27 MARZO: DOMENICA DI PASQUA
Marcello Farina



At 10,34a.37-43 • Sal 117 • Col 3,1-4 • Gv 20,1-9



DAL BUIO SBOCCIA LA PASQUA

La notte. Pasqua non sboccia all’improvviso, insperata, come un colpo di fortuna. Essa affonda le sue radici nella notte del sabato santo che le fa da grembo. Dentro quell’oscurità sconfinano, infatti, gli eventi della passione e della morte di Gesù di Nazaret, lui stesso inghiottito dentro il buio del sepolcro, vita spezzata dall’odio e dall’inimicizia. Il sabato santo è il giorno della sepoltura di Dio e il suo mistero terribile non si stempera dentro il buio della notte, anzi ne viene alimentato. Alla bufera del venerdì è seguita la sterminata immobilità della morte.

Niente più ha senso, è rimasta solo la frantumazione dei passi che vanno verso il nulla, e l’orizzonte vuoto, e il cuore espropriato di ogni promessa. Forse la disperazione è per tutti a un passo, ed esploderà non appena un suono — parola o singhiozzo — attraverserà l’aria. O è vicina la rassegnazione, che è una cancellazione dell’esperienza ancora più subdola, definitiva.

«Disceso agli inferi», dicono i cristiani di Gesù: cioè disceso dentro il mistero della morte, come accade giorno dopo giorno a coloro che amiamo, agli amici più cari, a uomini e donne sofferenti, disperati, violentati dalla malattia o dalla malvagità quotidiana.
La morte non viene uccisa il sabato santo e la notte che lo consuma reca ancora con sé i segni della distruzione e della sconfitta. E perché qualcuno non s’azzardi a smentire quel macabro trionfo, le vengono messi a custodia perfino dei soldati, come racconta l’evangelista Matteo: sentinelle di un mondo senza speranza, deludente, irrimediabilmente sconfitto. «Dio è morto e deve restare morto» ci ricorda Friedrich Nietzsche, così come lo sono i sogni, le aspettative, le vite di tante persone; così come è per la fede nella risurrezione, nel cuore smagato di tanta gente.

  Il mattino.
C’è, però, una donna che cammina «di buon mattino, quand’era ancora buio», come racconta il vangelo di Pasqua.
Nel momento in cui la notte degrada appena nell’alba nascente essa va, attraverso la campagna aperta, al giardino di Giuseppe d’Arimatea.
Nel suo cuore non sa se la luce saprà sconfiggere il buio del sepolcro.
Non c’è logica in questo suo tornare: poteva essere addirittura un nuovo «tradimento» a sancire la definitività della delusione e della sconfitta, se non quella del cuore che «presente» («sente in anticipo») gli eventi e penetra infallibile la verità. Non c’è logica in quella donna: il sepolcro sigillato, la pietra inamovibile, le guardie a custodia della notte! Non a caso gli uomini (i discepoli) hanno preferito il precario dubbio del Cenacolo in nome della razionalità e della prudenza.


Ma nel momento in cui l’alba ruba spazio alla notte e la luce ridà consistenza alle cose e alle persone, Maria di Magdala ritorna per cercare lui, il Rabbunì — il Maestro — dovunque egli si trovi o comunque si voglia mostrare. Disponibile ad un ulteriore strazio ma presaga, nel cuore, del nuovo che la profezia aveva annunciato e che la ragione, torbida, non afferrava oltre i sensi. Maria cerca al di là.

La fede — la fiducia — incomincia sempre dove l’umano ha detto l’ultima parola.
Sul mondo che si chiude si spalancano i mondi.
Lei, quella donna, era aperta alle meraviglie dell’impossibile.
E l’impossibile accade: un angelo le dice che la morte ha cessato di esistere.

In quel momento, certo, esplode il giorno pieno e la notte s’è del tutto ritirata.
Non c’è, infatti, pensiero o amore, progetto o azione che non trovi nella risurrezione di oggi e in quella eterna il suo certo compimento.
Anche la morte è sconfitta una volta per tutte, e sconfitte sono le nostre «morti» quotidiane: tutto lievita di risurrezione e fermenta di destino eterno.

Il mondo è davvero percorso dalla vita, la storia dalla speranza: l’uomo, piccolo e solo, tocca l’infinito di una figliolanza eterna.

Noi lo crediamo sulla Parola e perciò a lei ci affidiamo attraverso la congiunzione di lacrime e risa dinanzi alla morte, attraverso l’indicazione della città del sole nel giorno della pressura, attraverso la bellezza di una vita vissuta nell’amore, unico vero presagio di risurrezione che appartiene a tutti.





da:
Marcello Farina - Parole che contano -
Ancora Editrice - via G.B. Niccolini, Milano, pp 49-51




 

 

 

 

 

 

 

 

 

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