LA MISERICORDIA, CUORE DEL VANGELO, ANIMA DELLA CHIESA
Bruno Forte





Il giubileo della misericordia, indetto da Papa Francesco per l’anno 2015-2016, impegna tutta la Chiesa a fare un’esperienza rinnovata e profonda della misericordia divina e ad annunciarla con nuovo slancio e audacia. Si tratta di riscoprire il cuore stesso del Vangelo: “Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. […]
La parabola del Padre misericordioso e dei due figli (Luca 15,11-32) è la parabola con cui Gesù ha voluto presentarla nella maniera più viva e toccante:

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Il Padre di misericordia. Il Dio che Gesù ci ha rivelato è il Padre, che con infinita misericordia accoglie il peccatore pentito e lo rende libero.
Il racconto presentatoci nel capitolo 15 del Vangelo secondo Luca ci narra la storia di questo incontro: sebbene questo testo venga generalmente chiamato “la parabola del figliuol prodigo”, bisogna riconoscere che il protagonista centrale della narrazione non è il figlio perduto e ritrovato, ma il padre, verso il quale i due figli convergono.
Nei tratti di questi due, il figlio più giovane e il figlio maggiore, qualcuno ha voluto riconoscere la figura del popolo della nuova alleanza e quella del popolo della prima alleanza, Israele: in questa luce, i due popoli appaiono accomunati nello stesso abbraccio del Dio vivente, il Padre di misericordia. La parabola narra la storia del “ritorno a casa” del figlio perduto.

Nell’ebraico biblico l’idea di conversione è resa con
“shuv”, che vuol dire ritorno (“teshuva” è conversione, pentimento): colui da cui si ritorna nella parabola è il padre, figura del Dio che Gesù annuncia.
È un Dio che sovverte ogni presunzione umana, un Dio “differente”: riscoprire il Suo volto è importante non solo per riconoscere la verità più profonda della nostra esistenza, ma anche perché in un’ora come l’attuale, in cui la religione è da alcuni accostata alla violenza fondamentalista, appare più che mai urgente comprendere come il Dio che è misericordia mai e poi mai potrà giustificare una qualsiasi forma di violenza dell’uomo sull’uomo. Sono diversi i tratti di questo Dio, che si lasciano cogliere nella parabola.


L’umiltà di un Dio che spera. La prima è l’umiltà: il protagonista centrale del racconto si rivela anzitutto come un padre umile. Di fronte alla scelta del figlio, che decide di gestirsi la vita indipendentemente da lui, non oppone resistenza. Avrebbe potuto farlo in base alla Legge, che autorizzava il padre a ordinare addirittura la lapidazione del figlio ribelle (Deuteronomio 21,18-21).
Il padre della parabola non agisce così: lascia partire suo figlio. Si adegua alla sua decisione e sa aspettarlo con un desiderio carico d’infinita umiltà.
L’umiltà di Dio è il suo ritrarsi perché noi esistiamo: per indicare questa paradossale accondiscendenza divina la mistica ebraica usava l’espressione “zim-zum”, che dice il contrarsi di Dio per far posto all’esistenza della sua creatura.

L’immagine trasmette un profondo messaggio: Dio fa spazio alla dignità delle creature.
È come se l’Eterno si “contraesse” affinché noi possiamo esistere nella libertà davanti a Lui. Il Dio che può tutto, non vuol salvarci senza la nostra volontà.
L’Onnipotente accetta di arrestare la propria onnipotenza dinanzi alla libertà della Sua creatura.

