1 novembre: solennità DI TUTTI I SANTI
don Angelo Casati


Mt 5, 1-12

Rincorro le letture - solo sfiorandole - per dire la gioia di questa festa, una festa che allarga la visione. Contro tutti i nostri restringimenti della salvezza, contro tutti i nostri pessimismi, viene a svelarci che la salvezza è moltitudine. “Una moltitudine immensa che nessuno poteva contare”.
La visione dilata il restringimento del numero e ci toglie la presunzione di contare: “sono tanti o sono pochi coloro che si salvano?”. Questa volontà di contare! La visione mette sotto accusa e mette in questione il nostro uso, uso frequente, della parola “pochi”: sono pochi i buoni -diciamo- sono pochi i credenti, quelli veri, sono pochi i praticanti, sono pochi gli onesti.

La salvezza è moltitudine: Il mio sangue” – dice Gesù – “sparso per voi e per la moltitudine”. La visione dilata non solo il restringimento del numero, ma anche il restringimento della provenienza: “Da ogni nazione, razza, popolo e lingua”. Il sigillo di Dio non tiene conto -va oltre- le nostre delimitazioni di razza, di cultura, di religione e di appartenenza.

 


C’è un’appartenenza che viene prima di tutte queste appartenenze, che sta all’albore di ogni vita, che sta al principio ed è la nostra appartenenza a Dio, l’appartenenza di ogni uomo, di ogni donna a Dio. Un’appartenenza -e facciamo un passo avanti- di figli. Lui per noi è Padre. “Quale grande amore ci ha dato il Padre” – scrive Giovanni – “per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente”.

Non è semplicemente un nome -dice San Giovanni – non è un modo di dire: gli apparteniamo come figli, siamo realmente suoi figli. Chiamarlo Padre -ricordava qualche giorno fa Erri De Luca – chiamare Dio Padre è come ricordargli la sua responsabilità. Quando Gesù ci ha invitati a chiamarlo Padre, forse nel suo cuore riandava al passo di Isaia in cui il profeta dice a Dio: “Non forzarti all’insensibilità perché tu sei nostro Padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi” (Is 63,15-16).

Come a dire: gli altri possono anche chiamarsi fuori, ma tu Dio no, tu non puoi chiamarti fuori: “Tu, Signore, tu sei nostro Padre, da sempre ti chiami “nostro redentore” (Is 63, 16). Come dire: sei tu che ci hai messo al mondo. È vero! siamo argilla, siamo dannatamente imprecisi e imperfetti, ma ci hai fatto tu, siamo il prodotto delle tue mani e tu ne porti la responsabilità. Ci chiamiamo e siamo realmente figli di Dio e se figli siamo eredi. Oggi contempliamo nella moltitudine immensa dei cieli l’eredità dei figli e capiamo che cosa diventano i figli quando Dio sarà pienamente manifestato in ciascuno di loro.

Ma forse per un altro motivo ci è cara la festa dei Santi: perché è la festa dei non canonizzati. E ognuno aggiunge un volto. Nella moltitudine tu aggiungi un volto. Proprio ieri parlavo con un ragazzo che in primavera è stato in America Latina. Mi parlava di una chiesa dove, nel grande affresco dei santi, la gente aveva fatto dipingere il Vescovo Romero assassinato vicino all’altare, il bambino schiacciato dai carri armati ecc. Poi un ordine volle che fossero cancellati i volti non canonizzati. È come se cancellassero dalla liturgia la festa di Tutti i Santi. Una sorta di espropriazione; la chiamo tale perché questa festa, con il numero grande, ci ricorda che la nostra vita è fatta di tanti incontri, di tanti volti – nessuno cammina da solo – di tanti santi che ci hanno accompagnato.

Dal cielo di Dio e dal cielo della nostra memoria nessuno potrà mai cancellarli. Essi, il popolo delle beatitudini ci insegnano che la vita dei veri discepoli di Gesù più che una serie di cose da fare è un modo di essere: essere fedeli a Dio sopra ogni cosa, essere misericordiosi, essere miti, essere tessitori di pace, essere limpidi nel cuore, essere forti nelle avversità come sono stati loro che ora vivono nella moltitudine immensa dei santi.



da: https://combonianum.org/2014/10/30/prepararsi-alla-festa-di-tutti-i-santi/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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