25 MARZO: VENERDÌ SANTO - SILENZIO
Paolo Curtaz


Prima lettura: Is 52,13 - 53,12 • Seconda lettura: Eb 4,14-16; 5,7-9 • Vangelo: Gv 18,1 - 19,42


Silenzio, Dio muore.
Silenzio, Dio è appeso a una croce, ha dato tutto, ha donato tutto.
Silenzio: le nostre chiese, spoglie, senza fiori né tovaglie né candele, vedono sfilare persone che, nella penombra, si accostano a una croce.
Silenzio: tacciono le campane, la Chiesa intera si ferma alle soglie del Mistero. E tace.
Nessuna messa oggi viene celebrata.
Dio celebra la sua messa, appeso a una croce.



La morte di Gesù. Gesù viene a svelare il vero volto di Dio, il volto del Padre.
Questo evento è l’ultimo tassello di un’entusiasmante e originale storia d’amore fra Dio e il suo po-polo, storia vissuta in prima persona da Israele, tra alti e bassi. Un Dio che si racconta, che entra in relazione, che ama, che sostituisce quell’immagine innata e oscura della divinità che portiamo nell’inconscio.
Questa relazione vive momenti esaltanti (da Abramo, attraverso Mosè e Davide, fino ai profeti) e momenti deprimenti, caratterizzati dalla fatica dell’uomo a restare fedele all’immagine che Dio svela di sé attraverso i profeti. Stanco, Dio diventa uomo. Gesù è il vero volto di Dio, il raccontatore del Padre.


 

Lo racconta con la sua vita, la sua serena parola, le sue vibranti provocazioni. Gesù sceglie (ricordate?) all’inizio della sua missione, nel deserto di Giuda, quale Messia diventare.

Il demonio, con arguto buon senso, lo invita a usare la forza, lo stupore, il miracolo, l’alleanza col potere, per essere efficace (cfr. Mt 4,1ss).

Ha ragione, in fondo: se Gesù avesse galleggiato nel vuoto sorretto da angeli, non sarebbe forse stato riconosciuto come Messia?

Invece no, Gesù sceglie di essere un Messia di basso profilo, un Dio sottotono, mediocre.
Non userà la forza né compirà prodigi eclatanti, non userà le armi della seduzione, rifiuterà i trucchi del politico.

Perché Dio vuole essere amato per ciò che è, perché “è”, e non per ciò che dà.

Tutto di Dio, Gesù difende il Padre contro la visione gretta e approssimativa che ne abbiamo.
Ma non bastano i miracoli (ambigui) né la tenerezza (fragile) né la predicazione (controversa) degli anni di vita pubblica.



Gesù arriva alla fine dei suoi intensi tre anni con un pugno di mosche in mano: l’umanità non ha capito.
I suoi discepoli, preziosi e amati, sono fermi alla contraddizione del potere e della gloria e inchiodati al proprio (evidente) limite; i capi religiosi ne avvertono la forza destabilizzante; la folla segue il vento della moda.

Gesù non ha alcuna possibilità di farcela, la sua scommessa è persa.
Non è servito, non è bastato, non è sufficiente tutto l’amore che ha donato.

Forse aveva ragione l’avversario, là nel deserto: troppo ingenuo questo modo di operare.
Davvero Dio pensava di trattare con gli uomini alla pari? Di aprire il loro cuore col sorriso? Di presentarsi vulnerabile?
La scelta da fare, ormai, è una sola: andarsene, rinunciare, gettare la spugna.
Occuparsi — chissà — di un altro mondo. Oppure...

Oppure...

Oppure lasciarsi travolgere, sparire, morire. Lasciare che le tenebre vincano, lasciare che le cose prendano la loro piega, osare. Osare fino a morire appeso a una croce, fino all’eccesso.
Altro è dire: «Dio vi ama!», altro morire.
Altro dire: «Il Padre vi perdona!», altro pendere, nudo, da un palo.
Una cosa parlare, un’altra morire. Urlando.
Una cosa predicare, un’altra vivere fino in fondo ciò che si è predicato.
Capiranno, gli uomini? O Dio sarà uno dei tanti sconfitti della storia, dimenticati?
La posta in gioco è immensa: l’esistenza stessa di Dio. Quanti crocifissi sono morti nella storia antica? Cinquecentomila?
Un milione?
Di quanti di loro ricordiamo il nome e la vita? Di nessuno.

Il rischio che Dio corre in quell’ultimo gesto è quello di scomparire per sempre. L’uomo avrebbe continuato a immaginarsi Dio con un volto identico ai propri desideri e alle proprie paure.

Gesù accetta, rischia, si dona. Forse sarà tutto inuti-le, come insinua l’avversario nell’orto degli ulivi.


Forse.

L’agonia di Gesù, nell’orto degli ulivi, l’agonia che lo fa sudare sangue, è tutta lì, in quella scelta.
Non nel dolore che Gesù deve affrontare, non nel senso di abbandono da parte dei suoi, no.
Francamente: conosco persone che hanno sofferto molto più e molto più a lungo di Gesù.
Io credo che il dolore, inaudito, che Gesù prova, nasca dal dubbio dell’inutilità della sua scelta definitiva.


L’avversario, che torna ora che è giunta l’ora, cerca di scoraggiarlo: «è tutto inutile».
Inutile: non vedi che ti stanno venendo a prendere per arrestarti?
Inutile: i tuoi stanno dormendo, non hanno capito la gravità della situazione.
Inutile, l’uomo non cambierà mai.
Gesù accetta, corre il rischio, si dona. Morirà.

Lì, appeso alla croce, Dio è evidente, inequivocabile, non vi è alcuna possibilità di ambiguità.

Il cuore della passione di Cristo è l’amore, non la violenza, con buona pace di Mel Gibson e del suo considerevole tentativo di rappresentare la passione.
Gesù muore affidando al Padre il proprio cuore, e donando a noi lo Spirito.
Dio è evidente: osteso, mostrato, nudo.
Dio è così, amici: arreso.
A noi, ora, la prossima mossa.

 







da: Paolo Curtaz - La Parola Spezzata - riflessioni sulle letture della somenica - C-
Edizioni san Paolo - Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo, pp 87-90





 

 

 

 

 

 

 

 

 

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