22 NOVEMBRE: SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO
Gianfranco Ravasi



Letture: Daniele 7, 13-14 Apocalisse 1, 5-8 Giovanni 18, 33b-37

La regalità di Cristo è interpretata sulla base di quella del Figlio dell’Uomo danielico (Dan 7).
La prima lettura ha quindi una notevole importanza per impostare il discorso interpretarivo di questa festa liturgica. Il breve tratto costituisce il cuore del libro di Daniele: il settimo capitolo segna l’inizio della seconda parte dell’opera, quella più astrusa e problematica, che riporta le visioni apocalittiche di Daniele. Dopo l’apparizione di 4 bestie mostruose emerse dal mare, rappresentanti le 4 potenze politiche straniere che dal tempo di Nabucodonosor affliggevano il popolo eletto, il profeta assiste sbigottito ad una grandiosa scena in cielo. Dio, seduto solennemente, tiene giudizio contro la quarta bestia, la più insolente (Antioco IV Epifane, 175-164 a.C.).
Il regno di Antioco stava imponendo agli Ebrei la cultura ellenistica nella sua globalità: il potere politico dimostrava di avere una forza tale da invadere e dominare il campo religioso, tanto da colpire con persecuzioni gli Ebrei rimasti fedeli alla religione dei padri.

La lotta quindi è solo in apparenza una lotta politica, in realtà è religiosa. Negli imperi che opprimono il popolo di Dio si nasconde una potenza sovrumana che combatte contro il Dio dell’Alleanza.
Nella storia si svolge quindi una lotta tra Dio e i suoi avversari, per cui l’interpretazione della storia deve essere necessariamente teologica. E questa analisi rivela innanzitutto che gli imperi si succedono e nessuno gode di duratura stabilità. Ma questa costatazione di debolezza di ogni singolo impero non basta a sostenere la speranza in una liberazione del Popolo, perché, se il singolo è destinato a perire, tuttavia il ciclo sembra ve una durata perenne. Perché la serie venga spezzata è necessario un intervento di Dio, ciò equivale a dire che è necessario che un regno di Dio si sostituisca alla serie degli imperi umani. Questa è appunto la promessa che scaturisce dalle visioni di Daniele. Infatti il mostro crudele e pauroso del potere viene ucciso e annientato e il suo corpo è gettato nel fuoco.

Dopo questo sogno appare a Daniele una figura celeste, il Figlio dell’Uomo. In sé l’espressione indica semplicemente essere umano, come appare da Ezechiele 2-3. Ma è lo stesso contesto grandioso di Daniele che impone un’interpretazione più profonda. Come le bestie venute dal mare, il Figlio dell’Uomo è una figura simbolica, e rappresenta, nella mente dell’A., forse non un individuo, ma l’intera collettività dei giusti che ricevono da Dio il potere definitivo.

 


Tuttavia già nella letteratura giudaica e in quella rabbinica il concetto di regno si trasforma in quello di re, in modo che la profezia viene riferita al Messia. Questa figura umana viene contrapposta alle quattro bestie: mentre i quattro mostri salgono dal mare, simbolo del disordine e del male, il Figlio dell’Uomo appare sulle nubi. Proviene cioè dalla sfera celeste, che è la dimora di Dio.
La misteriosa figura giunge fino al vegliardo, cioè dinanzi alla presenza di Dio, «l’antico di giorni» e riceve il potere regale dal Padre celeste.
Daniele poi ci indica le caratteristiche del suo regno: sarà un regno universale ed eterno perché è collocato sotto la protezione di Dio.

In parallelo al trionfo apocalittico di Dan 7, la liturgia odierna ci propone un bellissimo brano dell’Apocalisse. Gesù viene innanzitutto presentato come Cristo o Messia, mentre i tre titoli successivi («testimone fedele, primogenito dei morti e principe dei re») richiamano il contenuto essenziale pasquale della fede cristiana. Giovanni, per incoraggiare le comunità cristiane perseguitate, annuncia la venuta gloriosa del Cristo quale giudice escatologico per compiere il giudizio di Dio sul mondo. profezia di Daniele costituiva il passo classico nella Chiesa primitiva per affermare la propria fede nella parusia e nella vittoria finale del Cristo.
Del resto Gesù stesso l’aveva usata davanti al sinedrio (Mt 26, 64). Ora l’Apocalisse la traspone contemporaneamente nel presente e nel giorno del giudizio, in cui i Giudei che hanno trafitto Gesù e le nazioni pagane che hanno perseguitato i suoi seguaci si batteranno il petto pieni di spavento.
La pericope si conclude con un oracolo in cui Dio si dichiara l’Alla e l’Omega, il principio e la fine di tutte le cose. Egli si definisce colui che è , che era e che viene, rievocando il nome rivelato a Mosè sul Sinai, Jahweh (Es 3).
Dio manifesta in Gesù come l’onnipotente, colui che sconfigge tutti i nemici.
La dignità regale di Gesù emersa chiaramente fin dalla formula iniziale, viene allora partecipata ai suoi seguaci. Egli è il primogenito dai morti, cui deve far seguito una moltitudine innumerevole di fratelli, segnati dal suo sangue. Il sangue per i semiti è simbolo di vita; Gesù allora offre la vita al Padre, divenendo così strumento di espiazione per la nostra redenzione e riconciliazione con il Padre.
Si costituisce così il regno definitivo e perfetto del Cristo.

