18 dicembre: QUARTA DOMENICA DI AVVENTO
Enrico Masseroni




Isaia 7,10-14:
Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio.

Romani 1,1-7:
Gesù Cristo, della stirpe di Davide, figlio di Dio.

Matteo 1,18-24:
Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide.



CAPIRE IL FUTURO COME PROGETTO

L’Avvento non è solo «attesa», è «sorpresa». Non è solo l’attesa trepida di una madre, l’attesa vigile del Battista; ma è «crisi» dell’attesa, come nell’uomo del deserto dietro le sbarre, è «sconcerto» di fronte alla risposta di Dio, l’Emmanuele. Dio sorprende, scombina le stesse attese umane.
Ne è testimone Giuseppe, altro protagonista della storia assolutamente inedita di Dio.
Il primo capitolo del vangelo di Matteo è uno squarcio luminoso e anticipatore sul mistero di Gesù. Da una parte Matteo vuol presentare Gesù come il Messia atteso inserito nella corrente della vicenda umana, come il realizzatore della benedizione di Dio su Abramo. E lo dice con il ritmo apparentemente eguale della genealogia. Il cui senso sta scritto in apertura: «Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide, figlio di Abramo» (1,1). Gesù arriva dentro la storia con un volto di uomo, censito come tutti gli altri nella memoria delle generazioni. Ma chi è Gesù? Qual è il suo mistero? Qual è il suo destino?

Matteo risponde con l’annunciazione a Giuseppe. Anche lui, come la sposa Maria, viene illuminato da una parola dall’alto, per varcare la soglia del mistero e accogliere l’Emmanuele. Quel Gesù, figlio di Davide e di Abramo, è anche Figlio di Dio, in una maniera unica, sorprendente. Matteo intende proclamare il singolarissimo mistero di Gesù attraverso tre passi. Anzitutto il concepimento verginale. «Maria si trova incinta per opera dello Spirito Santo». Stesse parole erano risuonate a Nazaret: «Lo Spirito Santo scenderà su di te». Nei grandi eventi in cui Dio incrocia l’orizzonte della storia, c’è un intervento efficace dello Spirito: nell’esplosione creativa dell’essere alle origini del mondo, nel farsi carne del Verbo, nella genesi della Chiesa il giorno di Pentecoste.

   


Il brivido del mistero
Ma soprattutto il mistero del Figlio di Dio si manifesta nella crisi interiore di Giuseppe.
Il suo dramma non consiste nel dubbio circa l’onestà della sposa.
Ciò che lo turba è alluso dall’angelo: «Non temere... ».
Come i profeti, come Maria, Giuseppe intuisce che Dio è all’opera. Avverte il brivido per la vicinanza del mistero. Di qui il turbamento, l’incertezza, il desiderio di sottrarsi per non ingombrare lo spazio sacro dell’azione divina. Anche Giuseppe, come la sposa, attraverso una rivelazione dall’alto scopre la vera identità di Gesù e la propria missione. Il figlio di Maria non è solo un uomo cui Giuseppe dovrà dare un nome — Gesù, — ma è Figlio di Dio: sarà lui a salvare «il suo popolo dai suoi peccati».
Sull’orizzonte di fede di Giuseppe appare già il destino di Gesù: il cui nome e la cui missione dicono «salvezza».

E c’è, infine, un terzo passo con cui Matteo procla-ma il mistero di Gesù: il profetismo antico.
Il concepimento verginale rientra in un disegno di Dio che i profeti avevano intravisto.
La profezia di Isaia (7,14) viene citata da Matteo per proiettare due luci inedite sull’evento: Maria è una vergine-madre, e colui che nasce da lei è «l’Emmanuele, il Dio-con-noi».
Solo così il timore diventa fede, obbedienza, e prepara la vocazione unica di Giuseppe, con la sua missione irripetibile: sposo di Maria e padre legale di Gesù. Giuseppe, un protagonista che sta sullo sfondo, un uomo che parla con il silenzio. In lui il discernimento della fede diventa «sì» a Dio, in sintonia con il fiat di Maria.


La fatica di capire
Il problema serio per ogni persona non è solo vigilare sui valori che contano. Ma è capire il futuro come progetto, come chiamata di Dio. Molti pensano che una vita riuscita vada imbastita sulla base dei propri talenti: le attitudini, le capacità umane, le possibilità economiche. Altri aggiungono che una sistemazione appagante debba tener conto delle attese sociali, degli spazi che la società bene o male sembra aprire sulla sua piazza. Insomma è normale giocare la partita del futuro su due fattori: risorse personali e offerte sociali. Il gioco è fatto, senza troppe sorprese.

E Dio che c’entra? Mah! Tutt’al più va accolto come un garante perché i conti tornino, al riparo da errori o fallimenti. Eppure la vita di ciascuno, in una prospettiva di fede, comporta un disegno personalissimo. Appunto una vocazione, in cui l’adesione a Dio è assolutamente necessaria. Allora la domanda più vera non è: Quali sono le mie aspirazioni? quali possibilità sul mercato? Ma: che vuole Dio da me? Certo un Dio vicino, appunto l’Emmanuele, potrebbe intimorire, come nella giovinezza di Giuseppe, di Pietro, di Paolo e di tantissime persone di ieri e di oggi. Dio quando si fa largo nella vita dell’uomo può turbare, scombinare progetti umani; la fede diventa fatica di capire, per discernere e aderire. Ma quando sul proprio futuro c’è la firma di Dio c’è una firma d’autore.





da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 24-26




 

 

 

 

 

 

 

 

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