DOMENICA DELLE PALME: SPETTATORI DELLA PASSIONE
Paolo Curtaz



Prima lettura: Is 50,4-7 • Salmo 21 • Seconda lettura: Fil 2,6-11 • Vangelo: Lc 22,14 - 23,56


Eccoci, finalmente.
Il deserto ci ha richiamati all’essenziale.
Il deserto che è la nostra vita frenetica, deserto popolato non di dune e rocce, di aridità e vento, ma di tangenziali e appuntamenti che si susseguono, di stanchezza che secca i desideri e di abitudine che ci rotola addosso.
È paradossale, ma il silenzio e il troppo rumore si assomigliano. Non rimpiangete il silenzio che avreste voluto fare, non sospirate per la preghiera che non è granché migliorata in questi quaranta giorni, non iniziate le litanie dei propositi falliti, Dio non li gradisce.

Questo è il nostro deserto, qui e ora possiamo salire al Tabor, nella quotidianità ingombrante portiamo frutto, nei ritagli del nostro tempo scopriamo il volto del Padre, con tenacia siamo chiamati a posare le pietre. È inutile rimpiangere un tempo e una volontà che avrebbero permesso di fare una preparazione migliore: qui e ora dobbiamo vivere e inventare un modo diverso di credere.

La grande settimana. E ora entriamo nella grande settimana: dalle Palme alla Risurrezione, l’ultima settimana di Gesù scorre goccia dopo goccia, minuto dopo minuto, così come i cronisti dell’epoca ci rac-contano.
Sono fatti che conosciamo, eventi che ancora (mi auguro) suscitano emozione dentro di noi. L’ingresso trionfale nella Gerusalemme che ammazza i profeti, barlume di riconoscimento messianico destinato ben presto a scomparire, la cena consumata con i discepoli, la lunga notte di solitudine e angoscia al Getsemani, la croce drammatica che inchioda ogni speranza e la travolge, e la notte di attesa mentre Dio riposa nel sepolcro...
Che giorni, amici, stiamo per vivere!
Siate presenti, vi prego, siateci.
Non è folclore ciò che ci apprestiamo a vivere, non è devozione.
È memoriale, attualizzazione di ciò che Gesù ha vissuto e continuamente vive.


   


Estremi.
Non sono bastate le parole e i miracoli, non le parabole sul vero volto di Dio, non l’inaudita notizia di un Dio reso accessibile.
Macché, nulla: l’uomo conserva un cuore duro, difficile capirne le ragioni.
Occorre un ultimo drammatico gesto, un segno inequivocabile, indiscutibile.
La croce è e resta l’unità di misura che Dio usa per manifestare il suo amore infinito.
Gesù uomo, splendido uomo, vero uomo, uomo compiuto e fragile, si appresta a compiere una volontà amara, a realizzare un gesto estremo che resterà segno di contraddizione. Intuisce, Gesù, che quella croce resterà divisione? Che molti si getteranno in ginocchio ai suoi piedi, finalm
ente vinti, e altri — ancora e ancora — bestemmieranno? Gesù osa. Gesù accetta.
Osa e accetta perché ama, osa e accetta perché crede nell’uomo incredulo.

Dio.

Eccolo, dunque, Dio: nudo, appeso a una croce, grondante sangue e disperazione.
Dio è nudo, svelato, consegnato, donato, vulnerabile e fragile come mai.
Per amore, per dono.
Venerdì, amici, al lavoro, a scuola, dove sarete, fermatevi e guardate.
Siamo talmente abituati a tenere tutto in mano (anche la nostra vita di fede), che abbiamo bisogno di fermarci e stupirci; sapremo ancora sederci e guardare?
Dio ora è protagonista, altro è il gioco che ora si gioca: vita e morte si affrontano, le tenebre che sfigurano l’innocenza degli uomini scatenano il loro impero.
Sapremo sederci e guardare?

Vedremo una croce e un uomo inchiodato fra cielo e terra che svela — a chi ancora ha la voglia di capire — il mistero di Dio, dell’uomo, della vita. Dio muore per amore, Dio è così.

Luca, di cui leggiamo la passione quest’anno, lascia emergere tutta la sua esperienza nel racconto:
è piena di tenerezza la sua passione, piena di miracoli (l’orecchio riattaccato del servo, Gesù che consola le donne, Erode e Pilato che diventano amici, il buon ladrone che si converte), senza eccessi, senza traumi.
Luca concentra il dramma al Getsemani, nella lotta (agonia viene da agone, battaglia) tra la luce e le tenebre. Il demonio, ora, è presente, è tornato per l’ultima, decisiva tentazione, per vincere.

Cosa avrà suggerito all’umanissima angoscia di Cristo, cosa gli avrà mai detto, l’avversario, per convincerlo a demordere? Una cosa sola: è tutto inutile, Gesù.

Inutile il sacrificio che stai per fare: la gente non ha capito né capirà, i tuoi amici più fedeli hanno appena litigato per dividersi la gloria, e ora dormono.
È inutile, perché morire? Luca dice che un angelo viene a consolarlo.
Che gli avrà mai detto? Cosa gli avrà fatto vedere per convincerlo? Noi, gli avrà fatto vedere noi, io che scrivo, amico, tu che leggi.
Noi siamo qui per dare coraggio al Signore, per dirgli: non è inutile, Signore, non è inutile, mi hai salvato, mi hai cambiato la vita. Noi siamo la consolazione di Dio.






da: Paolo Curtaz - La Parola Spezzata - riflessioni sulle letture della somenica - C-
Edizioni san Paolo - Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo, pp 80-83








 

 

 

 

 

 

 

 

 

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