11 dicembre: TERZA DOMENICA DI AVVENTO
Enrico Masseroni




Isaia 35,1-6.8-10:
Il nostro Dio viene a salvarci.

Giacomo 5,7-10:
Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.

Matteo 11,2-11:
Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo attendere un altro?



SEI TU IL MESSIA CHE DEVE VENIRE?

Anche i giganti vanno in crisi. Anche il profeta dell’attesa vigile, della coerenza granitica attraversa il dubbio. Non sembra vero che l’uomo austero del deserto, dietro le sbarre del carcere, viva il dramma del conflitto interiore: sarà Gesù il Messia o ci sarà da aspettare un altro?
Alcuni Padri della Chiesa, compreso Agostino, fanno fatica ad attribuire a Giovanni una fede vacillante e tentano interpretazioni discutibili. Forse non è male fare conoscenza con un volto diverso di Giovanni.
Va bene guardare a lui come al modello della speranza, del desiderio del Signore.
Ma identificare l’Avvento con la vigilanza non vuol dire ignorare l’ora del dubbio, della prova.
Insomma anche un Giovanni in crisi ci sta bene; soprattutto per noi perennemente in crisi.

   


La verità di Gesù
Il brano ruota attorno all’ambasciata dei discepoli di Giovanni, e risponde a tre domande: qual è la vera identità di Gesù? Chi è Giovanni per Gesù? Chi è il discepolo del regno? Il profeta di fuoco è dunque in prigione. E là, nello squallore della solitudine, filtrano alcune notizie su Gesù di Nazaret. Sconcertanti.
Non resta che tentare un’ambasciata: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Inutile girare attorno al problema: Giovanni vive il dramma del dubbio. Trova difficile conciliare la sua immagine di Messia con quella testimoniata da Gesù attraverso le sue opere.

Il profeta del deserto aveva parlato di un Messia che avrebbe messo mano alla scure per abbattere gli alberi sterili; del Messia con il ventilabro in mano per spazzare via dall’aia i peccatori.
Insomma Giovanni aveva intravisto all’orizzonte qualcuno che finalmente avrebbe fatto giustizia. Un’immagine certo non distante da quella nascosta nella testa della gente, e persino di Pietro e discepoli. E invece sente parlare di un Messia della «misericordia» e del «perdono».

Gesù sembra aver intuito il dramma del precursore e l’aiuta a capire: «Andate a riferire a Giovanni ciò che voi udite e vedete»; e rivela i segni della sua vera identità con le stesse parole che Isaia attribuiva all’èra messianica. E tra questi gesti non c’è solo la guarigione dei reietti colpiti da malattia, ma l’annuncio del vangelo ai poveri. Insomma il volto del Messia manifesta una mi-sericordia inaudita che chiama i poveri a protagonisti della nuova storia. Gli ultimi sono i primi. Chi è dunque Gesù dentro la vicenda del regno?
È il volto svelato dell’amore, la misericordia condiscendente, da comunicare allo stesso Giovanni.
Forse anche lui ha il diritto di saperlo per uscire dal suo dramma.

Ma, dopo la richiesta degli ambasciatori di Giovanni, Gesù incalza. Ora è lui stesso a porre una domanda su cui costruire l’elogio del profeta del Giordano: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto?».
Il contrasto tra l’uomo dietro le sbarre e l’uomo del deserto è palese. Prima, nella domanda di Giovanni, l’uomo del dubbio; ora, nella parola di Gesù, l’elogio dell’uomo forte. Giovanni non è una canna sbattuta dal vento. E neppure un uomo vestito lussuosamente.
Il deserto è il luogo degli uomini resistenti alla lotta, è la scuola dei profeti.
E lui, Giovanni, è «più che un profeta». Gesù dunque scolpisce il precursore a colpi di scalpello. Uno di origine profetica: Giovanni è colui che Dio manda come messaggero messianico (Esodo 23,20) a preparare la via del Signore (Malachia 3,1); e l’altro è forse l’elogio più ardito che Gesù fa di un uomo: il più grande «tra i nati di donna». Un vertice della storia salvifica: appunto il precursore.

Tuttavia «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Gesù anticipa nella prospettiva del regno l’identità del discepolo. Alla luce della novità ormai manifesta con il tempo di Gesù, Giovanni fa ancora parte dell’attesa, della preparazione. I discepoli devono rendersi conto della novità in cui sono coinvolti.
Il mistero «Gesù» si riflette ormai nel cuore d’ogni discepolo. «Beati coloro che vedono ciò che voi vedete» (Luca 10,23).

Il varco della crisi
Certo non è facile comporre questo ritratto del Battista: uomo forte e uomo in crisi.
Eppure non solo i due tratti convivono, ma uno, il varco della crisi e del dubbio, è condizione per il maturare di personalità forti.
Oggi sembra più facile incontrare «canne sbattute dal vento», gente dalla fede debole. Una domanda seria allora s’impone: noi di chi siamo immagine? Siamo fatti a somiglianza di Dio o ad immagine dei miti di moda? Mai forse come oggi urge avere una spina dorsale robusta.

Ma per maturare una robustezza a tutta prova occorre mettere in conto anche i passi difficili della crisi; che sono tappe feconde per interrogare la vita, per mettersi in ascolto di quella parola che non passa;
e per liberarsi dalle false sicurezze e dai miti illusori propinati sulle piazze del mondo.
Una personalità forte, una fede che non si piega è una meta.
Una meta possibile, se non si sciupa l’ora della prova e il «viatico» fortificante che Dio mette tra le nostre mani in questo tempo di Avvento.





da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 20-23




 

 

 

 

 

 

 

 

 

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