QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA:
IL DIO ESAGERATO

Paolo Curtaz



Prima lettura: Gs 5,9.10-12 • Seconda lettura: 2Cor 5,17-21 • Vangelo: Le 15,1-3.11-32


Solo nel deserto possiamo scoprire la vertigine di questa pagina. Occorre esserci spogliati totalmente dai nostri pregiudizi e moralismi per poter leggere davvero questa pagina col cuore aperto.
Luca costruisce tutto il suo vangelo intorno a questa pagina, intesse una raffinata tela per potervi poi ricamare questa parabola stupefacente, inquietante. La conoscete? Sì, quella erroneamente chiamata del figliol prodigo, quella imparata durante i noiosi anni del catechismo, il figlio scapestrato che sperpera tutti i soldi dell’eredità e che poi torna, pentito, con la coda tra le gambe e si converte… avete presente, no? Quando — ahimè — ci è toccato trascinare la nostra povera coscienza alle pulizie di Pasqua per la confes-sione e il prete ci ha fatti sentire come il figlio sciagurato... avete presente, o no? Beh, lasciate stare, e leggete com’è andata veramente

Leggete. Leggete di due figli (toh! E il secondo perché ce lo siamo scordato? sarà che ci assomiglia troppo) che hanno entrambi una pessima idea del padre. Il padre è una maschera, un concorrente («Devo andarmene di casa per realizzarmi» pensa il primo), un despota («Mi tocca lavorare tutta la vita facendo il bravo ragazzo senza una piccola soddisfazione» pensa il secondo), un fantoccio.

Come quel Dio in cui crediamo o non crediamo (fa ridere ma è così: un sacco di gente non crede in un Dio che non esiste!), quel Dio frustrazione dell’uomo, castrazione della libertà, quel Dio a cui rendere conto, per carità, che molti, troppi (anche cristiani!) portano nel loro cuore intristito.


   


Due idioti.
E leggete del primo figlio, che spende tutto, che si fa dio di se stesso, che pensa che la vita è sballo.
Bello, vero, giusto, beato lui.
Solo che la vita presenta il conto, prima o poi, la verità viene a galla e il figlio smarrisce nel fango dei maiali il suo delirio di onnipotenza. E pensa, riflette.
Si pente? Scherziamo?
Leggete bene: la fame lo fa tornare, non il rimorso; lo stomaco lo guida, non il cuore.
E, astutamente, si prepara la scusa: «Sai, hai ragione papà, sono stato uno stupido, non merito...».
No, continua a non capire nulla del padre.

E leggete di quell’altro figlio, che torna dal lavoro stanco e si offende della festa.
Come dargli torto?
La sua giustizia è grande.
Ma il suo cuore è piccolo. Sì, è vero, il padre si comporta ingiustamente nei suoi confronti.
Bene, fermatevi qui ora.

Niente bei finali, Luca si ferma.
Non dice se il primo figlio apprezzò il gesto del padre e, finalmente, cambiò idea. Né dice se il fratello maggiore, inteneritosi della tenerezza del padre, entrò.
No: la parabola finisce aperta, senza soluzioni scontate, senza facili moralismi e finali da Principe Azzurro o da commedia americana. Puoi stare col padre senza vederlo, puoi lavorare con lui senza gioirne, puoi lasciare che la tua fede diventi ossequio rispettoso senza che ti faccia esplodere il cuore di gioia.
E ora, per favore, smettetela di guardare questi due idioti, così simili a noi. Piccoli e meschini, come noi.

Guardate al padre. E guardate al padre, per favore. Vedo un padre che lascia andare il figlio anche se sa che si farà del male.
Vedo un padre che scruta l’orizzonte ogni giorno.
Vedo un padre che non rinfaccia («Lo dicevo io a tua madre!»), che non accusa, che abbraccia, che smorza le scuse (e non le vuole), che restituisce dignità, che fa festa.
Vedo un padre ingiusto, esagerato, che ama un figlio che gli augurava la morte («Dammi l’eredità!») e vaneggiava nel delirio («Mi spetta!»), un padre che sa che questo figlio ancora non è guarito dentro, ma pa-zienta e fa già festa.
Vedo un padre che esce a pregare (sic!) lo stizzito fratello maggiore, che tenta di giustificarsi, di spiegare le sue buone ragioni.
Vedo questo padre che accetta la libertà dei figli, che pazienta, che indica, che stimola.
Lo vedo e impallidisco.

Allora Dio è così? Fino a qui? Così tanto?
Sì, amici. Dio è questo e non altro.
Dio è così e non diversamente.
E il Dio in cui credo è (finalmente) questo?

Gesù sta per morire per mostrare il vero volto del Padre, è disposto a farsi scannare pur di non rinnegare questa inattesa rivelazione.

Dio è prodigo, non il figlio.
Perché di esagerato, di eccessivo, in questa storia, c’è solo l’amore di Dio.






da: Paolo Curtaz - La Parola Spezzata - riflessioni sulle letture della somenica - C-
Edizioni san Paolo - Piazza Soncino, 5 - 20092 Cinisello Balsamo, pp 72-75








 

 

 

 

 

 

 

 

 

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