8 MAGGIO: ASCENSIONE DEL SIGNORE
Marcello Farina



At 1,1-11 • Sal 46 • Eb 9,24-28; 10,19-23 • Lc 24,46-53



UN PICCOLO PEZZO DI CIELO (Lc 24, 46-53)

L’ascensione di Cristo implica un simbolismo che molti ormai, nel nostro tempo, ignorano. Gli spiriti forti sghignazzano, i bambini fanno domande sui viaggi spaziali, i seguaci della new age evocano la visita e la partenza di qualche extraterrestre. In realtà, Gesù di Nazaret esce dal nostro spazio per entrare, con la nostra umanità e il cosmo di cui essa è responsabile, nella piena gloria di Dio, avvenimento in Dio stesso, avvenimento nell’eternità! Che egli «si sieda alla destra del Padre» significa che è associato alla sovranità divina; certo, egli lo era già, ma ormai lo è insieme a noi, che siamo tutti in lui.


L’ascensione è descritta dall’evangelista Luca all’inizio degli Atti degli Apostoli: sul monte degli Ulivi, nella promessa dello Spirito Santo, con due angeli che attestano che il «cielo» si apre ormai alla terra e che Gesù tornerà «allo stesso modo in cui l’avete visto andarsene».
Nei primi secoli quasi non si separava l’ascensione dalla pasqua e dalla pentecoste. La loro distinzione è derivata dal brano di Luca che introduce alcuni numeri simbolici: 40 giorni tra la risurrezione e l’ascensione, 10 da questa alla pentecoste. In realtà il movimento è unico: riempiendo tutto con la sua presenza, Gesù va dal fondo degli inferi alle altezze del cielo: «E io, quando sarò elevato da terra (ciò che configura la croce) attirerò gli uomini a me».


 

L’ascensione è così il completamento da parte di Cristo dei compiti affidati all’uomo, dei quali egli ci rende possibile la realizzazione attraverso l’unione tra lo spirito e la nostra libertà.
Cristo «ricapitola» tutte le cose, egli «riunisce in sé ciò che è nel cielo e ciò che è sulla terra».
Nella sua umanità, realizzata pienamente, egli trascende l’opposizione del maschile e del femminile e permette la liberazione della donna e l’autenticità dell’amore: in lui, attorno a lui, persino sulla croce, mentre risponde al ladrone, la terra diventa paradiso;
attraverso la sua ascen-sione, dopo avere unito il mondo terrestre e i mondi angelici, egli offre al Padre tutto il creato.
(O. Clément)


Nell’immagine, che è anche mistero, veniamo invitati a cogliere quel moto ascensionale che appartiene ai nostri desideri più reconditi, alle nostre aspirazioni più profonde, che diventa bisogno di leggerezza, di larghezza di orizzonti, di liberazione dalla pesantezza che ci tiene legati non tanto alla terra, ma a quanto di fatica, di ridimensionamento di ideali e di delusione essa porta con sé. Per molti è la vita che non «ascende» mai, perché essa non trova un colpo d’ala che permetta loro di librarsi al di sopra di ciò che lega tanta gente alla povertà, alla miseria, all’ingiustizia, alla violenza.

È per questo che al credente e al cercatore di Dio la festa dell’ascensione non può far dimenticare il rischio denunciato nell’ottocento da Ludwig Feuerbach: «Quello che è dato al cielo è tolto alla terra!».
Egli mette in guardia sul fatto che quanto più si perde tempo a immaginare cieli lontani e delizie ultraterrene, piaceri e felicità nell’aldilà, tanto meno ci si impegna per la libertà, per la giustizia e per la felicità dentro la storia concreta degli uomini e delle donne in carne ed ossa.
Per non tradire questo compito, anche all’inizio del terzo millennio, forse non ci resta che ripetere, nel giorno dell’ascensione, le parole che Etty Hillesum scrive nel suo Diario, convinta che cielo e terra debbano collaborare insieme:
L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi e anche l’unica che veramente conti è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali, ma anch’esse fanno parte di questa vita [...]. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi.

Il mondo è davvero percorso dalla vita, la storia dalla speranza: l’uomo, piccolo e solo, tocca l’infinito di una figliolanza eterna.

Noi lo crediamo sulla Parola e perciò a lei ci affidiamo attraverso la congiunzione di lacrime e risa dinanzi alla morte, attraverso l’indicazione della città del sole nel giorno della pressura, attraverso la bellezza di una vita vissuta nell’amore, unico vero presagio di risurrezione che appartiene a tutti.





da:
Marcello Farina - Parole che contano -
Ancora Editrice - via G.B. Niccolini, Milano, pp 64-65




 

 

 

 

 

 

 

 

 

sito web ufficiale: www.suoredimariabambina.org