TERZA DOMENICA DI AVVENTO: LA SENTINELLA E UNA VOCE NEL DESERTO
Marcello Farina



Lc 3,10-18

Torniamo a credere
pur se le voci dai pergami
persuadono a fatica:
e altro vento spira
di più raffinata barbarie.
Torniamo all’amore,
pur se anche nel familiare
il dubbio ti morde
e solitudine pare invalicabile...


Questi versi di padre David Maria Turoldo evocano molte cose e sensazioni non infrequenti e fanno giustizia di un certo ottimismo di maniera.
Ad esempio: che bastino alcune pie esortazioni all’attesa, a prepararsi al «santo» Natale, perché tutto intorno a noi diventi, per così dire, mansueto, attraente, umano;
che basti il richiamo alla tradizione, alle immagini note di presepi e di alberi, perché tutto intorno a noi riacquisti significato, valore, capacità evocativa;
che bastino «i buoni sentimenti», per recuperare il senso di una festa del cuore capace di dare nuova linfa alle relazioni umane.


  Viviamo in un tempo di «disincanto del mondo»,
come ci ricorda Max Weber,
dove stentano ad arrivare profeti o redentori e dove non bastano «i falsi profeti in cattedra»
a cancellare, con i loro surrogati,
il fatto fondamentale che proprio i valori supremi e sublimi sono diventati estranei al grande pubblico.

A noi capita, secondo il pensatore tedesco,
quello che è capitato alla scolta (sentinella) idumea durante il periodo dell’esilio, secondo quel bellissimo passo che si legge nel profeta Isaia:
«Una voce chiama da Seir in Edom: Sentinella,
quanto durerà ancora la notte?
E la sentinella risponde: Verrà il mattino, ma è ancora notte. Se volete domandare, tornate un’altra volta! ».

Una lunga attesa, una dilatata assenza noi sperimentiamo, durante le quali, dice sempre Max Weber, «ci metteremo al nostro lavoro e adempiremo al “compito quotidiano” nella nostra qualità di uomini e nella nostra attività professionale.

Ciò è semplice e facile, quando ognuno abbia trovato e segua il demone che tiene i fili della sua vita».


Mentre ridimensiona i sogni e le aspettative, il disincanto non distoglie, però, dal dedicarsi alla propria crescita umana e professionale, se si è perlomeno convinti che quello sia un compito che continui a meritare attenzione da parte di tutti.
Nei quotidiani spazi della convivenza tra gli uomini, cioè nel lavoro, nelle relazioni familiari e sociali, secondo Max Weber, si può ricomporre un mondo che sappia «aspettare il mattino» senza illusioni eccessive.

Tutto ciò mi sembra interpreti molto bene anche il vangelo di questa domenica, dove il protagonista, Giovanni Battista, uomo del deserto, sembra convinto, quasi alla maniera di Max Weber, che, di fronte al disincanto del mondo che lo circonda, illuso per il passato da falsi profeti e da falsi redentori, non resti che prestare attenzione a quell’unica vita che ci è dato di vivere, cioè «la vita quotidiana», nella sua ovvietà e ripetitività, in quella che in questo contesto si potrebbe chiamare «la banalità del bene», e, se mai, fare di quella un atto di speranza, sapendone cogliere la dignità e lo spessore, il dinamismo e le opportunità che non le sono estranee a causa dell’amore, dell’amicizia, della solidarietà e della fedeltà, della sincerità e della partecipazione condivisa.

A chi gli chiede «Che cosa dobbiamo fare?» — cioè alle folle, ai pubblicani, ai militari, gente eterogenea ma significativa di un’umanità frammentata e disillusa — Giovanni Battista risponde offrendo «precetti elementari», buone regole di convivenza, persino inviti alla moderazione, come quando dice ai militari: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe» (Lc 3, 14).


Non è questo un vangelo al ribasso, col rischio di diventare moralistico, meschino, banale?
Lo spirito dell’Avvento vorrebbe dirci che dobbiamo aspettarci un evento, un mistero, capace di cambiare il mondo, e uno dei suoi uomini-simbolo, Giovanni Battista, ci esorta, invece, a badare al nostro «compito quotidiano», al tran-tran monotono e ripetitivo di atteggiamenti e relazioni scontate ed elementari.


Se un sussulto, un colore, una tonalità diversa e originale si possono trovare nelle sue parole, è una sollecitazione a saper immettere nelle relazioni personali un senso di giustizia più reale e concreto, più rigoroso ed equanime.
Troppo poco, per essere originale?
O abbastanza, per poter cogliere, proprio dentro la vita quotidiana, delle valenze che sono tutt’altro che scontate?
Come, ad esempio, la necessità per tutti di stare in piedi, non succubi, non proni;
come la disponibilità a lottare per la vita e a non macerarsi nel disprezzo;
come l’accettare lo sforzo, costruendo sulla propria debolezza, sapendo che l’esistenza e i suoi rovesci non aspettano all’infinito;
come l’offrire gioia e tenerezza là dove d’istinto si impongono pietà e tristezza.
In altre parole, anche per Giovanni «il mestiere di uomo» si impara soprattutto dentro il «compito quotidiano».






da:
Marcello Farina - Parole che contano - commento ai Vangeli domenicali ANNO C
Ancora Editrice - via G.B. Niccolini, 8 - 20154 Milano, pp 15-17








 

 

 

 

 

 

 

 

 

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