PER IL TEMPO DELLA SETTIMANA SANTA E PASQUALE
Il dolore, la resa e il Padre

Marcello Farina




Di fronte alla morte non possiamo assumere un atteggiamento fatalistico e dire: «Dio lo vuole», ma siamo costretti ad aggiungere altre parole: «Dio non lo vuole». La morte mette in evidenza che il mondo non è come dovrebbe essere, ma che esso ha bisogno di redenzione. Cristo soltanto è il superamento della morte.
Qui il contrasto tra il «Dio Io vuole» e il «Dio non lo vuole» giunge al massimo dell’asprezza e si risolve.
Dio dà il consenso a ciò che Dio non vuole, e da questo momento in poi la morte è costretta a servire Dio.


Queste dense parole di Dietrich Bonhoffer, grande cristiano e teologo che morì per reagire al nazismo, mi sono sembrate particolarmente appropriate per il giorno delle Palme, nel quale la preghiera della Chiesa ci fa leggere il racconto della passione e della morte di Gesù di Nazaret. Come ciascuno di noi percepisce immediatamente, si tratta del testo più importante e più provocatorio di tutta la parola di Dio, dove si può cogliere ad un tempo il segreto del mondo (con il suo bagaglio di morte e di malvagità) e il segreto di Dio (con la sua volontà di riconciliazione). In esso ci viene detto che il mondo non è vinto con la distruzione, ma con l’amore. E l’amore di Dio per il mondo non abbandona la realtà per ritirarsi in nobili anime solitarie, ma vive e soffre la realtà del mondo nel modo più duro. Il mondo sfoga la sua furia sul corpo di Gesù di Nazaret, ma egli, nei tormenti, perdona al mondo il suo peccato. Così avviene la riconciliazione:
«Ecce homo»!


Con un inconcepibile rovesciamento di tutti i pensieri più giusti e pii, Dio si dichiara colpevole verso il mondo e cancella così la colpa del mondo; inizia egli stesso il cammino umiliante della riconciliazione e assolve il mondo; Dio risponde per l’empietà, l’amore per l’odio, il santo per il peccatore. In Gesù di Nazaret il giudizio che Dio pronuncia sull’uomo è una sentenza di grazia (D. Bonhòffer).

Ma per cogliere in profondità il senso del racconto evangelico dedicato alla passione e alla morte di Cristo occorrono anche a noi quelle due dimensioni spirituali che Bonhoffer evoca come antidoto alla disillusione, al lasciarsi andare, alla passività di fronte allo sfacelo procurato dal dolore, dal male, dalla morte; esse sono «
resistenza e resa».
Resa: non al dolore ma al mistero di Dio, come ha fatto Gesù di Nazaret. L’esperienza del dolore è una provocazione molto forte al senso dell’esistenza. Ma Dio è comunque la garanzia della speranza. Allora non al dolore mi arrendo, ma a Dio, a questa vicinanza strana che sembra una lontananza. Questo arrendermi a Dio mi impedisce sia la disperazione, sia la rivolta, sia la lotta titanica contro il dolore. Dentro di me sono un povero, abbandonato: questa è la resa al mistero di Dio. E qui è tutto il segreto di una fiducia, di una speranza, di una confidenza. Questa che sembra una resa è, in realtà, una forza straordinaria. Perciò la resa suscita una resistenza.

Non il fatalismo, non la lotta titanica, corpo a corpo, con il dolore; ma la resistenza all’«affidamento» del saper durare nel dolore, perché un altro ti sostiene; del «pazientare» di fronte al dolore, perché è la pazienza di Dio, perché aspetto Dio. Ciò non ci proibisce di gridare ogni tanto: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15, 34), appena temperato dalla dolcezza del rimettersi consapevolmente nelle braccia del Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46).

Dal vangelo di questa domenica può venirci la forza di dire: io sono più grande del dolore che vivo, perché trovo il segreto della mia esistenza nell’«arrendermi» non tanto alla sofferenza, alla malattia, all’ingiustizia, ma a Colui che dà senso ad ogni esistenza, che di ogni esistenza è la speranza, l’approdo futuro.

Il dolore non va cercato in se stesso e non bisogna crearsi artificiosamente l’illusione di essere grandi e forti.
La sorgente della resistenza al dolore è molto più profonda, ed è la resa al mistero di Dio, alla vicinanza di Dio, alla speranza che Dio assicura alla vita in tutte le situazioni, anche in quelle meno intelligibili.
Quando il dolore è questa resistenza che nasce dalla resa, allora vuol dire che l’uomo lo ha guardato in faccia e gli ha dato un nome, il nome della croce di Gesù di Nazaret
(G. Moioli).





da: Marcello Farina - Parole che contano - Commenti ai Vangeli domenicali - C-
Ancora Editrice, pp 46-48



 

 

 

 

 

 

 

 

 

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