PRIMA DOMENICA DI AVVENTO: ATTESA, TEMPO PER GLI UOMINI
Marcello Farina



Lc 21,25-28.34-36



Fuori della porta del dirigente, del preside, del monsignore, del «capo», c’è, spesso, un piccolo segnale luminoso che ti avverte: «Attendere», che poi, se va bene, si trasforma in un invitante «Avanti».
Di solito si tratta di aspettare qualche minuto; talvolta qualche ora e, raramente, anche «un’eternità», giustificata (si fa per dire) dal fatto che l’inquilino della stanza accanto è «occupato in cose ben più importanti!».
A qualcuno già il verbo in se stesso infastidisce: infatti, l’
attendere porta con sé il ricordo di esperienze prevalentemente negative: la perdita di tempo in sale d’attesa affollate, le code agli sportelli e sulle strade, il rantolo di segreterie telefoniche che raccomandano di «non riagganciare per non perdere la precedenza acquisita». Così si è sempre meno disposti ad aspettare «del tempo», quasi ci si privasse di brandelli di vita che noi vorremmo vivere diversamente.

Ma c’è un’altra attesa che, spesso, ci diventa insopportabile: quella che lega le «aspettative» di ciascuno, personali, private, al mondo che ci circonda, alle opportunità che la vita quotidiana, la società in cui siamo inseriti, effettivamente ci offrono. Per realizzare tali aspettative è sempre stato necessario costruire una rete di rapporti di fiducia, di reciprocità, di corresponsabilità tra il singolo e la comunità, tra il progetto personale e le richieste collettive, così da creare una situazione positiva di crescita per entrambi.

   


Ora, invece, proprio questo è accaduto: le «aspettative» — soprattutto negli ambiti più delicati dell’esperienza umana — non sono per nulla condivise.
Anzi, si è fatta strada, in molti, una sfiducia e una ostilità diffuse e dure, si potrebbe dire sistematiche;
un non-riconoscimento, un non-rispetto pregiudiziale per tutto ciò che è «altro», «diverso», non strettamente «mio».
Si è fatta strada l’idea che non c’è da aspettarsi niente dagli altri, se non cose nocive, e ciò che gli altri fanno viene visto sempre come frutto di intenzioni maliziose.
Si demonizzano gli avversari; ci si allea soltanto tra simili; si creano associazioni aperte alla contrattazione, ma chiuse al dialogo.

Come titola il suo libro Guy Cocq, si va
A piccoli passi verso la barbarie.
Ciò significa il deterioramento e lo sfilacciamento in un clima da giungla nei rapporti personali, dove il più forte o il più arrogante non pretende neppure di «far valere le proprie ragioni» o di convincere chi la pensa diversamente, ma fa semplicemente ciò che più gli aggrada. E nell’ambito pubblico si assiste alla distruzione della memoria comune e all’oblio del discorso sui valori condivisi, sospettati di pretendere un ordine morale, all’indifferenza verso i valori della democrazia e alla fuga dall’impegno dentro ciò che è collettivo, comunitario.

Come «rinverdire» l’
attesa, l’avvento, come vorrebbe fare la preghiera cristiana in questa prima domenica di preparazione al Natale, in un contesto come quello descritto sopra?

a)    Che cosa attendere, quando ogni bisogno diventa pretesa? Ogni bicchiere è mezzo vuoto, ogni incontro diventa occasione di disprezzo e di rifiuto (e l’arena politica ce ne offre esempi continui);
le aspettative vengono pretese individualisticamente, così che il tempo che non è speso per i propri interessi è per definizione tempo perso.


b)    Che cosa attendere, quando ogni bisogno, una volta soddisfatto, diventa paura? Paura di perdere quello che si ha, paura di non farcela, di non riuscire ad ottenere quello che si vuole o si desidera, paura perché ci si sente minacciati da estranei?
Così nascono non tanto i vecchi «sensi di colpa», ma i nuovi «sensi di incapacità, di inefficienza, di inutilità».

c)    Che cosa attendere, infine, quando giovani e adulti preferiscono andarsene ciascuno per conto proprio, senza dar corpo a energie «collettive» di cambiamento?

In questo contesto, come si diceva sopra, il vangelo dell’avvento può davvero apparire come parola inaugurale, che apre nuovi spazi di vita, di esperienza umana? Il paradosso è grande, perché il vangelo è «vecchio».
Ma forse il tempo delle cose capitali, cioè decisive, non è retto dalla cronologia;
forse la ripetizione (del nuovo anno della preghiera della Chiesa che comincia domani) può essere una ripetizione dell’Inaudito, proprio come è la nascita di un uomo dentro la storia, banale, ma, ogni volta, «l’inaudito», «l’inedito» che stupisce il cuore.

Ai cristiani, ai cercatori di Dio, alle donne e agli uomini che accettano di tenere viva la dimensione del futuro dentro il presente che ci è dato compete una speranza «cauta e rispettosa», senza arroganza e senza angoscia, capace di accompagnare con discrezione e simpatia una generazione spesso delusa e maltrattata nelle sue attese più profonde.
Davvero a loro si rivolge la splendida immagine invito del vangelo di questa domenica:
«Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina» (Lc 21, 28).





da:
Marcello Farina - Parole che contano - commento ai Vangeli domenicali ANNO C
Ancora Editrice - via G.B. Niccolini, 8 - 20154 Milano, pp 9-11




 

 

 

 

 

 

 

 

 

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