8 dicembre: IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
Enrico Masseroni



Genesi 3,9-15.20:
Io porrò inimicizia tra te e la donna.

Efesini 1,3-6.11-12:
Dio ci ha scelti in Cristo prima della creazione del mondo.

Luca 1,26-38:
Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te!



IN MARIA L’ATTESA DIVENTA PRESENZA

«Vogliamo conoscere un albero nella sua natura? Guardiamo in terra, dove giacciono le sue radici. Dalla terra sale a lui la linfa: al tronco, ai rami, ai fiori, ai frutti. Così è ben giusto spingere lo guardo nel terreno e nel fondo, da dove si eleva la figura del Signore: Maria, sua madre» (R. Guardini,
Il Signore, c. II).
Così nel terreno fecondo dell’Avvento troviamo le radici: una donna, una madre. Appunto l’Immacolata, l’immagine più vertiginosa dell’attesa messianica.

La pagina di Luca propone l’esperienza fondamentale di Maria di Nazaret, quella che forgia la sua identità di donna singolare e decisiva nella storia della salvezza. Nel piccolo villaggio, annidato sulle alture della Galilea, convergono puntualmente lo sguardo di Dio e le promesse messianiche: nel cuore interrogante e docile di Maria
.

La scena dell’annuncio angelico è luminosamente cristocentrica.
L’attesa e l’Atteso si incontrano nel cuore e nel grembo della vergine di Nazaret, la quale porta a compimento una storia e ne prepara un’altra, assolutamente nuova.
Nel saluto di Gabriele echeggia la parola profetica di Sofonia, il quale erompe in un inno di gioia per l’alleanza rinnovata:
«Gioisci… perché io vengo a te», dice ancora il Signore per bocca del profeta Zaccaria (2,12).


   


La serva del Signore
Maria di Nazaret, dunque, è chiamata ad accogliere la gioia messianica. Anzi in lei la prossimità di Dio si chiama maternità. L’angelo, quasi confermando l’attesa profetica, evoca la nascita dell’Emmanuele, il «Dio con noi» di Isaia. E questi sarà colui che porta a compimento la dinastia di Davide, realizzandone le promesse in un regno che dura per sempre (Daniele 7,14).
Per questo Maria è salutata come la più eminente figlia di Sion: il Signore è con lei, e in lei l’attesa diventa presenza, risposta di Dio. Il figlio che nascerà da lei ha un nome preciso, Gesù: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo»; avrà «il trono di Davide» e «sarà santo e chiamato Figlio di Dio».

Il frutto del grembo è dunque un mistero che realizza la lunga attesa; si apre sull’orizzonte di Dio, perché gli è Figlio; si schiude una storia nuova nel tempo e nello spazio degli uomini, attraverso un regno senza fine. Sono confini che la ragione non può esplorare; richiedono la fede umile dei poveri. E Maria ci sta.

L’esperienza fondamentale di Nazaret, dal punto di vista di Maria, disegna l’itinerario della speranza.
La donna, visitata dall’angelo, esce dal suo silenzio con una domanda, solo preceduta dal turbamento di fronte all’irruzione del mistero: «Come è possibile?».

Turbamento e domanda esprimono, in modo diverso, la percezione dell’infinita distanza tra la creatura e Dio; ma soprattutto una fede che si fa «discernimento» di fronte a un progetto abissalmente distante dalle prospettive umane. Maria già dalle prime parole si colloca dalla parte della comunità credente.
La fede è dono, ma anche per lei fatica di entrare nel disegno di Dio. Ma «nulla è impossibile a Dio». Questa è la sola garanzia. Così la verginità di Maria diventa quella povertà radicale attraverso cui la potenza di Dio opera l’evento inaudito dell’incarnazione del Verbo.

E Maria riconosce tutto questo dichiarando la verità di sé: «Eccomi, sono la serva del Signore».
Ancora una donna ribalta le sorti di un’umanità sconfitta dalla prima donna, Eva: colei che aveva rifiutato la propria creaturalità, presumendo di diventare come Dio (Genesi 3,6). Così Maria si affida: «Avvenga di me quello che hai detto».

Interrogare Dio

L’infinita distanza tra il disegno di Dio e la pochezza riconosciuta della donna di Nazaret viene annullata dalla potenza dello Spirito. Una parola creatrice, alla genesi della storia del mondo; una parola altrettanto efficace nella genesi della nuova storia in cui il Verbo «venne fra la sua gente» (Giovanni 1,11).
In Maria l’itinerario della speranza di Avvento avrà il suo esito nella grotta di Betlemme, quando deporrà nel cuore del mondo il cuore del Figlio. Ma l’avvio sta nel mistero gaudioso dell’annuncio. Qui emergono due tratti forti della fede di Maria: il suo interrogare Dio nella fatica del discernere, e il decidersi per lui nel radicalismo dell’obbedienza. Così comincia l’Avvento della donna di Nazaret. Saper interrogare Dio è un lasciarsi interrogare dalla sua Parola, dai suoi doni. Certo non è agevole oggi porre domande serie a Dio e a se stessi. La frenesia dei giorni che corrono smangia ogni scampolo di silenzio e di ascolto. La domanda di senso, che è un’incipiente interrogazione di Dio, viene mortificata dalla fretta e dalla distrazione; abortisce nelle false risposte.

Interrogare Dio significa invece guardare dentro, creare un clima; ma soprattutto alzare lo sguardo e prendere decisioni sulla sua Parola. Solo così la speranza apre infinite possibilità di futuro. Come in Maria, la donna dell’«eccomi» e dell’adesione all’«impossibile» di Dio.
La fede è abbandono e obbedienza. Ecco l’arduo salto a cui è sollecitato il cristiano. Troppe volte la fede viene stemperata in una vaga accoglienza dell’esistenza di Dio o in qualche esperienza che sa di sacro o di spirituale. Il fare «esperienze» è perfino gratificante, soprattutto a livello giovanile. Ma le esperienze, senza «decisioni» concrete per la vita, rischiano una permanente adolescenza, paga di molte piccole cose, con l’illusione di crescere. Le decisioni vengono rinviate alle calende greche.

Maria, invece, decide. Aderisce; obbedisce. La sua singolare vocazione, come la chiamata di ciascuno, ha questo inizio e questo esito: fidarsi di Dio. Non c’è forse anche nel nostro Avvento una decisione da prendere, per non perdere l’appuntamento con la speranza che fa vivere?






da: Enrico Masseroni - La Parola come pane - Il Vangelo della Domenica
Edizioni san Paolo 1998 - pp 226-229




 

 

 

 

 

 

 

 

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