20 novembre: NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
Paolo Curtaz



Prima lettura: 2Sam 5,1-3 • Seconda lettura: Col 1,12- 20 • Vangelo: Lc 23,35-43


DISCEPOLI DI QUESTO RE?



Concludiamo l’anno di Luca con la più inquietante e devastante festa liturgica, quella di Cristo Re. Fatichiamo a sentire familiarità con la dimensione della regalità, immersi come siamo in una sana e co-struttiva (?) esperienza democratica.

I re che ancora vediamo sono, il più delle volte, re dei settimanali scandalistici e dei gossip da quattro soldi, e non ci invitano certo a riflettere. Eppure questa festa, se pur lontana dalla nostra sensibilità, porta in sé una vera e propria novità di vita, se viene presa sul serio.

Guardare oltre. Il senso della festa è quello di rivolgere lo sguardo altrove, in avanti, chiederci, seriamente, dove stiamo andando a finire. Le ragioni per scoraggiarsi non mancano, e la fragile storia fatta di armi e di violenza, continua a dettare legge. No, non è cambiato molto in questi duemila anni di cristianesimo, il Regno sembra essere un bel progetto rimasto sulla carta.
Ma non è così: la festa di oggi ci richiama a una verità di fede che sfida la nostra tiepida contemporaneità, il nostro cristianesimo miope, fatto di piccoli progetti. Cristo è re significa dire che lui avrà l’ultima parola sulla storia, su ogni storia, sulla mia storia personale.


   


Dire che Cristo è re significa non arrendersi all’evidenza della sconfitta di Dio e dell’uomo, credere che il mondo non sta precipitando nel caos, ma nell’abbraccio tenerissimo e gravido del Padre.
Dire che Cristo è re significa creare spazi di rappresentanza del Regno là dove stiamo vivendo la nostra vocazione alla vita, piccoli spazi pubblicitari per dire agli smarriti di cuore: ecco, Dio vi ama.
Oggi è la festa in cui le comunità guardano avanti, al di là e al di dentro dei nostri sforzi perché, sempre, il metro di giudizio del nostro essere Chiesa è la realizzazione del Regno.
Chiediamocelo noi, professionisti del sacro, se nei nostri consigli pastorali, nelle nostre programmazioni, è sempre evidente che tutto ciò che facciamo, dalla catechesi alla carità, ci è necessario per essere trasparenza della regalità di Cristo.


Un re bislacco.

Già questa riflessione ci (mi) mette in crisi. Io mi scoraggio se in parrocchia una proposta non funziona, non mi passa neanche per l’anticamera del cervello che, forse, non era consona all’edificazione del Regno...
Ma c’è di più: la regalità di Gesù è una regalità che contraddice la nostra visione di Dio.
Perché questo Dio è più sconfitto di tutti gli sconfitti, fragile più di ogni fragilità.
Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo a una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato.
Ecco: questo è il nostro Dio, un Dio sconfitto.
Non un Dio trionfante, non un Dio onnipotente, ma un Dio osteso, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.
Una sconfitta che, per lui, è un evidente gesto di amore, un impressionante dono di sé.

Un Dio sconfitto per amore, un Dio che — inaspettatamente — manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio — lui sì — si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.
Dio non è nascosto, misterioso: è evidente, provocatoriamente evidente; appeso a una croce, apparentemente sconfitto, gioca il tutto per tutto per piegare la durezza dell’uomo.
Gesù è venuto a dire Dio, a raccontarlo.
Lui, Figlio del Padre, ci dona e ci dice veramente chi è Dio.
E l’uomo replica: «No, grazie».
Forse preferiamo un dio un po’ severo e scostante, sommo egoista bastante a se stesso, potente da convincere e da tenere buono.
Forse l’idea pagana di dio che ci facciamo ci soddisfa maggiormente perché ci assomiglia di più, non ci costringe a conversione, ci chiede superstizione; non piega i nostri affetti, solo li solletica.


Salva te stesso. La chiave di lettura del vangelo di oggi è tutta in quell’inquietante affermazione della folla a Gesù: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
Frase che Luca fa dire anche ai sacerdoti e ai soldati pagani: tutti concordano nel ritenere un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri.
Il potente, così come ce lo immaginiamo, è colui che salva se stesso, può permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri.

Dio è ciò che non possiamo permetterci di essere, il più potente dei potenti, che può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno, beato lui! Dio diventa la proiezione dei nostri più nascosti e inconfessati desideri, è ciò che ammiriamo nell’uomo politico riuscito, ricco e sicuro, allora cerchiamo di sedurlo, di blandirlo, di corromperlo.
No, il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me.
Dio si autorealizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi.

Ladri e ladroni. I due ladroni — infine — sono la sinte-si del diventare discepoli. Il primo sfida Dio, lo mette alla prova: se esisti, fa’ che accada questo, liberami da questa sofferenza, salva te stesso (di nuovo!) e noi, e me.
Concepisce Dio come un re di cui essere suddito. Ma a certe condizioni, ottenendo in cambio ciò che desidera: una redenzione in extremis.
Non ammette le sue responsabilità, non è adulto nel rileggere la sua vita, tenta il colpo.
Non è amorevole la sua richiesta: trasuda piccineria ed egoismo.
Come — spesso — la nostra fede. Cosa ci guadagno se credo?
L’altro ladro, invece, è solo stupito. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza.
Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua. Innocente e pura quella di Dio.
Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono.
Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o ai piedi della croce e confessare: davvero quest’uo-mo è il Figlio di Dio.


Per i cardiopatici: conclusione da non leggere. Che re, sbilenco, amici! Un re che indica un altro modo di
vivere, che contraddice il nostro «salvare noi stessi» per salvare gli altri o — meglio — per lasciarci salvare da lui.
Siamo onesti, amici. Luca ci lascia con una domanda da porci seriamente: lo vogliamo davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che vorremmo? Di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi?
Non date risposte affrettate, per favore, sennò ci tocca convertirci.







da: Paolo Curtaz - La Parola spezzata -
Edizioni San Paolo s.r.l. 2006 -

piazza Soncino, 5- 20092 Cinisello Balsamo MI, pp 239-243






 

 

 

 

 

 

 

 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org