IL SIGNORE CI HA CHIAMATI E CI HA INVIATI
Luigi Antonio Cantafora





«Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”
(Mt 9,9).

Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore.
Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse – miserando atque eligendo –, gli disse: “Seguimi”».

In questo brano, tratto dalle omelie di San Beda, è contenuta l’espressione scelta da Papa Francesco come suo motto: «Miserando atque eligendo». Riflettere su queste due brevissime parole, ci ricorda che Gesù in un unico atto d’amore, mentre ha compassione di noi peccatori (miserando) ci sceglie (eligendo) per farci suoi collaboratori nell’opera di salvezza. Nessuno perciò può vivere e servire nella Chiesa senza ricordare che lo fa perché Dio ha misericordia di lui e in lui è fiducioso al punto di farlo missionario a Suo nome. [...]
Consapevoli che il Signore mentre ci ha amati ci ha anche chiamati, mi sembra di poter racchiudere il cammino in queste due parole che delineano il volto di Dio:
uscire e misericordia.

Uscire. «Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo».
Uscire, prima di essere una via per la Chiesa è anche uno dei tratti del volto di Dio, che per amore dell’umanità, esce incontro all’uomo. Non si tratta di uno slogan pastorale, ma del movimento del cuore di Dio verso l’uomo. A maggior ragione indica la vita della Chiesa in questo mondo.
Per questo, uscire non è un’attività particolare, ma lo stile di vita di ciascun cristiano e della Chiesa.
Uscire significa rincorrere lo Spirito di Dio che opera e ci precede in ogni luogo, conducendo gli uomini e le donne del nostro tempo all’incontro con Cristo. Uscire è l’unica condizione per non ammuffire. Uscire impedisce di ridurre la pastorale della chiesa “alle messe per morti e alle novene per santi”.

Ciascuno di noi è chiamato a uscire dai suoi rifugi, dalle sue posizioni pregiudiziali, dai suoi convincimenti sprovvisti di confronti, dalle forme legate alle devozioni tradizionali, da quella tremenda abitudine alla polemica, che non farebbe alcun male, se non quello di porre un freno violento al cammino della comunione. Spesso siamo noi a non saper seguire lo Spirito che ci apre nuovi orizzonti, nuove comprensioni, nuove iniziative pastorali più adatte per raggiungere l’uomo moderno. [...]
Uscire ci invita a non limitarci a essere delle sentinelle che restano dentro la fortezza e osservano dall’alto ciò che accade attorno. Uscire è coltivare il desiderio di essere degli esploratori, che si espongono, si mettono in gioco in prima persona, correndo il rischio di incidentarsi e di sporcarsi le mani.


Misericordia. «La Chiesa dev’essere il luogo della misericordia gratuita, dove tutti possano sentirsi accolti, amati, perdonati e incoraggiati a vivere secondo la vita buona del Vangelo. “Dove è presente la Chiesa, là deve essere evidente la misericordia del Padre.

La Misericordia è un tema caldo e scandaloso. Caldo perché la parola chiave per poterlo interpretare è il nostro cuore e in particolare l’esperienza della nostra umanità. Scandaloso perché l’altra parola chiave per avvicinarsi ad essa è ‘oltrepassare la giustizia’.
Eppure, la misericordia è la porta d’accesso che indica l’agire di Dio. Potremmo dire che è la strada maestra, la via ultima e definitiva con cui Dio viene incontro all’uomo.

Cercare nella Bibbia cosa sia e come agisca la misericordia di Dio, sarebbe un esercizio spirituale utilissimo e necessario. Essa è espressa con due termini in particolare: hesed, che dice la bontà di un Dio affidabile, che non viene meno, quello che Anna canta: «Non c’è roccia come il nostro Dio» (1Sam 2,2). Il secondo termine invece è rahamim (viscere) un plurale che richiama il grembo della donna, l’utero (rechem) che fa crescere la vita. È il grembo della donna a suggerire la verità di Dio, lo fa con la sua potenza generatrice e con la sua capacità di accoglienza del fragile, dell’indifeso, del debole. E chi è più debole di un nascituro? Adottando il termine rahamim la Bibbia narra di un Signore la cui passione è essere Padre e Madre; per questo è pietoso e misericordioso. Confessare il Dio che è misericordia è confessare Dio che ci dona e ridona la vita.

[...]

L'importante è «Sentire forte in noi la gioia di essere stati ritrovati da Gesù, che come Buon Pastore è venuto a cercarci perché ci eravamo smarriti».
Vogliamo chiedere questa grazia al Signore che per primo non smette di cercarci e di accoglierci. La nostra voce e il nostro cuore siano concordi nell’elevare suppliche al Signore che guida con amore anche la nostra Chiesa...






da: Mons. Luigi Antonio Cantafora -
Il Signore ci ha chiamati e inviati

 

 

 

 

 

 

 

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