...dalla parte dei falliti
Marcello Farina





Nell’universo di vita moderno definito «occidentale» è predominante — lo si può affermare con fondati motivi — l’uomo di successo, il tipo del vincitore nella gara di corsa della vita, il primo arrivato nella carriera e nella concorrenza. Fin nella pratica quotidiana la figura fondamentale dell’essere uomo felice è quella di colui che è vittorioso in ogni lotta concorrenziale, come l’invulnerabile Sigfrido il cui punto debole deve rimanere nascosto sotto l’armatura che lo presenta all’esterno forte e vincente. Già Tommaso Hobbes scriveva, in piena epoca moderna, che «battere sempre il vicino davanti a noi è felicità e rinunciare alla corsa significa morte».

In maniera più o meno vitalistica ognuno vuole sempre di più e la vera vita è definita nell’orizzonte della volontà di potere, di possedere, di combattere. Il dominio del più forte nella storia dell’umanità è ritenuto un ideale sociale. Le depressioni (di natura psichica, politica, economica) sono valutate come incidenti di percorso, come contraccolpi catastrofici all’interno di quella dinamica di progresso che viene riconosciuta come inarrestabile. L’uomo povero («reso povero» nelle varie forme della disumanità e della violenza), l’oppresso, ma anche chi è impedito dalla nevrosi o dalla malattia o chi è fallito è tendenzialmente ritenuto un meno-uomo, un non-uomo o un sotto-uomo: dove colui che fa e può fare è tutto, l’impotente non vale nulla.

Secondo la forza distruttiva del «tutto o niente» c’è solo il vincitore o il vinto — guai a colui che sta dal lato dell’inferiorità, che è spinto nelle colonne del dare e che deve sempre giocare il gioco fatale a somma zero. La storia è di conseguenza storia dei vincitori e i dannati della terra (come pure la parte dannata presente in noi stessi) difficilmente trovano voce e difesa, per non dire autentico riconoscimento e parità di diritti.

Sembra che anche nelle Chiese abbiano acquistato forza, in contraddizione con la loro origine e il loro compito, visioni dell’uomo centrate sul vincitore. Lì dove esse si fanno istituzioni puramente morali con il compito di formare ai valori, lì dove esse si lasciano ridurre, a mo’ di delega, a istituzioni specializzate in pronto soccorso, lì dove accettano che il messaggio evangelico sia supporto alle scelte politiche come una sorta di religione civile, esse contribuiscono in pratica al mantenimento delle ambivalenze dell’intero sistema sociale e, di fatto, si schierano dalla parte dei forti, dei vincitori di turno. (Non potrebbero essere anche queste le cause della scarsezza di vocazioni?)
Ma la Bibbia cosa dice? Quella che i credenti chiamano «la parola di Dio» non ha nulla da affermare sui «falliti» della storia? Per chi accetta di confrontarsi con essa sono ben note tre situazioni di crisi, nelle quali il vangelo, per così dire, dell’Antico e del Nuovo Testamento esce dalla crisalide e si dimostra buona notizia: l’esodo, l’esilio, la crocifissione.
Il dramma biblico della storia di questo Dio con gli uomini si fa capire come via su cui la divinità di Dio si rivela sempre più chiaramente nell’umanità e nell’essere minacciato del suo popolo. Proprio nelle situazioni di fallimento e insuccesso questo Dio si mostra assolutamente affidabile e liberante, creando vittoria nelle sconfitte, chiamando l’essere dal nulla, la vita dalla morte (G. Fuchs).

Ciò avviene, secondo il racconto di Luca di questa domenica, anche per Gesù di Nazaret, immagine reale della sconfitta, lui che è il fallito per eccellenza, il crocefisso, lo stigmatizzato. Lì dove fallisce Gesù, lì Dio fallisce — nelle potenze della violenza, dell’angoscia e della menzogna tra gli uomini. Nel fallimento di Gesù, però, nella croce di Gesù — e in nessun momento al di là di essa — si dimostra l’onnipotenza dell’amore impotente, della fedeltà di Dio e della sua attendibilità. Si può affermare così in maniera paradossale: in quest’uomo fallito Dio non fallisce!

Questa è la scena della regalità di Cristo che l’evangelista ci mette davanti. Nel paesaggio indifferente di una folla distratta e vociante, tra bonzi politici e funzionari ecclesiastici, Luca ci fa cogliere il messaggio più alto del cristianesimo: «Dio regna dalla croce», perché egli è «colui che non ha salvato se stesso» (Lc 23, 37).










da: Marcello Farina - PAROLE CHE CONTANO - pp 169-171

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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