11 dicembre: TERZA DOMENICA DI AVVENTO
Andrea Cardone


Dalla lettera di S. Giacomo apostolo (5,7-10)
«Fratelli, siate pazienti fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d’autunno e le piogge di primavera.
Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.
Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte.
Prendete, o fratelli, a modello di sopportazione e di pazienza i profeti che parlano nel nome del Signore».



FIDUCIOSI COME L’AGRICOLTORE, PAZIENTI COME I PROFETI

Perché il clima di gioia, che precede e accompagna la venuta di Cristo tra noi, non resti compromesso e neppure offuscato dal pensiero del giudizio verso il quale procediamo tutti speditamente, è opportuno riflettere che il Figlio di Dio si è fatto uomo non per essere la nostra rovina, ma la nostra salvezza, e che, nell’ultimo giorno, egli non cesserà di essere l’unica fonte di ogni nostro bene e di ogni nostra speranza:
il nostro Redentore! La sua sentenza, quindi, non potrà esserci avversa, se, durante l’attesa, noi abbiamo fatto del nostro meglio per attuare, con pazienza e con amore, la volontà del Padre celeste.
Se così non fosse, diventerebbero incomprensibili le parole con cui la liturgia c’invita a celebrare con gioia, non solo lo storico evento del primo ingresso di Cristo nel mondo, ma anche ogni altra sua venuta: «Rallegratevi sempre nel Signore — ci dice la Chiesa con le parole dell’apostolo S. Paolo — ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino»; e incomprensibile resterebbe pure l’esortazione rivolta dall’apostolo S. Giacomo a quanti sono oppressi da difficoltà e tribolazioni: «Siate pazienti, fratelli — egli scrive — fino alla venuta del Signore», la quale non è certamente da confondere con quella già avvenuta a Betlem.
Per conseguire il Paradiso che ci è stato promesso, è necessario, dunque, che ci esercitiamo nella pazienza.

Spesso i primi cristiani si trovarono esposti a dover affrontare terribili persecuzioni e, posti dinanzi all’alternativa di rinunziare alla propria fede o di testimoniarla con il sangue, preferirono associarsi alla passione di Cristo e morire per lui. Persuasi che, nel regno di Dio non si entra se non attraverso molte tribolazioni, abbracciarono con generosità e pazienza, i più atroci tormenti, offrendo a Cristo la più valida testimonianza di fedeltà e di amore.


   


L’alternativa, dinanzi alla quale ci veniamo a trovare ogni giorno anche noi, non è meno drammatica di quella in cui vennero a trovarsi quei primi nostri fratelli: identica alla loro è, infatti, la scelta che continuamente siamo chiamati a compiere anche noi e che si risolve o col rimanere fedeli a Cristo dappertutto e sempre, anche nell’ora oscura della sofferenza e della prova, o con l’allontanarci da lui e non riconoscerlo più come nostro Maestro e Salvatore.

 

Non c’è vita umana, per quanto ben piantata e vigorosa possa apparire, che non abbia le sue magagne e i suoi limiti: non poterli valicare, costistuisce, per l’orgoglioso, motivo di delusione, di sconforto e di sofferenza; ma chi ha fede, non esita a riconoscersi per quello che è, e ad accettarsi con le sue doti e le sue manchevolezze, ricordando di essere una creatura, che deve a Dio tutto quello che ha di buono e, a sé stesso, le proprie miserie. Non c’è vita umana, che vada esente da incomprensioni, contrarietà, mali fisici e morali, ai quali, chi non ha fede cerca di sfuggire ad ogni costo e con tutti i mezzi possibili, e, se non ci riesce, freme e si ribella, maledice la sua sorte e, alcune volte, si dispera sino a suicidarsi.

Chi ha fede non osa ribellarsi alle disposizioni della Provvidenza: accetta la vita come gli si offre e sopporta con serenità noie e disagi, privazioni e malattie, vessazioni e persecuzioni, nella ferma convinzione che il dolore, accettato con amore, gli procura il Paradiso, perché è il crogiuolo attraverso il quale l’anima si purifica e vien fatta degna della visione Dio. «Tanto è il bene che mi aspetto — ripeteva il Poverello di Assisi — che ogni pena mi è diletto».


In realtà, non sono poche le tribolazioni che, in un modo o in un altro, incontriamo nel cammino verso la patria: il segreto sta nel sapercene servire per la nostra santificazione, esercitandoci costantemente nella pazienza, a contatto della dura realtà di ogni giorno e particolarmente nei nostri rapporti con gli altri, che spesso, senza volerlo, mettono a dura prova la nostra suscettibilità. Solo se ci amiamo davvero, saremo in grado di sopportarci a vicenda. Ora, perché non cadiamo vittime dello scoraggiamento e della stanchezza l’apostolo S. Giacomo ci suggerisce di guardare all’agricoltore che, senza esimersi dal lavorare la terra e dallo spargervi il seme, aspetta con fiducia le piogge e il raccolto, e la sua fiducia non resta quasi mai delusa.

Ma lo stimolo più efficace ad essere pazienti durante la nostra permanenza in questo mondo (breve o lunga che essa sia), ci viene dall’esempio dei santi dell’Antico e del Nuovo Testamento e soprattutto da quello di nostro, Signore, che, con eroica pazienza, accettò ingiurie e schiaffi, oltraggi e flagellazione, si caricò della croce e si lasciò finalmente inchiodare su di essa. Quando, nella nostra giornata, tutto divenisse pesante; quando la vita ci incominciasse ad apparire monotona e snervante; quando, con l’avanzare degli anni, i mali fisici diventassero frequenti e più difficilmente curabili; quando la nostra croce diventasse gravosa, è quello il momento di fissare lo sguardo sul divin Crocifisso, per attingere da lui la forza per adempiere sino all’ultimo, con amore e pazienza, la volontà del Padre: morire sulla croce con Cristo, per incontrarci con lui nella gloria del Cielo.

Preghiamo con la Chiesa: «O Dio, che con la risurrezione del tuo Figlio, ci hai aperto il passaggio alla vita eterna, rafforza in noi la fede e la speranza, perché non dubitiamo mai di raggiungere quei beni che tu ci hai rivelato e promesso».







da: Andrea Cardone M.I. - Incontri festivi con i primi collaboratori di Gesù -
Religiosi Camilliani - Largo Ottorino Respighi, Roma pp 19-23






 

 

 

 

 

 

 

 

 

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