Anche per i sinottici il tema del regno è centrale nella predicazione di Gesù, Giovanni invece lo trascura quasi totalmente durante la vita pubblica ma attribuisce ad esso un rilievo particolare durante la passione. Il processo davanti a Pilato ha in Giovanni un notevole sviluppo e la ricostruzione scenica ha appunto lo scopo di mettere in luce la regalità di Gesù. Regalità, che solamente nella tragedia della passione, concepita da Giovanni come una ascesa di Gesù al Padre, si manifesta pienamente.
Tutti gli evangelisti riportano la domanda di Pilato: «Sei tu il re dei Giudei?».
Ma solo Gv riporta un dialogo tra Gesù e Pilato, mentre i sinottici riferiscono solo una breve risposta di Gesù che da quel momento si chiude in un misterioso silenzio simile a quello del servo sofferente.
La risposta di Gesù rappresenta il vertice del dialogo: egli afferma che il suo regno non è di questo mondo, non è quindi di origine terrena. La sua regalità viene dall’alto (prima lettura), è spirituale.
Ne è prova che egli non ha una guardia per difendersi. Il suo regno non è di quaggiù, perché è privo d’ogni apparato militare, non si fonda sulla potenza mondana. La regalità di Gesù si manifesta invece nella testimonianza resa alla verità.
E nel lessico giovanneo la verità consiste esattamente nella piena rivelazione della bontà del Padre.

La vittoria di Dio sul potere terreno che si oppone al sua piano di salvezza nella storia si attua nella contrapposizione radicale e assoluta dell’amore a ogni forma di potere perché non appena Dio si concepisce in dialogo con il mondo, deve essere definito come «amore».
E il suo amore è fedele e in Cristo si realizza in un atto compiuto nella storia, per cui d’ora innanzi il potere è da considerarsi superato dall’ingresso dell’amore nel mondo.
Davanti a Pilato che rappresenta il potere Gesù dichiara che la sua morte è testimonianza resa alla verità. Dove verità secondo il valore ebraico è anche fedeltà, e designa il vero amore in cui consiste la verità di Dio.
La vittoria sul potere è ottenuta superandone la logica, negando alla radice la sua «verità».
In questo senso, si può ancora parlare, come fa l’Ap, di regni che servono e sono sottomessi, perché sono sottomessi a un «trafitto». Cristo dunque è re nella misura in cui non è tutto ciò che umanamente si designa con questo termine: è re in quanto contrappone l’amore al potere.
La dottrina della signoria di Gesù su tutto il mondo è incomprensibile se non è letta in questa dimensione teologica ed escatologica. Una signoria che è donazione piena e totale, «obbedendo al Padre fino alla morte di croce» (Fil 2, 8). La Chiesa deve vivere in questa luce la sua partecipazione alla sovranità del Cristo non «servendosi» dell’umanità ma «servendo» l’umanità (Mc 10, 41-45: il «codice dell’autorità cristiana»). Tocca alla Chiesa tenere aperta quella ferita che il Cristo ha infetto al potere prevaricatore e al male, ferita che è mortale.

Oggi, quindi, è la celebrazione di un nuovo ordine di rapporti tra Dio e l’uomo: un regno celeste ed eterno, legato alla logica d’amore di Dio (Daniele), un regno di speranza e di salvezza definitiva (Apocalisse), un regno di verità e di giustizia (Giovanni).

SPUNTI PASTORALI

1.    Il regno di Cristo non è da intendere secondo le coordinate politiche del termine.
Gesù stesso davanti al potere politico di Pilato distingue il suo regno fatto di verità e di giustizia dai paralleli mondani.
Il regno di Cristo è la rivelazione dell’amore di Dio ed è l’instaurazione di un nuovo ordine di rapporti tra gli uomini, è l’inaugurazione di un progetto diverso la cui attuazione è affidata dal Padre al Figlio dell’uomo e al popolo dei credenti. La festa di Cristo re è, allora, un appello a collaborare alla creazione di questa nuova umanità.

2.   Il Cristo che oggi adoriamo non è «un Cristo intimistico: è colui che spinge avanti la storia della salvezza e che la saprà concludere distruggendo ogni forma di male» (U. Vanni).
Appare così il volto trionfatore del Cristo dell’Apocalisse, il vincitore del male. La storia che sembra un groviglio di con-traddizioni e un giuoco scandaloso di superpotenze e potenze si rivela dotata di una misteriosa logica per ora ancora nascosta e non del tutto percepibile.
Cristo energicamente interviene e interverrà e il credente è invitato a schierarsi dalla parte di Cristo contro il male e per la giustizia.

3.   Mentre stiamo camminando verso questa Gerusalemme cosmica ed escatologica perfetta non dobbiamo dimenticare che la sua gestazione avviene attraverso la
sofferenza e il martirio: Cristo č processato dal potere (Vangelo) ed č «trafitto» (Apoc 1,7).
Come diceva un antico aforisma rabbinico su Gerusalemme e sul regno di Dio, «dieci porzioni di bellezza sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni sono state accordate al mondo dal Creatore e Gerusalemme ne ha ricevute nove. Dieci porzioni di sofferenza sono state accordate dal Creatore al mondo e Gerusalemme ne ha ricevute nove».





da: Gianfranco Ravasi - Celebrare e vivere la Parola - commento al lezionario festivo
Ancora S.r.l. - via G.B. Niccolini, 8 - 20154 Milano, pp 499-503




 

 

 

 

 

 

 

 

 

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