AVVENTO: VENUTA MISTICA DI CRISTO
Vincenza Raffa



La parola «avvento», ancora prima di essere usata ad indicare un periodo, era riferita, dal linguaggio liturgico ed extraliturgico cristiano, alla venuta del Cristo. Da questo si comprende come le settimane che precedono Natale si snodino all’insegna delle venute di lui. Diciamo venute perché diverse.
Lo si ricava, fra l’altro, dalle note introduttive del Calendario Romano riformato:
«Il tempo di Avvento ha una duplice caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi. Per dette due ragioni il tempo di Avvento si presenta come periodo di religiosa e lieta attesa».

Le due venute, qui menzionate, non escludono, anzi suppongono quella mistica.
A questa si riferì un giorno Gesù quando disse: «Se qualcuno mi ama, osserverà la mia parola e il mio Padre lo amerà e noi verremo a lui e prederemo dimora in lui» (Gv 14,23).
La venuta mistica del Figlio, come ogni altra sua venuta, non è mai disgiunta da quella del Padre e dello Spirito Santo, perché qualsiasi attività di Dio è comune a tutte e tre le persone divine.
Questa considerazione trinitaria serve a valutare meglio la visita interiore del Cristo, che rende l’anima «tempio del Dio vivente» (2 Cor 6,16).

 


Alla venuta mistica di Cristo alludono alcune preghiere liturgiche dell’Avvento, come quando ci fanno chiedere: «Ascolta, o Padre, la nostra preghiera, e con l luce del tuo Figlio che viene a visitarci, rischiara le tenebre del nostro cuore» (colletta 3° lunedì).

L’antifona di comunione del 23 dicembre mette in bocca a Cristo queste parole: «Ecco, sto alla porta e busso, se qualcuno ascolterà la mia voce e mi apre, entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me».
Per noi ogni venuta di Cristo, se non è anche interiore, non è salvatrice. Ogni dono di salvezza è una venuta mistica di Cristo in noi. E come tutta la redenzione, così anche l’azione sacramentale, vale a dire la liturgia che la attua, è un continuo verificarsi della venuta del Signore.

La liturgia di Avvento ci ammonisce però che Cristo non può entrare nel nostro microcosmo interiore se non alla condizione precisa che ascoltiamo la sua parola e che lo amiamo. L’amore poi trova la sua verifica nell’adempimento fedele della parola.

[...]

L’Avvento si rapporta alla nascita del Cristo come fatto passato, ma più spesso, anzi quasi sempre, come fatto futuro. Come fatto passato: perché ovviamente Cristo è già nato e la sua nascita storica è irripetibile. La Chiesa anche nell’Avvento si rivolge a Cristo uomo già presente.
La liturgia non si reggerebbe senza una certezza assoluta che Cristo, anche come uomo già nato da Maria Vergine, è lui il principale gerente e attore di ogni azione liturgica anche dell’Avvento.

Però la nascita di Cristo è considerata anche futura sul piano sacramentale e misterico. La Chiesa nell’Avvento si pone ogni anno nell’attesa del Natale.
Nel Natale liturgico non si ripete certo la realtà storica dell’avvenimento di Betlemme, e tuttavia, con la commemorazione ritornano invariati tutti i suoi valori di salvezza, non diversamente di quando sulla capanna gli angeli cantarono la gloria all’Altissimo e la pace agli uomini. In un senso molto profondo, dunque, si ripeterà la venuta del Salvatore e perciò la Chiesa può giustamente porsi nell’attesa spirituale di essa, creando un clima di aspettazione sacramentalmente denso.
Ritornerà ancora il «germoglio di giustizia», cioè il Messia e con lui si riaprirà ancora una volta il tempo della salvezza, si ripeteranno i benefici del sacerdozio eterno e del sacrificio perenne.







da: Vincenzo Raffa - Liturgia Festiva - per l'omelia e meditazione anno A B C
Libreria Editrice Vaticana, pp 992-895




 

 

 

 

 

 

 

 

 

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