NATALE DEL SIGNORE
Enrico Masseroni




Isaia 9,1-3.5-6:
Ci è stato dato un figlio.

Tito 2,11-14:
È apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini.

Luca 2,1-14:
Oggi vi è nato il Salvatore.




MARIA DIEDE ALLA LUCE IL FIGLIO

Il Natale ha il singolare primato della simpatia dei piccoli e dei grandi, dei praticanti assidui e saltuari. Forse mai i templi cristiani sono affollati come a mezzanotte del 24 dicembre. Certo il Natale, più della stessa Pasqua, vertice della storia sacra, ha una straordinaria forza evocativa: di tanti sentimenti sopiti sotto la ruvida scorza dell’esistenza feriale. Ridesta nostalgie di bontà, di pace; forse restituisce il fascino del mistero, il bisogno di Dio, il desiderio di un’umanità riconciliata. Ma è solo questo il Natale? Ancora una volta è la Parola a suggerire il salto da un «Natale della simpatia» a un «Natale della fede».

   


Il ritmo narrativo di Luca starebbe bene anche in un libro di storia. Il capitolo 2 del suo vangelo spazia sul grande scenario del mondo romano, con Cesare Augusto e il censimento. Il potere si misura, conta, invade la terra. La povera gente deve muoversi. Così «anche Giuseppe... sali in Giudea». I poveri, per il potere, sono un numero; servono solo per la conta. E così Luca entro l’arco della grande storia universale, con i potenti di turno, scrive la vicenda degli umili: «Mentre si trovavano in quel luogo Maria diede alla luce il figlio suo primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia». Ecco l’evento: un parto, un primogenito, una mangiatoia. Il Figlio di Dio entra nel mondo da emarginato: «Non c’era posto per loro nell’albergo». Ma quell’evento cambia la rotta della storia.

Ciò che Giovanni dice con sobria aderenza teologica (1,14: «Il Verbo si è fatto carne»), Luca lo narra con adorante stupore, fissando lo sguardo sui gesti umanissimi di una madre: diede alla luce, lo avvolse e lo depose. Perché? Forse perché l’albergo era al completo, o perché non era il luogo più indicato per l’imminente maternità di Maria? O perché i due sposi venuti dal Nord non avevano di che saldare il conto? Una cosa è certa: il Signore Gesù «da ricco che era si è fatto povero per voi» (2Corinzi 8,9). I primi panni del «Verbo fatto carne» sono quelli dei poveri; la prima casa quella degli ultimi: una grotta.

Un nuovo centro
Se l’evento si colloca ai margini della grande storia del mondo, l’annuncio dell’angelo ne restituisce l’assoluta centralità. La parabola umana non è datata sulle conquiste dei poteri umani, i quali sorgono e tramotano. La storia ha un nuovo centro. «Oggi nella città di Davide è nato un salvatore, che è il Cristo Signore». Sul fluire inarrestabile del tempo c’è l’oggi di Dio, l’era messianica, la data del «dono».
La matassa umana, intrecciata di guerre e di pace all’ombra dei poteri violenti del mondo, viene ricentrata nell’oggi del Natale; su cui si proietta già la luce della Pasqua. Quel bimbo infatti, nato ai margini, è il «Salvatore, Cristo e Signore». Parole luminose, uniche nel Nuovo Testamento. Dicono la fede pasquale della comunità credente. Il Messia da lungo atteso è colui che salva, ed è il Signore, il vincitore della morte. Giovanni contempla la vita del Verbo eterno nella carne debole di Gesù: Luca nella carne del bimbo deposto nella mangiatoia, intravede i bagliori della Pasqua: il Signore.

All’alba dell’èra nuova si rovescia sul mondo una ca-scata di luce. Improvvisamente i volti dei pastori balzano dalle tenebre della notte. Proprio a loro, gente socialmente disprezzata, impura, ignorante della legge, giunge la notizia più sconvolgente. La nascita di Gesù sprigiona nel cosmo, in tutte le direzioni dell’orizzonte umano, un triplice dono: la gioia, il primo annuncio messianico.
La speranza si compie. L’umanità non è più orfana. Dio è con lei. La gloria: l’annuncio angelico diventa inno, lode, proclamazione della bontà salvifica di Dio, che ridiscende verso gli uomini portando (e siamo al terzo dono) la pace.
Il Natale dà così un volto alla pace. Lo dice con impeto Paolo: Cristo «è la nostra pace» (Efesini 2,14).
E il dono della pace biblica ricompone il mondo nell’armonia; è una sorta di scrigno ricco di molti tesori: la giustizia, la prosperità, la gioia, la solidarietà. I primi a fruirne sono gli ultimi.

Fare posto
C’è bisogno anche tra noi di una «notizia» sconvolgente. Abbiamo urgenza di fare un Natale vero.
Che ce ne facciamo di un po’ di folclore in casa? Là dove c’è il potere invadente dell’orgoglio, del denaro, della distrazione, il Bambino resta ai margini. Povero Natale là dove la fantasia diventa realtà, come nelle teste di tanti bimbi. Il Natale? Solo colore, immagine, gioco. Povero Natale, là dove la realtà diventa fantasia; là dove il mistero diventa fiaba. Da raccontare a chi?
La fede del Natale è radicalmente altro; è la festa del «primo giorno» di un Dio in carne umana; è la restituzione all’uomo della sua vertiginosa dignità di figlio di Dio; è la sorgente viva, eternamente zampillante della pace vera; è il nuovo centro dell’amore solidale verso tutti; è la festa degli ultimi.
Ma occorre, con urgenza, fare posto nell’albergo: della coscienza, della famiglia, di ogni comunità cristiana. Occorre varcare le soglie della simpatia: la fede nel Natale è accoglienza adorante del Figlio di Dio, il «primogenito fra molti fratelli». Che siamo noi.





da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 27-30




 

 

 

 

 

 

 

 

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