5,12-19:
Dove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.

Matteo 4,1-11:
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.



GESÙ VINCE LE LUSINGHE DEL MALIGNO

Da oggi il sentiero del tempo liturgico svolta verso Pasqua. Si aprono davanti due scenari non usuali per la nostra voglia di immaginare: il deserto e l’«alto monte». Oggi il deserto della tentazione; domenica prossima il Tabor della trasfigurazione. Il cammino quaresimale sta tutto qui: tra il deserto della lotta e il monte della meta; tra la fatica dell’esodo e la vetta della Pasqua. Fuori da questa traiettoria c’è illusione, distrazione, avventura. Non si trova l’acqua viva che disseta.
Nelle prime due domeniche dell’itinerario quaresimale c’è un invito a gettare uno sguardo disincantato e fiducioso sulla strada e sulla meta dell’esistenza umana. Ma poi come, concretamente, la Quaresima si fa cammino per ogni credente, pur sempre ammaliato dall’anti-quaresima del mondo?

Questo è il tempo della memoria, del cuore e delle mani.

La memoria anzitutto.
Le tre domeniche dopo la trasfigurazione portano al battesimo. Le letture di Giovanni sono illuminanti: la samaritano (terza domenica), il cieco nato (quarta domenica), la risurrezione di Lazzaro (quinta domenica). Ogni credente ha da fare memoria: della sua vita, rigenerata dall’acqua viva, come la samaritana; della sua fede, come il cieco nato restituito alla vista; della sua vita ridestata dalla morte, come Lazzaro.

Ma poi la Quaresima è il tempo del cuore.
L’invito alla conversione batte insistente.
Tu, io, siamo provocati a smontare i duri meccanismi dell’egoismo, falsi e nascosti. Dentro, nel cuore.

Solo così ha senso anche la Quaresima delle «mani tese».
Appunto come stagione in cui riavvertire una presenza scomoda. Questo è un tempo in cui non si può usare a vanvera una parola, urgente e inflazionata insieme, come solidarietà.

Perché parte dalla memoria, attraversa il cuore e arriva ai fratelli. La pulizia delle mani solidali sta nel cuore.


   


Tentazione in crescendo

Torniamo al deserto, dunque. I tre assalti diabolici sono noti. Sono le tre interpretazioni del messianismo secondo satana. Esse costituiscono un crescendo disinvolto e temerario, che Gesù respinge con forza. Egli è entrato nel mondo per salvare l’uomo attraverso la via dell’amore, con la suprema epifania sulla croce. Satana tenta il colpo: far cambiare strada. Ci prova nel deserto e ci riproverà sotto la croce. L’alternativa diabolica è quella del potere. Nel deserto appare chiara la strategia del tentatore.

Anzitutto il miracolo del pane. Gesù è sensibile alla fame della gente; egli stesso dopo il lungo digiuno sperimenta la fame. E la prima tentazione mira a distruggere il volto dell’uomo. L’uomo è ciò che mangia, secondo satana. Poi la tentazione di un messianismo spettacolare. L’esibizione dal pinnacolo del tempio avrebbe dimostrato a tutti l’io di Cristo. La tentazione mira a distruggere il vero volto di Gesù il Messia.
E, infine, la strategia si scopre: la tentazione del dominio. Satana si dichiara re del mondo, disposto a riconsegnarlo a Cristo in cambio del riconoscimento della propria regalità contro quella di Dio.
La tentazione mira a distruggere lo stesso volto di Dio. Il crescendo ha davvero i tratti diabolici: la materia sopra lo spirito, il messianismo di potenza sopra la croce; satana sopra Dio. Un crescendo che Matteo esprime anche attraverso il nome dato al demonio.

Al versetto 3, l’anti-Cristo è presentato come il «tentatore», al versetto 5, come il «diavolo», il divisore, che si mette in mezzo tra Gesù e il Padre, al versetto 10, come «satana», il nemico. Il nome gli è dato da Gesù stesso: «nemico » di Dio e dell’uomo.

Ma il «giù la maschera» Gesù lo pronuncia con vigore. Anche la sua risposta è un «crescendo», colpo su colpo. Il perentorio «sta scritto» è ridetto tre volte. L’espressione indica l’assolutezza della Parola di Dio: eterna, immutabile. Parola che crea e dà vita; che tutto riporta al primato assoluto di Dio, quasi eco del primo comandamento dell’Alleanza: «Sta scritto: adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto». E così l’ultima parola delle tentazioni nel deserto è di Gesù. Evocativa dell’ultima parola di Dio nella storia; anzi indicativa dell’ultima parola di ogni discepolo, chiamato a lottare, ma pure a vincere. Come Gesù.


Giù la maschera
La strategia del maligno nel mondo è nota: convincere che lui non c’è; ironizzare quando si parla di lui: promuovere referendum sulla sua esistenza. E così il gioco è fatto. Il male appare come un’esigenza naturale, un’esperienza sorridente, positiva; la coscienza si sente liberata da presunti tabù o cade nel buio di Babele, questa la vera, grave tentazione dell’uomo d’oggi: cambiare le carte tra il bene e il male. Ma Gesù dice «no».

Con vigore, e con chiarezza. C’è un « no » necessario in ogni lotta contro il male. il «no» al mostro della falsità del non riconoscere il male per male. Non c’è miseria più abissale per l’uomo del non avere più la coscienza del peccato.

Ma Gesù dice di «no» con la Parola di Dio. Che sta come roccia, che è luce, potenza. Il bene e il male non sono decisi dalla coscienza arrogante dell’uomo. Ma da Dio, il quale illumina; ma soprattutto è forza, grazia per vincere ogni tentazione del deserto umano. Non a caso Gesù ha messo sulle nostre labbra la preghiera: «Non ci indurre in tentazione». Non permettere che soccombiamo nella lotta. Non è una lezione da poco per noi, viandanti verso la Pasqua.






da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 66-69




 

 

 

 

 

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PROPOSTE DI MEDITAZIONI  - Desideriamo offrire testi spirituali, che possono essere di aiuto per nutrire la nostra fede e rafforzare la nostra vita in Cristo: sono un'occasione per confrontare la nostra esperienza cristiana con quella di testimoni 'antichi' e contemporanei. I testi sono presi da: Meditazioni per l'anno liturgico. Dagli Autori di tutti i tempi.

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