Perciò, San Francesco, nelle Lodi del Dio Altissimo, non esita a rivolgersi all’Eterno con l’esclamazione: “Tu sei umiltà!”.
Questo Dio umile è il padre che sta alla finestra ad attendere il ritorno del figlio. Lo si comprende dal v. 20: “Quand’era ancora lontano il padre lo vide e, commosso, gli corse incontro”. Il padre scrutava da lungo tempo l’orizzonte in attesa del ritorno del figlio desiderato. Quest’atteggiamento sembra rivelare anche una qualche forma di speranza in Dio, quella che spinge il padre commosso ad attendere intensamente il figlio perduto, scrutando l’orizzonte nel desiderio ardente di vederlo ritornare, per corrergli incontro quando finalmente lo vedrà in lontananza.
Il Dio che Gesù ci rivela ama con l’amore viscerale di una madre, non in rapporto al merito della creatura, ma semplicemente perché essa esiste ed ha bisogno di essere amata (si pensi a Isaia 49,14-16 o al Salmo 131,2).

Il Dio che è amore. Il Dio di Gesù ama, dunque, con un amore di tenerezza e di gratuità, fedele più di ogni infedeltà dell’uomo. Come affermava San Bernardo, “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, ma ci rende buoni e belli perché ci ama”.
È in forza di questo amore “viscerale” che il padre corre incontro al figlio: secondo la mentalità semitica, un simile gesto era a dir poco scandaloso, perché il padre doveva avere sempre un portamento solenne, ieratico. Era il figlio che doveva presentarsi e prostrarsi davanti a lui. La parabola ci pone dinanzi a un padre che non ha paura di “perdere” la propria dignità, di metterla in pericolo. L’autorità del padre non sta, insomma, nella distanza che mantiene, ma nell’amore che irradia.

Si potrebbe intravedere qui il coraggio dell’amore di Dio: è il coraggio di infrangere le sicurezze apparenti per vivere l’unica sicurezza dell’amore più forte di ogni rifiuto e andare all’altro, superando le difese che l’incapacità di amare troppo spesso erige fra gli esseri umani.
Quest’amore irradiante suscita gioia, in chi lo dà e in chi lo riceve: perciò è un amore che sa di tenerezza, la capacità di dare con gioia e di trasmettere gioia.
Il padre è felice, fa festa, abbraccia il figlio, ingiunge ai servi di portare il vestito più bello, di mettergli l’anello al dito, i calzari ai piedi e di ammazzare il vitello grasso, vera ricchezza della famiglia nella civiltà agricolo-pastorale, in cui s’inserisce il racconto. È la festa che in cielo si fa per un solo peccatore che si pente e non per i novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione.
Una simile gioia rinvia al mistero di sofferenza che la precede e che trae le sue origini dalla compassione, dall’amore viscerale del Padre: il cristiano crede in un Dio che soffre perché crede in un Dio che ama.
Il padre della parabola non rappresenta un Dio impassibile, spettatore freddo delle sofferenze del mondo, ma un Dio capace di soffrire per amore della sua creatura. E, come fanno capire i vv. 24 e 32 - “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” -, Dio soffre prima di tutto perché la sua creatura soffre. La sofferenza in Dio è il mistero della sua infinita capacità di amare, senza la quale noi saremmo degli automi davanti all’imperscrutabile volere divino. Veramente, come afferma San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Dominum et vivificantem (nn. 39 e 41), c’è un mistero di sofferenza in Dio Trinità, che è l’altro nome del Suo amore per gli uomini e della nostra libertà davanti a Lui.

[...]

Una preghiera ispirata ai testi di Charles de Foucauld ci potrà essere di aiuto a porci nell’atteggiamento più giusto davanti al Dio di Gesù, Padre di misericordia:

Padre mio, io mi abbandono a te.
Fa’ di me ciò che Ti piace.
Qualunque cosa Tu faccia di me, Ti ringrazio.
Sono pronto a tutto, accetto tutto,
purché la Tua volontà si compia in me e in tutte le Tue creature:
non desidero nient’altro, mio Dio.
Rimetto la mia anima nelle Tue mani, Te la dono,
mio Dio, con tutto l’amore nel mio cuore,
perché Ti amo ed è per me un’esigenza d’amore
il donarmi e rimettermi nelle Tue mani senza misura,
con una confidenza infinita, perché Tu sei il Padre mio. Amen.



da: Bruno Forte, Arcivescovo -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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