18 dicembre: QUARTA DOMENICA DI AVVENTO
Andrea Cardone


Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Romani (1,1-7)
«Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore.
Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome; e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo.
A quanti sono in Roma amati da Dio e santi per vocazione, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo».



AMATI DA DIO E SANTI PER VOCAZIONE

«Stillate dall’alto, o cieli, la vostra rugiada e, dalle nubi, scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore». Queste fervide invocazioni del profeta Isaia, racchiudono tutte le speranze dei giusti dell’Antico Testamento; ci rivelano con quale animo guardassero ai giorni del Messia e con quale desiderio si protendessero a lui.
La liturgia dell’Avvento vuol farci rivivere la struggente attesa di quei giusti e suscitare, nelle anime nostre, un’incrollabile speranza di salvezza, che c’induca ad accostarci, con riconoscenza e con gioia, al mistero del Natale.
Ma chi è questo personaggio così lungamente atteso dal popolo eletto di Dio e di cui ci apprestiamo a celebrare la nascita?

Quale la sua origine, la sua missione, il suo destino? L’apostolo S. Paolo sembra proprio voler rispondere a questi nostri interrogativi. Egli afferma che il Salvatore, che Israele aspettava, è Gesù; quel Gesù che, nella notte del S. Natale, noi contempleremo bambino, nella mangiatoia d’una grotta, a Betlem.


   


Egli non è uno sconosciuto, piombato quaggiù chissà come; non è un intruso, che si è introdotto di soppiatto in mezzo a noi; non è una meteora che, con la stessa rapidità con cui è apparsa è anche sparita, ma il compimento di quella promessa fatta da Dio, dapprima ai nostri progenitori, subito dopo il loro peccato, e poi da lui stesso rinnovata ad Abramo e ai suoi discendenti: il Messia promesso è Gesù.

 

I profeti, ispirati da Dio, ne tratteggiarono la figura e ne descrissero la missione molti secoli prima che egli venisse nel mondo, e precisarono le circostanze di tempo e di luogo, in cui la promessa avrebbe avuto il suo compimento. I dati che noi possiamo ricavare dai libri dell’Antico Testamento, circa la persona di Gesù, sono tali e tanti, che ci permetterebbero di compilare una sua scheda personale, per nulla diversa da quella che potremmo ottenere basandoci sui vangeli e su gli altri scritti del Nuovo Testamento: Gesù è il grande protagonista di tutta la storia della salvezza; egli è al centro non solo del Nuovo, ma anche dell’Antico Testamento.

Di lui, San Paolo si gloria di essere un umile servo che, per misericordia infinita di Dio, è stato chiamato ad essere anche suo apostolo. La missione affidatagli è quella di predicarlo dappertutto; di farlo conoscere agli Ebrei, suoi connazionali, e ai pagani del mondo intero; di invitarli a credere in Cristo, ad obbedire al vangelo e ad attendere, con fiducia, la salvezza, che invano spererebbero da altri.
Cristo, infatti, è il Figlio eterno di Dio, che si è degnato di farsi nostro fratello, assumendo umana carne, nel grembo verginale di Maria, e divenire così il mediatore universale di salvezza.
Nato dalla stirpe di Davide, egli è indubbiamente un uomo, in tutto simile a noi, eccetto il peccato. Di lui ci sono noti gli antenati, la madre che lo ha dato alla luce, il luogo e la data di nascita, la storia della sua vita, contrassegnata da venerazione, da stima e da trionfi, a lui tributati da parte di molti, ma anche da profonde avversioni e da odio feroce da parte di altri, che ne chiesero e ottennero la condanna.
Spirato sulla croce e deposto nella tomba, non vi rimarrà che soltanto tre giorni incompleti: egli era Dio!


Credere nell’insondabile mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, significa credere che Cristo è realmente uomo e realmente Dio; un Essere cioè che sussiste nella natura umana e in quella divina, nell’unica persona del Verbo. Sarebbe arduo prestar fede a questa realtà, se, durante la sua vita terrena, egli non avesse dimostrato cose; creando eccezioni alle leggi della natura,compiendo innumerevoli miracoli, di cui il più strepitoso è la sua risurrezione da morte. La risurrezione di Cristo ha segnato anche la risurrezione morale di tutta l’umanità, che era immersa nelle tenebre dell’errore e del peccato.

Gloriosamente asceso al Cielo ed entrato, anche con il suo corpo spiritualizzato e con la sua anima umana, nella sfera della Divinità, Cristo ha effuso nel cuore dei credenti lo Spirito Santo, con cui ha dato inizio a un’opera più mirabile della stessa creazione: nel trarre dal nulla tutte le cose, infatti, il Verbo eterno non incontrò nessuna opposizione da parte degli esseri, tutti ancora inesistenti;
ma nella trasformazione dei cuori, nella conversione delle anime e nella loro santificazione, egli s’imbatte spesso in volontà che gli resistono tenacemente, e vincerle, senza violarne la libertà, è possibile soltanto a Dio. E Cristo, ch’è Dio, ci riesce mirabilmente con la luce e la forza della sua grazia.


La grazia che folgorò Saulo, sulla via di Damasco, trasformandolo da accanito persecutore in un docile discepolo di Cristo e in un apostolo instancabile del suo Vangelo, ha illuminato anche noi, che, da povere creature travolte dal peccato, siamo diventati, per la fede in Cristo e la grazia del battesimo, membra vive del suo Corpo Mistico, figli adottivi di Dio ed eredi del Cielo. In forza della nostra consacrazione battesimale, noi siamo divenuti carissimi a Dio, non meno dei cristiani di Roma, a cui si rivolgeva, con il suo scritto, S. Paolo: noi non apparteniamo più a noi stessi, ma a Cristo, nel quale siamo stati vitalmente inseriti. Il nostro impegno dev’essere quello di non vivere che per lui. E vivere per Cristo significa sforzarsi di imitarlo nella sua perfetta adesione alla volontà del Padre, anche nelle circostanze più spiacevoli, in cui potremmo venire a trovarci.







da: Andrea Cardone M.I. - Incontri festivi con i primi collaboratori di Gesù -
Religiosi Camilliani - Largo Ottorino Respighi, Roma pp 23-27






 

 

 

 

 

 

 

 

 

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