27 novembre: PRIMA DOMENICA AVVENTO
Enrico Masseroni



Isaia 2,1-5:

Il Signore unisce tutti i popoli nella pace eterna del suo regno.

 

Romani 13,11-14:

La nostra salvezza è vicina.

 

Matteo 24,37-44:

Vegliate, per essere pronti al suo arrivo.


PRONTI ALL’INCONTRO COL SIGNORE

Avvento. Si riprende da capo l’anno liturgico. Sempre eguale, si pensa. Un paesaggio già visto. La Parola di Dio sembra ripetersi. In realtà irrompe inedita, sorprendente, creativa; incrocia le speranze deboli o morte dentro le fatiche quotidiane di ogni uomo. Avvento. C’è una scia luminosa della Parola, un po’ come la «via piana» di Isaia, che attraversa i tortuosi e confusi sentieri del mondo. Questo è il tempo dell’attesa vigile, della speranza operosa. Vogliamo dare uno sguardo d’insieme su questo versante in salita, che curva in alto attorno a Natale?

L’invito viene dalla prima domenica di Avvento. La Parola è un colpo d’occhio sulla fine dei tempi, verso la vetta più alta, il compimento della storia, per incoraggiare il passo giusto. Poi, nel prosieguo del cammino, la Parola-viatico viene al dunque: il passo giusto significa ridestare l’attesa del Signore con il cuore contemplativo di Maria, ma, non meno, accogliere il messaggio severo del Battista che provoca il cambiamento di vita. Tuttavia l’attesa vigile ha da mettere in conto la gioia - ma anche il dubbio - come Giovanni dietro le sbarre del carcere
(terza domenica di Avvento); deve prevedere il dramma di non capire le «strane» scelte di Dio, come Giuseppe di fronte al mistero di Maria, la sposa madre (quarta domenica). Oggi, dunque, si apre un percorso. C’è un messaggio serio; per non dire severo.


   


Vigilare
Un occhio è alla fine dei tempi. Alla fine del mondo, per stare al gergo popolare. Ma, si sa, quando è in gioco questo evento, è inevitabile la domanda curiosa della gente, quella voglia morbosa di sapere. «Quando e come avverrà la fine del mondo?».
Sembra questo l’assillo principale degli stessi discepoli di Gesù: «Dicci... quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo?» (Matteo 24,3).
Al desiderio di sapere i tempi si accompagna l’opinione diffusa di un ritorno imminente del Signore; non senza una buona dose di panico nella stessa comunità credente. Ma poiché la fine tarda a venire, in molta gente viene meno la vigilanza; si cede alla tentazione di una vita spensierata. Il mondo continua. Scampato pericolo.

Quale dunque la preoccupazione di Gesù nel suo discorso sulla fine? Tutto il vangelo di Matteo ha un grande filo conduttore: l’annuncio del regno di Dio, la sua crescita come buon grano tra la zizzania del mondo e, infine, il suo compimento.
Ma qui Gesù non intende favorire la pruriginosa curiosità degli ascoltatori. La prima cosa importante, anzi essenziale, circa la fine è la sua assoluta «incertezza», come rovescio dell’assoluta «certezza».
Nessun dubbio su tale evento. Ma nessuno può presumere di saperne la data. C’è solo da mettere in conto una sapienza nuova della vita, come attesa e vigilia dell’incontro con il Signore. Occhio al passo, dunque. E Gesù ricorre a due fatti per suggerire la vigilanza.

Il primo: anche per Gesù la storia è maestra della vita. Al tempo di Noè si mangiava e si beveva «e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiotti tutti». Il dramma di quel fatto evoca un’esistenza noncurante di Dio, annebbiata dal vizio e dall’indifferenza. La spensieratezza svagata, dichiara Gesù alla gente del suo tempo, prepara la stessa fine. Urge allora abbandonare l’insipienza di una vita sorda e miope, schiava della distrazione e del piacere. Occorre vigilare.

Ma Gesù cita anche un’esperienza di cronaca quotidiana. Quella del ladro, la figura sinistra che sguscia coperta dal buio. C’è solo una difesa contro l’irruzione traumatica del rapinatore in casa: la vigilanza avveduta del padrone. Ecco dunque la vera sapienza, di fronte al futuro ritorno del Signore: «Vigilate. State pronti». L’imperativo è per la comunità credente. Il futuro decide il presente di ogni discepolo: la vigilanza deve poi farsi operosa nel servizio e nel saggio impiego dei talenti (Matteo 25,1-31). Il futuro non è remoto; né solo un dramma cosmico. È soprattutto incontro con il Figlio dell’uomo, con il Signore nella sua veste di giudice della storia e della vita.


La storia si ripete?
Forse non piace questo volto di Gesù come giudice cui spetta l’ultima parola. Non è facile coniugare insieme la giustizia con la misericordia, il timore con l’amore. Si preferisce il volto misericordioso del Padre del capitolo quindicesimo di Luca. E talora viene di pensare che la misericordia copra tutto; anche le nostre irresponsabilità. In realtà Gesù denuncia la cultura dell’indifferenza, della confusione tra bene e male, della miopia che fa del presente l’unico tempo di una partita da giocare. «Vegliate!».

La vita è un affare serio; in edizione unica. E la vigilanza non vuol dire solo riempire i giorni di mille cose, fossero anche opere a vantaggio del prossimo. La vigilanza è una direzione; verso l’incontro con il Figlio dell’uomo, il Signore Gesù. Non è sufficiente remare, darsi da fare; bisogna orientare la barca. e forse correggere la rotta. Forse è drammaticamente urgente uscire di sotto i riflettori di un’esistenza godereccia, superficiale, tessuta di illusioni, come al tempo di Noè. «STATE PRONTI!». Non ci poteva essere parola più forte per il cammino che si apre.





da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 13-16




 

 

 

 

 

 

 

 

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