QUARTA DOMENICA DI AVVENTO:
DUE DONNE, LA SPERANZA, IL BACIO DI DIO

Marcello Farina



Lc 1,39-48

Due donne incinte. Sembra di vederle, nel vivido racconto di Luca: la donna adulta, Elisabetta, con il suo ventre ormai cresciuto, deposito prezioso di una nuova vita, e la giovane fanciulla, Maria, appena feconda per il sussurro di un angelo, cui ella ha dato tutta la sua disponibilità.

La prima viene da una lunga attesa, da desideri e progetti andati spesso delusi, da tenerezze ed amplessi consumati senza efficacia, dal disagio di una sterilità non voluta e mai accettata;

la seconda ha ancora negli occhi la sorpresa di una «visita» anticipata, di una scelta carpitale quasi d’improvviso che l’ha immessa in una storia nuova, diversa da come poteva essere programmata.
Eppure entrambe si rendono conto, da donne innamorate, del momento straordinario che stanno vivendo, consce della vita che coltivano in seno, consce di essere parte di un disegno che non riguarda solo la loro esistenza, ma anche quella del loro popolo, della loro comunità.


Non si è mai fecondi solo per sé, se mai si accetta di essere fecondi, così da produrre vita, umanità, giustizia, libertà, pace, lì dove si è chiamati a vivere. Sterilità è la chiusura che ci isola e che ci opprime;
è la difesa ad oltranza delle proprie prerogative e privilegi;
è, ancora, il non dare «futuro» alle aspettative che pure sgorgano spontanee nel cuore di ciascuno. Chiuso, sigillato, impenetrabile, arido e disincantato è, oggi, l’orizzonte di tanta gente.

   


Le donne si cercano. Incinte, non si sono chiuse ciascuna per sé, ma si sono cercate, aiutate, in una condivisione dettata non solo dal comune stato fisico, ma da una solidarietà di sentimenti, di speranze, di preoccupazioni, di fatiche davvero straordinaria.
Le due donne «sanno» gustare insieme le trepidazioni, i sussulti, le sensazioni che giorno dopo giorno segnano la loro vita di madri per la prima volta, fino a far partecipare alla loro esperienza l’ospite che portano nel ventre.
Assumere i sentimenti dell’altro, spartire la fatica quotidiana, accompagnare con delicatezza l’altro a «partorire» senza eccessiva angoscia, fa parte della sensibilità di queste donne, che si scoprono «complici» della vita di tutti, simbolo di un’esistenza che sa tenersi aperta quando si riconosce la grandezza del mettere al mondo un uomo.
Unire gli sforzi, come queste donne, perché nasca una nuova umanità, è proprio banale, sciocco, inutile, dispersivo?

Un grembo gonfio. Certo, occorre aver qualcosa da mettere al mondo, da far nascere di nuovo, se si vuole, in qualche modo, stare al fianco delle due donne del Vangelo di Luca.
Occorrerebbe rendersi conto che la storia in cui siamo immersi ha ancora bisogno di tenerezza, di umanità, di giustizia, vissute e fatte dilatare da uomini e donne che sanno denunciare la sterilità di un mondo senza più aspettative, scettico e, qualche volta, cinico.
Ma si continuano a dire parole vuote, ovvie, ripetitive; si continuano a celebrare riti religiosi e profani senz’anima, superficiali; si compiono gesti logori, consunti, prevedibili. Si dice che «la madre degli stupidi è sempre incinta», così da perpetuare l’ignoranza, l’insensatezza, quando non addirittura la menzogna e la falsità.
Si continua ad agire con grande superficialità, senza accorgersi dell’angoscia strisciante, della povertà che si reduplica, dei rapporti umani sempre più fragili e precari. Non c’è nessuno che sappia «partorire» speranza, fiducia, accoglienza?
Non c’è nessuno che, abbandonati i luoghi comuni di una società sterile e disincantata, sappia, dal basso, ricuperare il senso di una relazione che valorizzi «l’altro», il «volto» di tante sorelle e di tanti fratelli?
Dico «dal basso», perché è evidente che, «dall’alto», cioè dalle istituzioni sia religiose che civili, ci si può aspettare così poco, dato che vivono in un limbo proprio che le tiene separate dalla gente.
Il loro grembo è spesso gonfio di sicumera, di arroganza, di prepotenza, piuttosto che di attenzione, di consapevolezza e di seria disponibilità ad assumersi una responsabilità operativa.


Un canto di gioia. Le due donne del vangelo di questa domenica esprimono, infine, tutta la loro contentezza per il «dono» che si portano nel grembo. «Femmine un giorno e poi madri per sempre», come direbbe Fabrizio De André, esse sentono di essere parte di un mistero che appartiene a tutta l’umanità, figlie di un progetto che le supera e a cui vale la pena di darsi gratuitamente come si fa di fronte alla persona amata, di fronte a una promessa che riempie la vita e la rende «nuova», aperta ad orizzonti imprevedibili.

Elisabetta e Maria (e soprattutto quest’ultima con il suo Magnificat) diventano qui l’immagine di tutti coloro che percepiscono, anche se talvolta in maniera umbratile, appena accennata, che la loro vita è accompagnata da una benevolenza e da una soavità che incanta e che fa trasalire e che è come una carezza ed un bacio immenso. Quello di Dio.





da:
Marcello Farina - Parole che contano - commento ai Vangeli domenicali ANNO C
Ancora Editrice - via G.B. Niccolini, 8 - 20154 Milano, pp 18-20








 

 

 

 

 

 

 

 

 

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